Ermanno Olmi

  • Centochiodi

Ovvero elogio di un film che non mi dovrebbe piacere.

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Non posso dire, come il protagonista senza nome del film, giovane geniale bello ricco professore: “Se mi volto indietro non vedo che pagine di libri”: io vedo anche, per fortuna e purtroppo, tanto altro: nel mio piccolo, però, di pagine ne vedo a migliaia, forse troppe pensando alle molte insulse che ho letto, forse poche pensando a quelle che certo meritavano e che ho perso: in ogni caso i libri hanno influito e influiscono tanto sulla mia vita. Così tanto che dovrebbe infastidirmi un film in cui i libri (e proprio il genere di libri cui più ho domandato, quelli che paiono promettere di suggerire un rapporto con la verità) vengono inchiodati con un rito sacrificale al parquet secolare della biblioteca di studi religiosi in cui il professore insegna, cattedrale del culto della parola rivelata e della sua esegesi. Dovrebbe infastidire me, intellettuale, un film che si permette giudizi sommari, al limite del qualunquismo antintellettuale (“Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico” è una frase emblematica) per suggerire come contraltare una semplicità paesana, regional-popolare: il professore, girate le spalle alla cultura libresca e alle istituzioni che se ne nutrono, scivola fuori dal suo mondo e si trova a trascorrere alcuni giorni in riva al fiume, in compagnia di alcuni pensionati padani un po’ sfatti, genuini e arguti, con i quali però nessun intellettuale, per quanto ex, riuscirebbe a passare più di mezz’ora alla settimana. Dovrebbe spiacere a me, religioso, un film che svuota di senso ogni cammino religioso (“Le religioni non hanno mai salvato nessuno”) con la disinvoltura del giudizio sommario, per consegnare la religione nelle mani prive di calore di un grifagno monsignore che nutre il suo morboso amore per il libro con un glaciale disprezzo per l’uomo.

Eppure, il film mi è piaciuto, tanto che l’ho visto, al cinema, due volte in tre giorni: non mi succedeva dall’adolescenza.

Intanto è, dal punto di cinematografico, un film di una bellezza straordinaria, privo di qualunque “effetto” e proprio per questo diretto, coinvolgente, pulito, lineare, elegiaco senza nessuna compiacenza. Colpisce questa apparente discrepanza, fra la sommarietà del parlato (in non pochi momenti) e la sequenza delle immagini, dei volti, delle scene, di un realismo lirico che meraviglia la coscienza senza mostrare nulla di meraviglioso. E qui sta, per me, la chiave del film. Va visto, credo, come un film religioso: dove per religione non si intende qualcosa di confessionale, dottrinale, precettistico, pastorale, ma un’avventura umana impossibile e necessaria: vivere in questo mondo, in questa vita, come in un unico scenario, due copioni inconciliabili e concomitanti: trascendenza e immanenza, rottura e comunione, rigore e trasgressione, perenne presenza e incessante trascorrere.

La critica radicale che si esprime nei cento chiodi con cui il principale protagonista inchioda a terra i libri di religione, non è una critica ai libri, né al loro contenuto, né alla ricerca anche intellettuale del vero e del giusto: ma poiché quei libri, tutti, parlano della vita, e addirittura della “vera” vita, se la parola viva che trasmettono si ferma lì sulla pagina e lì noi la cerchiamo, non resta che una cosa da fare (“un imperativo morale” come il professore descrive il suo crimine al carabiniere che lo interroga): inchiodare la pagina che inchioda la parola. Solo così la parola si libera e vola attraversando la vita. Il coraggio di rompere, di mettersi in gioco senza riserve, è una componente essenziale della religiosità autentica: se non c’è rischio personale, la religione diventa solo un gioco accademico, un’esibizione di bravura (intellettuale, morale, spirituale) che resta lettera morta. E allora, le frasi che brutalmente ricordano che la lettera uccide ciò che la parola vivifica sono salubri scosse, non affermazioni qualunquiste: sono l’antidoto dell’ironia al rigor mortis della seriosità.

Il personaggio del professore, sia oppure no Gesù Cristo, mantiene una presenza sospesa che solo un animo poeticamente religioso poteva trasmettere in quel modo: è una presenza amica, partecipe, coinvolta fino alla resa e nello stesso tempo un’assenza irraggiungibile, irrecuperabile, introvabile: questo il film ce lo racconta con semplicità disarmata, tramite uno sguardo, un sorriso, un gesto. Dopo aver visto e rivisto il film (che rivedrei volentieri ancora) mi è tornata alla mente una breve poesia, che avevo scritto in tempi non sospetti (ben prima cioè dell’uscita dei Centochiodi) e che mi fa piacere, cogliendo l’occasione, proporre alla lettura di chi legge: è in fondo la recensione più adatta.

La Gloria ovvero il miracolo dell’esistere C’è più vita soltanto in un tuo gesto la curva della schiena mani attente tu riponi per bene nel cassetto le calze le mutande le camicie calde di stiro in pila sopra il letto… che in tomi densi di elucubrazioni parole che si avvolgono in parole tautologie, ossimori, aforismi tesi a sondare il pozzo del mistero a dar conto dell’ovvio a rivelare l’indirizzo del vero: che si tratti ben più modestamente di esorcizzare il viaggio al cimitero?

Giuseppe Jiso Forzani