• La spiritualità nordica e mediterranea delle Massime eterne di Alfonso Maria de’ Liguori

Dario Rivarossa

Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Ha del fenomenale come i santi cristiani, per quanto oscura potesse essere la loro epoca, per quanto fossero olimpionici i loro limiti personali, per quanto dozzinali i loro pregiudizi, riescano sempre a colpire per la sottigliezza, la profondità, l’intelligenza dei loro scritti.

Un caso discretamente clamoroso è dato dalle Massime eterne di Alfonso Maria de’ Liguori. Che cosa si potrebbe pensare di più devozionistico, di più sentimentaloide, di più grandguignolesco di quest’opera, best-seller della spiritualità antilluminista cattolica?

“Considera”, ci viene consigliato, “come nell’ora della morte ti troverai steso in un letto… Ti sentirai la testa addolorata, gli occhi oscurati, la lingua arsa, le fauci chiuse, il petto aggravato, il sangue gelato, la carne consumata, il cuore trafitto. Lascerai ogni cosa, e povero e nudo sarai gettato a marcire in una fossa. Qui i vermi e i sorci ti roderanno tutte le carni, e di te non resterà che quattro ossa spolpate, ed un po’ di polvere fetente, e niente più”.

Considera come l’inferno è una prigione infelicissima piena di fuoco; in questo fuoco sono sommersi i dannati, avendo un abisso di fuoco di sopra, d’intorno, di sotto. Fuoco negli occhi, fuoco nella bocca, fuoco per tutto”.

Eppure, considera – ehm, prova a superare il primo impatto, non lasciarti spaventare dalle fiamme dell’inferno, non ritrarti inorridito di fronte alla prospettiva di finire cadavere, non sentirti oppresso sotto il peso dell’onnipresente peccato, e ti troverai davanti a squarci di una freschezza sorprendente.

Liguori

Neppure troppo ortodossi, a dire il vero. Per esempio, non è affatto scontato che sant’Alfonso, per incitare alla venerazione della Croce, citi le “rivelazioni private” delle mistiche nordiche, visionarie che aggiunsero al racconto del Vangelo numerose varianti a scopo non solo decorativo. Basti pensare che proprio da queste fantasie estreme derivano le scene più raccapriccianti del film La Passione di Mel Gibson.Ebbene, con simulato candore il de’ Liguori ha dato materiale scottante in mano alle legioni di vecchierelle, e non, che nei secoli si sono formate sulle sue Massime eterne.

Tuttavia l’intento non è crassamente sensazionalistico. Far presa sull’immaginazione dei lettori è solo lo scopo più superficiale, ma Alfonso ha pretese ben maggiori che trasformare la parola di Dio in una specie di soap-opera.

Dietro la facciata un po’ roboante, il volumetto è composto con una notevole cura letteraria, tessendo insieme sia espressioni concise e pregnanti, sia ampie ed eleganti. Scelta non arruffata ma precisa dei sostantivi, degli aggettivi, dei verbi. Cadenza della frase.

Gesù viene definito “un Dio legato”, “re d’amore”, “trattato da pazzo”, “quell’uomo così difformato”. Quest’ultima è una stupenda traduzione della profezia di Isaia 52,14, e dal punto di vista stilistico, nonché concettuale, merita un posto d’onore accanto al “Gesù passionato” coniato da santa Caterina da Siena.

E ancora:

“Uscite ancora voi dal Paradiso, o Serafini, e venite ad accompagnare il vostro Signore”. “Oh belle fiamme d’amore, voi che consumaste la vita di un Dio”. “Mira quell’anima bella, che già sta vicina a lasciar quel sacro corpo”. “Fatemi Voi capire quale amore sia stato l’essere un Dio morto”.

Qui il tema della morte di Dio, pur sotto il segno della tragedia, assume un calore mediterraneo, profondamente diverso dalle cupe atmosfere protestanti, fino a Nietzsche incluso.

Sul piano contenutistico, nella descrizione delle varie sequenze della Passione sant’Alfonso coglie spesso dettagli che sembravano sfuggiti a secoli di esegesi, individuando risvolti inattesi.

Un primo attestato di merito: riesce a non cadere nel razzismo là dove tutta la tradizione lo avrebbe spinto a farlo. La frase con cui gli ebrei commentano la condanna di Gesù, “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”, infatti, non viene interpretata nel senso di una maledizione che il popolo d’Israele avrebbe attirato su di sé, bensì come un’invocazione del sangue salvifico di Cristo.

Il nostro autore è anche uno di quelli che sottolineano in modo più deciso la padronanza spirituale di Gesù, che sarebbe stato in grado di sbaragliare qualunque avversario con la sola forza della mente, e invece decise di far convergere su di sé tutti i mali del mondo per distruggerli in se stesso. “Il nostro amante Redentore… da se stesso diede principio alla sua amarissima passione, col dar licenza al timore, alla mestizia, che venissero a disturbarlo…”. Idee abbastanza diffuse tra i Padri e i teologi medievali, ma in epoca moderna riprese soprattutto da personaggi semi-eretici come Tommaso Campanella e Hannah Hurnard.

Un gioiello è il capitolo II della Meditazione per il lunedì. Il santo si interroga sull’angoscia provata da Gesù nel Getsemani; che cosa la provocò? La paura della sofferenza fisica? No, qualcosa di peggio.

“Si aggiunge allora a tormentare l’afflitto Signore una grande mestizia, onde Egli giunse a dire che quella bastava a dargli morte: Tristis est anima mea usque ad mortem (Marc. 14). Ma Signore, dalla morte che vi apparecchiano gli uomini, a Voi sta liberarvi se vi piace, perché v’affliggete? Ah, che non tanto furono i tormenti della passione, quanto i nostri peccati che così afflissero il cuore del nostro Salvatore. Egli per togliere i peccati era venuto in terra, ma vedendo poi che con tutta la sua passione, pure si sarebbero commesse tante scellerataggini nel mondo, questa fu la pena che prima di morire lo ridusse a morte… Sì, perché Gesù allora si vide innanzi tutti i peccati che commessi avrebbero gli uomini dopo la sua morte; tutti gli odii, disonestà…”.

Il Cristo ha la percezione, per un attimo tremendo, che tutta la sua opera sarà inutile. Il mondo non cambierà. Dov’è la redenzione? Viene anticipato fin da ora il grido: “Dio mio, Dio mio, a che scopo mi hai abbandonato?”.

Chi ha occasione di scambiare spesso con la gente discorsi sul Vangelo, sa quanto sia ancora attuale il dubbio lacerante affiorato sulle labbra di sant’Alfonso, e di Gesù.

Di fronte a un simile mistero, esplodono frasi che scardinano il raccoglimento della devozione per aprirsi ai furori della mistica: “Un’anima che crede e pensa alla passione del Signore, è impossibile che l’offenda e che non l’ami, anzi non impazzisca di amore vedendo Dio quasi impazzito per amor nostro”. Fin qui, si sentono ancora gli echi di santa Caterina da Siena; ma probabilmente nessun altro, a parte Alfonso, ha mai avuto il coraggio di spingersi oltre e affermare: “Bisognerebbe che un altro Dio morisse per Voi, per compensare l’amore che ci avete portato a morire per noi”. Non esistono parole adeguate per approfondire quest’intuizione di un Dio che muore per Gesù, per contraccambiare il suo sacrificio a favore dell’umanità.

Raggiungendo i livelli più densi, più abissali, perciò più eterni delle Massime, il concetto di salvezza abbandona l’apparente connotazione giuridica (essere premiati per le proprie opere buone) per arrivare al cuore dell’esperienza di fede, all’estasi del puro dono.

“Salvatemi, Gesù mio, ed il salvarmi sia darmi la grazia di amarvi”.

dario.rivarossa@libero.it