Parlando di questo numero, una volta tanto lo facciamo partendo dal fondo. Il perché di tale scelta è presto detto: semplicemente per spiegare fin da subito il titolo scelto per questa presentazione. Uno degli ultimi interventi che possiamo trovare scorrendo le pagine è di un aborigeno che vive nelle terre desertiche del sud dell’Africa. A un certo punto del suo intervento (che vivamente invitiamo a leggere) dice che pur conducendo lui e il suo popolo una vita assai diversa da quella che si può incontrare in una qualsiasi metropoli, abitiamo comunque tutti quanti nello stesso mondo moderno e tutti viviamo sotto le stesse stelle. Proprio così. E questo riferimento, per una rivista che ha una stella nella testata, costituisce un interessante viatico per presentare questa nuova uscita.

Di più: tale riferimento ci permette pure di ricollegarci al testo che apre il presente numero. Oggi si sente parlare spesso, a proposito ma anche a sproposito, di scontro di civiltà; è diventato quasi un refrain che riecheggia dalle pagine dei giornali e dai dibattiti televisivi, in un bizzarro gioco delle parti degli opinion maker del momento. Per dirla tutta: si sarebbe tentati di non parlarne, di astenersi dall’aggiungere una voce al fantasmagorico coro mediatico. Ma è altrettanto innegabile che dietro tale messe di parole vi siano comunque domande concrete poste da emergenze ugualmente concrete. E una rivista che vuol essere un laboratorio per il dialogo religioso non può non provare a misurarsi con simili interrogativi. Su tali argomenti esordisce appunto il numero che avete fra le mani, se non altro per dire, in forma esplicita, che non vi è, nonostante il gran parlare, nessuno scontro di civiltà, né in atto né alle porte, e per riconoscere al contempo che dietro l’evocare lo scontro vive una assai più evidente paura del nuovo, una sorta di coazione a ripetere, derivata in massima parte dal rifiuto di riconoscere i mutamenti in corso che finiscono per modificare i tratti della propria identità. A simili sfide replica il dialogo religioso. Perchè la religione - dice l’articolo che proponiamo - proprio nel suo aspetto più intimo ed essenziale, è in sé disarmo, resa incondizionata, non a un esercito o a un popolo nemico, ma alla realtà considerata “ultima” dalla fede, indipendentemente da come sia poi intesa tale realtà (Dio o gli Dei, il Nulla, il Cosmo, la Natura o finanche l’assenza di riferimento ultimo).

Di estremo interesse è poi il contributo che segue. Qui, il campo di discussione è in fondo più circoscritto: qual è lo sguardo e quali sono le aspettative che un laico proietta verso l’istituzione ecclesiastica e più in generale nei confronti di tutto quel mondo che alla Chiesa è intimamente collegato? Sono, a ben vedere, questioni attualissime, oltre che centrali per la nostra pubblicazione, poiché mettono di fronte in maniera diretta ciò che costituisce l’eredità più preziosa che le religioni trasmettono e il mondo contemporaneo, o meglio, quella parte di esso che prova a camminare sulle proprie gambe, senza l’ausilio o i benefici delle tradizioni religiose. Invece proprio con tali tradizioni sceglie di misurarsi il contributo successivo, il quale focalizza l’attenzione su di un testo – le Massime di Alfonso Maria de’ Liguori – considerato da molti come un’opera rappresentativa della tendenza antilluminista cattolica. A dispetto di ciò, in esso vengono enucleati, compiendo uno sguardo panoramico, lumi preziosi anche per l’oggi, cogliendo vari piani di lettura, raggiungendo proprio i livelli più densi e perciò più abissali custoditi dal testo, come quando si parla di salvezza, abbandonando drasticamente ogni possibile connotazione giuridica o retributiva, per toccare il cuore dell’esperienza di fede, vale a dire il puro dono.

Come al solito, alcuni versi inframmezzano gli interventi e la sezione dedicata alle schede librarie (si tratta in questo caso di alcune dense considerazioni sull’uscita di un volume dedicato al dialogo tra cristianesimo e buddhismo) completano il tutto, invitando alla lettura.

Federico Battistutta