Giovanni Climaco

  • La scala del paradiso

Introduzione, traduzione e note di Rosa Maria Parrinello Milano, Paoline, 2007

penitenza_discernimento_cristo_229b41.jpg
C’è da sentirsi un verme alla sola idea di recensire La scala del paradiso di Giovanni del monte Sinai detto Climaco, cioè tout-court “quello della Scala”. Foss’anche per esaltarlo. Vissuto in territorio egiziano negli anni in cui facevano irruzione gli eserciti guidati dal Profeta, il quale però ammirava questi monaci, Giovanni Climaco è stato considerato per secoli uno dei maestri assoluti della spiritualità cristiana, almeno quando il cristianesimo si riteneva una cosa seria. Oggi lo si è sostituito con manualetti tirati giù da gente che ha studicchiato psicologia e classifica con benevola indulgenza i testimoni di epoche così arretrate rispetto alla nostra. Ma insomma, la morale della favola è che non ci permetteremmo mai di “sintetizzare” il suo “pensiero”. Prima di lasciare spazio a una manciata di citazioni, vorremmo solo abbozzare un possibile ritratto del grande abate. Sereno sempre, sdrammatizzante al momento giusto, duro quando indispensabile, intelligente, con uno sguardo limpido sulla realtà. Campione di quell’arte difficilissima e ancora più delicata che i Padri chiamavano discernimento, la quale, come lo zazen, va raccontata soltanto in parallelo alla sua pratica.

Lo straniamento [xeniteia] è il risoluto lasciarsi alle spalle tutto ciò che, nella nostra patria, ci è di ostacolo al perseguimento dello scopo della pietà. Lo straniamento è comportamento privo di familiarità, sapienza sconosciuta, segreta perspicacia, vita nascosta, scopo invisibile, pensiero non manifesto, voglia di frugalità, brama di indigenza, fondamento del desiderio divino, abbondanza d’amore, negazione della vanagloria, abisso di silenzio. (Gradino 3, par. 1)
Tutto quello che ci capita, che sia visibile o invisibile, è possibile accoglierlo bene, o in modo passionale, o con una via di mezzo. Ho visto tre fratelli essere puniti: il primo si arrabbiò, il secondo non provò tristezza, e il terzo ne ebbe molta gioia. (Gradino 26, par. 35)

Infine un po’ di teologia come Dio comanda, anche se la curatrice, figlia del suo - del nostro! - tempo, quasi quasi si vergogna ad annotare che il testo si riferisce a Cristo.

Mentre mi dedicavo all’opera che sta in mezzo alle altre due, mi trovai nella condizione di coloro che stanno nello stadio intermedio: Egli illuminava me che avevo sete, ed ecco io mi trovavo di nuovo in quella condizione. Gli domandai che cosa [Lui] fosse prima di acquisire la sua forma visibile, ma non poté insegnarmelo, poiché il Sovrano non lo permetteva. Di nuovo gli chiedevo di dire in quale condizione fosse ora, e mi diceva di trovarsi nelle condizioni che gli erano proprie, ma non in queste. E io: “Cosa è stare e sedere alla destra di Colui che è la causa di tutte le cose?”. Mi disse: “È impossibile essere iniziati a questi misteri solo con l’udirli”… (Gradino 27, par. 13).

Dario Rivarossa