Jiso Forzani
Quanto segue è il discorso letto dall’autore in occasione dell’apertura del corso di laurea specialistica in Antropologia ed epistemologia delle religioni, presso la facoltà di Sociologia all’Università “Carlo Bo” di Urbino.
Una pericolosa deriva Si può fare ancora qualcosa per disinnescare la bomba a orologeria che ticchetta in sottofondo alle dichiarazioni che, da più parti, certificano un’epocale scontro di civiltà in atto? Scontro che, viste le attuali possibilità tecnologiche distruttive, rischierebbe di condurre non tanto al prevalere di una civiltà sull’altra, ma al trionfo dell’inciviltà e della barbarie?
La domanda ha un che di surreale, posta così in un contesto che invece appare tutto sommato pacifico, normale. Le nostre vite collettive scorrono relativamente tranquille, noi, democratico benestante tollerante occidente europeo, continuiamo a sperimentare un periodo storico che ha festeggiato l’inusitato genetliaco di sessantanni di pace ininterrotta. E’ vero, a due ore di volo in direzione sud e sud-est ci sono almeno due guerre cruente (in Israele e in Iraq) in atto, dall’altra parte dell’Adriatico la pace è una coltre di cenere su braci ancora rosse di sangue e di fuoco, più a sud ancora e più a est, in Africa e in Asia, si consumano collettive tragedie, ignorate dalla nostra pigra eurocentrica attenzione ma letali per milioni di esseri umani, e si attizzano odi e si affilano armi tremende… Ma, in rapporto all’effettivo scorrere delle nostre vite quotidiane, la guerra, le guerre, sembrano più che altro materiale televisivo, corollario spettacolare alle nostre pacifiche cene borghesi: ma dov’è mai la guerra, fra avveniristici spot pubblicitari che magnificano un mondo di cuccagna, di oggetti di lusso, di donne ammiccanti e golosità precotte, tutto a rate, a portata, che basta allungare la mano…Che assurdità è mai parlare di guerra imminente, o addirittura in atto, come sempre più spesso accade di sentir dire, con stupefacente nonchalance, da opinion maker e maître à penser alla moda (ora che siamo in guerra, diceva l’altro ieri con la massima naturalezza un famoso conduttore di una famosa trasmissione televisiva di tendenza)?
In realtà, non credo ci sia nessuno scontro di civiltà, né in atto né alle porte. Non vedo, nel panorama mondiale, civiltà contrapposte, portatrici di valori antitetici o comunque irrimediabilmente alieni gli uni agli altri, che si fronteggiano. Avrebbe senso parlare di scontro di civiltà qualora ci fossero, una di fronte all’altra, visioni radicalmente e strutturalmente diverse, visioni diverse di mondi diversi, con prospettive ed esiti diversi. Ma non di questo si tratta, anzi. C’è al contrario un’uniformità di veduta d’insieme, un’identità di concezione di fondo del vivere, un’omogeneità di prospettiva che coinvolge tutti gli attori del processo di civilizzazione del mondo. Certo, ci sono ancora in giro fautori della supremazia di un’etnia su di un’altra, ci sono cultori dell’apartheid razzista, culturale, religioso, ci sono spinte centrifughe del tutto prevedibili quando la forza centripeta si fa potente e prepotente e il centro verso cui attira appare lontano da dove noi siamo…. Ma tutto questo non ha niente a che fare con lo scontro di civiltà, sconsideratamente evocato. Davvero qualcuno pensa che movimenti, quale che sia la loro matrice e la loro momentanea consistenza quantitativa, che hanno nel terrorismo la loro unica (o quasi) manifestazione “politica”, siano portatori di valori, culturali, sociali, antropologici tali da poter essere definiti nel loro insieme “una civiltà”? Dare dignità di “civiltà” a queste manifestazioni è un gioco estremamente pericoloso, oltre che segno di pochissima stima e fiducia nel concetto stesso di civiltà.
Il vero problema contemporaneo è un’equa distribuzione del benessere (economico, culturale, fisico) fra la popolazione del mondo, non il fatto che si trovino di fronte, l’una contro l’altra, differenti concezioni del vivere e del morire, irriducibili l’una all’altra. Mi pare invece che lo scontro di civiltà sia più che altro nei voti di apprendisti stregoni di ogni parte, che alimentano ad arte tensioni certo presenti ma che non hanno lo status di scontro fra contrapposte visioni del mondo.
C’è, in questo evocare lo scontro, una paura del nuovo, una coazione a ripetere, che deriva in gran parte dalla paura di riconoscere i mutamenti della propria identità, più che dalla minaccia ad essa portata da identità altrui. Sarebbe necessario uno sforzo di tutt’altro genere, che non ripetere schemi vecchi di secoli. Il malessere che il benessere ci procura dovrebbe portare a ben altre riflessioni che non allo stantio e mortifero “si vis pacem, para bellum”. Ora che la pace l’abbiamo, instabile e traballante come le gambe di un convalescente, ma pur sempre in cammino - se continuiamo a preparare la guerra finiremo senz’altro per farla: anche perché quella la sappiamo fare, mentre la pace la stiamo appena imparando.
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Scontro e/o incontro Lo sforzo che sarebbe necessario non è dunque quello di prepararsi a lunghi, sanguinosi, devastanti scontri contro nemici non ben definiti, ubiqui, spesso aleatori, ma quello di prendere atto che quella che stiamo vivendo è una realtà di incontro – incontro con noi stessi (cioè con i mutamenti della nostra identità) e con gli altri, cioè con le differenze che sono le sfaccettature della medesima identità umana. In altre parole, dovremmo prepararci a vivere l’incontro, non lo scontro, dovremmo prepararci alla pace, non alla guerra. E prepararsi alla pace è molto più impegnativo che prepararsi alla guerra. Più impegnativo non perché sia più faticoso, più costoso, più sacrificante la pace della guerra, anzi: ma perché la preparazione alla pace implica un impegno individuale, una responsabilità personale diretta che si riversa sul piano collettivo, mentre la preparazione alla guerra è un coinvolgimento collettivo, una suggestione di gruppo, che non responsabilizza direttamente l’individuo ma gli ricade addosso quando poi la guerra è in atto. E’ molto più facile, per demagoghi, apprendisti stregoni, maître à penser di professione eccitare la sensibilità collettiva che rivolgersi alla coscienza individuale – è più facile giocare alla guerra che alla pace, non solo fra bambini ma anche fra adulti.
Credo valga la pena di riflettere su questa considerazione abbastanza ovvia, e propongo di prendere in esame un aspetto, cui prima accennavo, che non mi pare venga tenuto nel dovuto conto con la lucidità e il disincanto che meriterebbe: il malessere che il benessere ci procura. Noi, esseri umani, mentre abbiamo nei secoli dimostrato di eccellere nel gestire emergenze, disastri, penurie e tragedie di ogni entità e genere, sia quelle da noi stessi inflitte a noi stessi che quelle elargite da madre natura, sembriamo inetti a gestire la normalità, il benessere, la salute, la pace, che pur diciamo di desiderare sopra ogni cosa. E’ come se fossimo più adatti a trovar senso alla vita quando la vita è a repentaglio che non quando scorre piana e gradita. Ciò sembra valere a vari livelli dell’umana esperienza, individuale, famigliare, sociale. Viviamo dentro a questo paradosso: proprio mentre coltiviamo gli obbiettivi di appianare gli ostacoli, alimentare il senso di sicurezza, ampliare i limiti, siamo poi molto più vivaci e creativi quando il sentiero è irto di ostacoli, quando il limite incombe, quando il pericolo si fa visibile. Perciò, in tempi di pace lunga, di acquisito e assai generalizzato benessere, di aumento della durata della vita e diminuzione delle grandi malattie epidemiche mortali e delle grandi sperequazioni sociali, di generalizzata diffusione dell’istruzione, di partecipazione democratica alla gestione del potere, perlomeno in termini di delega ….. spuntano i mali oscuri, la perdita di senso e di valori, il nichilismo, la chiusura mentale e l’egoismo… Indice evidente di questa situazione è la diminuzione della natalità, diffusa in tutte le terre del benessere: peggiori sono le condizioni di vita e più alto è il tasso di natalità, migliori sono e più è basso, al punto che l’inverso tasso di mortalità infantile non compensa la sperequazione: i derelitti tendono alla crescita, i benestanti all’estinzione.
Sembra esserci insomma una sorta di incapacità a gestire il benessere, non so se per mancanza di allenamento (veniamo comunque da millenni di privazioni e di guerre) o per inettitudine genetica.
Accenno a questa problematica, come considerazione di fondo da verificare e su cui riflettere. Ritengo comunque che non siamo in presenza di uno scontro di civiltà bensì di fronte a un’alternativa fra due opposte direzioni che la civiltà può prendere – una, che dà corpo allo scontro di civiltà e conduce alla guerra preventiva e dunque permanente, l’altra che non crede allo scontro di civiltà ma all’incontro di differenti modi di vivere l’unica realtà umana e civile, e ha come presupposto e come esito la pace preventiva e dunque permanente.
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Quale concezione di civiltà La dimostrazione che non c’è in atto nessuno scontro di civiltà sta nella constatazione che un unico orientamento domina, tutto sommato, da occidente a oriente, da nord a sud. C’è, in definitiva, un’uniformità di veduta d’insieme, che si riflette nei discorsi socio-politici riportati dai media: in tutti i paesi del mondo, tanto le forze di governo che quelle di opposizione, sembrano perseguire, magari con metodi diversi fino a essere opposti, un solo obbiettivo: la crescita economica, progressiva, ininterrotta, perenne. “Crescita” è la parola d’ordine, il mantra salvifico: e nessuno si sottrae al suo fascino. Da questo punto di vista, servirebbe davvero uno scontro di civiltà: non certo in senso bellico, intendo, ma un confronto fra diverse concezioni del mondo. Sarebbe auspicabile che qualcuno, fra coloro che prendono poi davvero le decisioni e non solo fra gli intellettuali illuminati che tutti stanno a sentire e nessuno ascolta, si levasse a mettere in dubbio che la crescita perenne sia in sé l’obbiettivo della civiltà mondiale. Non solo chiamando in causa l’insostenibilità della crescita continua, cosa che qualche Cassandra si perita peraltro di fare: ma Cassandra è condannata a non convincere mai nessuno, perché il suo è un discorso solo in negativo. Non basta lo spauracchio di catastrofi più probabili ma non visibili a occhio nudo, per convincere i seguaci del dio profitto e della dea crescita a cambiare fede: alla resa dei conti i detentori del potere sembrano il più delle volte preferire la logica del “après moi le déluge” piuttosto che convertirsi a una lungimiranza che comporta una metanoia, una conversione globale.
Non si tratta, infatti, io credo, di convincersi a invertire la rotta, perché altrimenti l’impatto con l’iceberg sarà inevitabile e devastante. Né di tornare alle età dell’oro che in realtà non hanno mai luccicato come si vuole credere – e poi, indietro non si torna. Né di demonizzare il progresso in quanto tale. Si tratta invece di prendere atto che questo modo di perseguire il benessere è fonte di malessere, perché è un benessere fittizio, precario, sottile come una pellicola di ghiaccio, per restare alla gelida metafora. Un benessere basato sulla moltiplicazione all’infinito del desiderio e sul possesso, che ha in sé i germi dell’insoddisfazione e del conflitto, che ingenera frustrazione e invidia, che si alimenta anche del malessere altrui, che va, in ultima istanza, difeso con le armi. Il vero benessere, al contrario, non può essere disgiunto dalla pace. E una pace che va difesa con la guerra non è vera pace, al massimo è una vittoria provvisoria, un armistizio.
Questo è il punto qualificante, la svolta epocale. Si tratta di passare da una civiltà della guerra a una civiltà della pace. Tutto ciò cui assistiamo oggi e a cui in fondo abbiamo assistito negli ultimi seimila anni (tutta la cosiddetta storia) non è stato che una dialettica interna alla logica della guerra, alla civiltà della guerra. Anche il pacifismo oggi sbandierato nei cortei, per le sue caratteristiche di contrapposizione, di parzialità, di schieramento è in larga misura un fenomeno interno alla logica del conflitto.
La metanoia che la realtà oggi ci richiede, tanto individualmente che collettivamente, è la conversione dalla guerra alla pace. Come accennavo prima, la pace procede dall’individuo, è innanzitutto atteggiamento e modo di vivere individuale che si comunica da persona a persona, si trasmette come i cerchi nell’acqua. Questo è il motivo per cui si può credere nella pace, contro ogni ragionevolezza.
Ricordo a questo proposito, che quando ero in età di servizio militare, l’obiezione di coscienza era un reato gravissimo, punito con cinque anni di carcere duro in una prigione militare, a Gaeta o a Peschiera. In quegli anni, non poi così lontani (seconda metà anni ’60) gli unici o quasi a obiettare erano i Testimoni di Geova, nell’indifferenza se non nella diffidenza generale, ivi comprese le gerarchie cattoliche. Piuttosto che sostenere un comportamento di pace, che comportava un impegno diretto, personale, inequivocabile, chiunque fosse a praticarlo, si preferiva la logica di appartenenza, l’identità di gruppo rispetto all’identità di scelta: questo è un esempio di ciò che intendo con logica di guerra. Era, in fondo, una mancanza di fede – appariva del tutto irragionevole, una causa persa, sostenere la prassi di qualche sperduto singolo individuo, per di più testimone di una religiosità sospetta e concorrente, di fronte alla mole di interessi politici, culturali, economici, militari a sostegno della coscrizione obbligatoria. Trent’anni dopo, un battito di ciglia del tempo, la figura dell’obiettore era comunemente accettata da tutti, militari compresi – la realtà si è dimostrata ancora una volta non ragionevole – o meglio, l’invisibile (su cui non si può ragionare) si è fatto visibile. Mi piace qui ricordare un’espressione di Raimon Panikkar, uno dei profeti contemporanei della conversione da una cultura di guerra a una cultura di pace: la speranza non sta nel futuro, ma nell’invisibile – non certo inteso come qualcosa di misterioso, esoterico, occulto, ma come la certezza dell’impensabile che si avvera nella nostra relazione con la realtà – se viviamo la pace, c’è la pace.
Qui risiede la funzione della religione e qui poggia il discorso del disarmo.
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A che serve la religione Sono ancora debitore a Panikkar di molti spunti in questa direzione. Nel suo libro Pace e disarmo culturale scrive: Per ‘disarmo culturale’ io intendo l’abbandono delle trincee nelle quali si è barricata la cultura ‘moderna’ di origine occidentale che considera acquisiti e non negoziabili valori come il progresso, la tecnologia, la scienza la democrazia, il mercato economico mondiale, nonché le grandi organizzazioni sopranazionali. Si comprende quindi perché l’espressione non è fuori luogo. Il disarmo rende vulnerabili e deve essere realizzato a poco a poco, ma è condizione essenziale per poter stabilire un dialogo in condizioni di parità con tutte le culture della terra. Ci si deve rendere conto che il dialogo, dal quale tanto ci si aspetta, è assolutamente impossibile se non si parte da condizioni di uguaglianza. E’ persino vergognoso parlare di dialogo a che sta morendo di fame, a chi è stato privato della dignità umana o a chi neppure sa di che cosa si sta parlando, perché la sofferenza o la diversa cultura lo mette nell’incapacità di capirlo. E’ opportuno insistere su questo punto. Con ‘disarmo culturale’ o ‘disarmo della cultura moderna’ intendo alludere a un cambiamento radicale del mito predominante dell’umanità contemporanea, di quella parte dell’umanità che più alza la voce, che è più influente, ricca e che regge i destini della politica. Non è questo un lavoro né di tipo giornalistico né tantomeno storico. Il nostro punto di riferimento non è la politica di cui si legge sui giornali e nemmeno la coscienza storica, dato che ciò che si mette in discussione è il mito stesso della storia. Si può pensare che ciò che propongo sia un’utopia. Può darsi; però più che il valore delle utopie in questo caso bisogna tenere presente che l’alternativa è la catastrofe umana e planetaria.[1]
Ma non è questione di utopia, perché non si tratta di realizzare una società ideale, un mondo perfetto, una civiltà definitivamente felice. Il disarmo non è il punto di arrivo della pacificazione alla fine dell’ultima guerra, è il prerequisito, la precondizione della pace.
Per questo penso si debba parlare di disarmo religioso, piuttosto o quantomeno prima di parlare di disarmo culturale – perché solo il disarmo religioso può essere lo stimolo e la traccia, il coefficiente di fattibilità del disarmo culturale che attua la pace. Le culture non hanno il disarmo nel loro bagaglio genetico, anzi, per potersi affermare come portatrici di senso e di valori sono semmai indirizzate a dimostrare la propria vitalità attraverso il conflitto. In particolare la cultura oggi dominante, che alimenta il mito di essere portatrice di valori universali e ottimali, e che giustifica dunque la propria aggressività come mezzo per portare l’annuncio e la diffusione di quei valori fino ai confini del mondo, per il bene di tutti. Non si può dunque chiedere alla cultura (a nessuna cultura) di disarmare, facendo appello solo a se stessa; né la paura della catastrofe può essere un deterrente sufficiente: lo è soltanto quando già la catastrofe è irreversibilmente in atto, come insegna la storia.
Per comprendere il valore e la necessità del disarmo, bisogna attingere a un’altra visione del mondo, a una visione che abbia la stoffa del disarmo. La religione è il solo ambito umano in cui il disarmo sia la norma: ecco perché di disarmo religioso credo sia più appropriato e proficuo parlare.
Intendo dire che la religione, nel suo aspetto più intimo, peculiare e essenziale, è in sé disarmo, resa incondizionata, unilaterale – non però al nemico, al vincitore, al più forte, dopo la sconfitta. Quale che sia il riferimento “ultimo” di una fede (Dio, Nulla, Cosmo, Natura, Assenza o non attribuzione di riferimento ultimo…) il dato che caratterizza il fenomeno religioso è proprio l’abbandono incondizionato a “quella realtà” – tutte le religioni sembrano concordare almeno su questo punto.
Ora, se questo disarmo è solo un atteggiamento interiore, intimistico, che non ha però riscontro nel comportamento pubblico, sociale dell’individuo, allora l’uomo diviene alienato, scinde la realtà in due ambiti (privato e pubblico – religioso e sociale) ed è già in un’atmosfera di conflitto (perlomeno interiore). Se invece è l’impronta di tutto il comportamento umano, dentro e fuori di sé, allora il disarmo religioso diviene il parametro del disarmo culturale, economico, militare…. il parametro di una cultura di pace.
Credo che questa sia la peculiarità della religione, ciò che contraddistingue il fenomeno religioso: la religione ci indica un percorso e ci dimostra un’esperienza in cui il disarmo non è il segno della sconfitta, l’umiliazione del vinto e l’imposizione del vincitore, ma una scelta di vita e di libertà, la finestra su un modo nuovo di concepire se stessi e la relazione con gli altri.
Oltretutto la religione (qui, le religioni) ad altro non serve: tutto il resto, la cura del mondo, l’avventura del pensiero, la relazione fra gli esseri, la scoperta del vecchio e del nuovo, conviene lasciarlo alle varie discipline delle tante culture umane. Che di queste materie pretenda occuparsene la religione è solo il segno della cattiva coscienza dei religiosi e della loro radicale sfiducia nell’uomo.
Il carisma della religione (di nuovo, delle religioni) è il tutt’altro dal mondo: non perché ci sia un altro mondo, ma perché la religione è la funzione non mondana nel mondo. Questo e nient’altro le religioni raccontano.
Mi limito a citare qui due riferimenti tradizionali religiosi che mi sono famigliari. In un testo buddista del XIII secolo, troviamo la seguente descrizione della Via che Buddha ha indicato nel percorrerla: “Apprendere la Via di Buddha è apprendere se stessi – apprendere se stessi è dimenticare se stessi – dimenticare se stessi è essere inverati da tutte le cose – essere inverati da tutte le cose è libertà nell’abbandono di sé e di altro da sé”. Sono molte le implicazioni di questa espressione, ma per quello che interessa il nostro tema essa ci dice che è esattamente nel disarmo, nell’abbandono della rivendicazione di un’identità separata che si rivela la nostra autentica identità e si avvera l’incontro fra sé e altro da sé che è costitutivo di tutta la realtà.
L’indicazione evangelica “Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” non è certo un invito a farsi mangiare, a farsi vittime sacrificali, a diventare facile preda dei violenti per esorcizzare la violenza – se così fosse in breve tempo non resterebbero che lupi pronti a sbranarsi fra loro. E’ invece l’indicazione di un modo di fare inconcepibile, perché non può essere un pensiero a sostenerlo, è la testimonianza di una possibilità inaudita, perché tutta la storia va in direzione opposta: ma è l’unico segno possibile e inequivocabile di pace. “Il tema della pace, scrive ancora Panikkar, è una sfida alla logica e alla storia. Ma né la logica né la storia costituiscono l’intera realtà”.
Entrambe le espressioni, quella buddista e quella cristiana, indicano chiaramente il cuore dell’atteggiamento religioso. E questo, io credo, dovrebbe essere il contributo della religione alla vicenda umana, dischiudendo le porte alla speranza concreta della pace.
[1] Raimon Panikkar, Pace e disarmo culturale, Milano, Rizzoli, 2003, p.58.






