A, non-A e le tre scimmiette: lo straordinario viaggio di Dia e Logos nelle terre dell’alba e del tramonto Piccolo zibaldone di pensieri in dialogo Giuseppe Jiso Forzani
Abbiamo scelto, come sottotitolo programmatico della rivista che state leggendo, “Laboratorio per il dialogo religioso”: per essere fedeli a questa impostazione mi sembra assai importante tornare a riflettere, ogni tanto, sul significato di “dialogo religioso”. Pur se corro il rischio di esser tacciato di relativismo (ieri era un vanto, oggi una colpa da sudori freddi) devo giustificare la precedente affermazione asserendo che il significato delle parole muta col mutare del contesto che le contiene e le giustifica: una parola detta dieci anni fa non ha lo stesso identico significato se pronunciata oggi – qualcosa è mutato nell’atmosfera, nella sensibilità, nei parametri di senso e nel bisogno di definizione. Ogni esempio in questo campo è arbitrario, parziale e partigiano, ma, con licenza, pensiamo a un termine come “kamikaze”: composto di due ideogrammi, kami e kaze, nel Giappone del XIII secolo definisce l’intervento salvifico del dio-kami del vento-kaze che disperde la flotta invasore dei mongoli ormai in vista della terra del Sol Levante, dunque sovrumana salvifica benedizione; sette secoli dopo, alla fine della guerra nel Pacifico, indica il militare dell’aeronautica giapponese che usa il suo aereo carico di bombe come arma contro obiettivi militari nemici dichiarati, sacrificandosi per salvare il proprio paese di nuovo minacciato d’invasione, dunque arma estrema ma non più illecita di qualunque altra arma in guerra; ancora sessant’anni, e viene a significare, in giro per il mondo, terrorista suicida che colpisce indiscriminatamente civili inermi ignari convinto forse con ciò di salvarsi l’anima, dunque un atto che mescola perversamente abiezione morale, disperazione spirituale e demenza intellettuale – un notevole tragitto di significato. Tanto per dire che c’è bisogno, per rendere intelligibile a sé e agli altri di cosa si sta parlando, di interrogarsi ciclicamente sul senso delle parole che usiamo. Soprattutto utilizzate come slogan o come bandiera.
Per me, oggi, usare l’espressione “dialogo religioso” può aver senso solo se, prima, chiarisco a me stesso cosa intendo con “dialogo”. Mi par di capire che ogni forma di dialogo, che non sia solo gracidio di parole, nasce da una relazione costitutiva dell’esistente, se così si può chiamare: la relazione che va prendendo forma nel momento in cui un umano si rende conto (pensa di rendersi conto) che c’è una sorta di apparente distonia fra lui/lei come individuo e la vita che lo ha messo lì dove si trova. Potrebbe trattarsi tutto di un gioco di specchi e nulla più: in effetti come posso io relazionarmi con la mia vita, quando altro non sono che la mia vita? Ciò però accade, e non posso ignorarlo. Se m’identificassi totalmente con la mia vita, non mi porrei il problema della morte: neanche saprei di dover morire, così come non saprei di esser nato: sarei e basta, essendo, non sarei e basta, nell’attimo in cui non sono. Può darsi che nascita e morte siano illusioni, una specie di malattia psicofisicaspirituale: il problema però è generale, sembra porsi da se stesso, come nascesse dalla realtà delle cose. Questa “cosa che sembra”, è il primo spazio del dialogo: fra me (ciò che tentativamente chiamo “io”) e la mia vita, sembra esserci una sorta di relazione: il dialogo fra me (io vivo) e la vita (che mi fa vivo) è il prototipo, mi pare, d’ogni altro dialogo.
In questa forma primigenia, si tratta di dialogo fra noti sconosciuti. Dal punto di vista di io, è rapporto dialogico con l’intimissima, assolutamente certa, evidentissima vita, che è contemporaneamente totalmente altera, incerta, del tutto sconosciuta; mentre la vita, nella sua inconcepibile eppur evidente totalità, nulla pare sapere del singolo individuo che fa vivere, (così come nulla so io dei singoli atomi che mi consustanziano) esso le è indifferente, è insignificante, irrilevante. Eppure senza individuazione la vita non sarebbe viva, essa è la sua necessità: senza creatura vien meno il creatore. L’individuo ignora tutto della totalità della vita: essa lo sovrasta, insondabile, incommensurabile, impensabile: eppure è la sua intimità più profonda, lo manifesta, lo trascina e lo annichilisce. Mantenere la tensione fra queste due polarità di me stesso, senza che si annulli né si disperda, è ciò che chiamo prototipo del dialogo.
Il dialogo religioso è, in questa visione, prima di tutto dialogo fra me e la religione: dove io rappresento l’individuo che si rende conto di essere vivo e cerca la strada per vivere e la religione rappresenta la strada che cerco e che anche altri possono percorrere (sebbene non sia esattamente la stessa per ognuno). Qui religione può e deve avere un senso molto vasto, che non si limita alle religioni tradizionalmente ritenute tali: comprende ogni modello di ricerca di senso della vita, anche quelli che concludono che non c’è alcun senso. Da questo punto di partenza, e con la possibilità, direi anzi la necessità di tornarvi di quando in quando a riprendere fiato e a ricordare l’origine, si può poi precisare la mira. Può darsi che io instauri un dialogo con una religione particolare (perché ci sono nato dentro, perché la sento affine, perché mi richiama…..) ed esso mi modella, mi instrada, mi modifica, così come, insensibilmente, modella e modifica la religione cui mi ispiro. Da qui instauro il dialogo con altre persone e con la loro religiosità – è ciò che oggi si chiama dialogo interreligioso: anch’esso modella la mia identità e rimodella la fisionomia della mia religione. Non ci sono che individui e religioni meticci, con buona pace degli anemici cultori di una purezza mai nata. Ogni tipologia di dialogo, per essere vero, dovrebbe essere nutrimento (uno dei nutrimenti) di quel dialogo base di cui abbiamo appena parlato.
Purtroppo spesso ciò non accade. Vorrei ora prendere in considerazione quella gamma di atteggiamenti che si nominano come dialogo religioso e ne sono invece una delle negazioni. Solo stando attenti ad evitare certi atteggiamenti e comportamenti è possibile evitare il pericolo, sempre incombente, di usare il dialogo come alibi per i propri traffici anziché come strumento di arricchimento e di approfondimento della propria vita.
Il dialogo fra le religioni è ormai sulla bocca di tutti: la sua opportunità, se non necessità, la sua difficoltà, se non impossibilità, gli sconfinati orizzonti che dischiude, i pericoli spaventosi che cela, sono ormai materia di conversazione, di dibattito, di chiacchiera non solo fra le persone esistenzialmente coinvolte, per i più disparati motivi, dall’argomento, ma anche fra chi del tema in sé non sa che farsene, ma se ne occupa perché è attuale, politicamente corretto, o semplicemente per opportunismo. Come sempre accade quando si parla tanto di qualcosa, aumentare la confusione invece della chiarezza; l’eccesso di interesse giova ai millantatori più che ai sinceri; la pletora delle voci favorisce la banalità a scapito dell’approfondimento. Non intendo dire che si debba riservare a specialisti la facoltà di occuparsi di un tema i cui risvolti interessano molti: dico però, con convinta cognizione di causa, che non si deve ignorare (per malafede, per superficialità, per disinteresse, per mancanza di esperienza) che il dialogo (ogni dialogo, e soprattutto quello fra persone con istanze di fede diverse) è una delicata, fragile, cagionevole pianticella, che va protetta con attenzione, a volte persino dalla luce. Io ho una certa esperienza in materia, nel senso che al dialogo di tipo religioso ho dedicato energie, intellettuali e fisiche, tempo, buona volontà: lo posso dire con serena consapevolezza. E’, questo, l’unico titolo che mi riconosco ad entrare nel merito. Avendo iniziato a giocare il gioco senza mezze misure né secondi fini (ci sono sempre secondi, terzi, quarti fini in tutto ciò che intenzionalmente facciamo, ma qui intendo dire che i fini secondari non sono stati quelli in realtà principali) in tempi come si dice “non sospetti”, sono assai infastidito nel vedere come oggi a cavalcare il dialogo religioso si facciano avanti troppi mestieranti.
Per smascherare dunque le ambiguità che si celano dietro l’etichetta “dialogo fra le religioni” (ambiguità, intendiamoci, da cui siamo tutti più o meno tentati, per cui lo smascheramento è opera genericamente umanitaria e non polemicamente indirizzata) mi servo del curioso titolo di questo articolo, come traccia. Seguiamola.
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