Primo Levi

  • Se questo è un uomo

Einaudi, Torino, 2005

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Ed era così faticoso trovarsi ogni volta più pochi più deformi più squallidi. Non si creda che le scarpe nella vita di un lager costituiscano un fattore di importanza secondaria. La morte incomincia dalle scarpe: vedi arnesi di tortura che dopo poche ore di marcia danno luogo a piaghe. E dopo una settimana di prigionia l’istinto della pulizia era scomparso. “Tu ebreo: finito!”, mentre tutti cercavano invece con ogni mezzo di non sottrarsi alla fatica. Philip Roth ha raccontato i suoi incontri con l’autore di Se questo è un uomo: “Ah, il suo segreto? Non solo ascoltava gli altri, era anche capace di farlo”. (I colloqui avvennero nel 1986, prima a Londra poi nella sua Torino; cfr. “La Stampa”, 10 marzo 2007).

Nel libro vediamo giacere le fatiche nelle menti, l’ultima cosa del lager che è possibile dimenticare, le espressioni sensibili della sua follia: la marcia di uscita e di entrata non mancava mai l’effetto. Chi potrebbe negare ora il diritto di assistere a questa coreografia?

Vediamo due vicini di cuccetta giacere tutto il giorno e tutta la notte fianco a fianco, incrociati come i pesci dello zodiaco, ciascuno ha i piedi dell’altro accanto al capo. La danza degli uomini spenti squadra dopo squadra va dalla nebbia alle nebbie. Più concreta della loro vittoria.

E’ paradossale dirlo, ma tutto quello che sente Primo Levi sembra venato di umorismo.

Primo Levi, reduce da Auschwitz, pubblicò Se questo è un uomo nel 1947, l’editore Einaudi lo accolse nel 1958 e da allora viene continuamente ristampato ed è stato tradotto in tutto il mondo.

Valeriano Massimi