- Luciano Mazzocchi, Delle onde e del mare, Milano, Paoline, 2006

Delle onde e del mare, innanzitutto. Il suono e il movimento del mare compare spesso nelle pagine di questo libro. A volte sono ritmici flutti che s’infrangono sulla costa; o sono onde turbolente che si agitano disordinate, come nel caso delle ‘onde matte’ (doyonami in giapponese) che possono anche nascondere tranelli e pericoli mortali; altre volte ancora sono i tifoni che travolgono tutto quanto si para innanzi. Il luogo in cui accadono le vicende narrate è un’isola del sol levante, per essere più precisi una piccola isola dell’arcipelago giapponese, Tanegashima, che difficilmente riusciremo a scorgere consultando le pagine di un atlante nostrano.Stiamo parlando dell’ultimo lavoro di Luciano Mazzocchi, in cui il lettore può trovare condensate sotto forma di racconto la riflessione e l’elaborazione che da diversi anni l’autore sta conducendo sull’incontro tra la religione cattolica e il buddhismo zen. In contemporanea segnaliamo pure l’uscita del secondo volume de Il Vangelo secondo Matteo e lo zen (Bologna, EDB, 2006), scritto da p. Luciano insieme a Mauricio Y. Marassi: si tratta di una serie di meditazioni compiute sui brani non utilizzati nelle feste liturgiche. Ma immagino che i lettori della nostra rivista già conoscano l’attività divulgativa e missionaria condotta da p. Luciano, per cui senza indugiare oltre entriamo nel merito del volume.
Si diceva che il luogo in cui si sviluppano gli incontri e le riflessioni di padre Marco (nome del protagonista del libro) è una minuscola isola dell’Oriente. In realtà il lettore prima di venire messo in contatto con la realtà del mondo giapponese, molto diversa dalla nostra, è costretto ad effettuare una sosta forzata a Rawalpindi, in Pakistan, dove si svolge un ampio e fondamentale antefatto. Qui il destino fa incontrare al sacerdote italiano un monaco giapponese zen diretto in Italia. I due ben presto fraternizzano e decidono di confrontarsi sui temi per loro più vitali, mettendo per iscritto e senza veli, i sentimenti e i risentimenti che da anni ciascuno aveva accumulato verso la religione dell’altro. Il buddhista individua nel cristianesimo un fondo violento: la glorificazione di Dio comporta una svalutazione dell’esistente, così come la perfezione del pensiero conferma l’inferiorità della natura e della materia. Dal canto suo il sacerdote riconosce assente nella tradizione buddhista ogni esperienza dell’alterità, l’emancipazione dal dolore e dagli attaccamenti si rivela come distacco dalla vita concreta e dalla fitta rete di relazioni fra tutti gli esseri.
Delle due posizioni critiche qui si è operata una sintesi forzosa rispetto ad un discorso più sfumato e soprattutto più articolato che solo la lettura diretta del testo può restituire. E’ utile ribadire che costituisce uno snodo centrale del libro. Ora, tutta questa prima parte del volume, costituita dal contraddittorio tra i due religiosi, è riuscita ad evocare in chi scrive queste note la figura e il procedimento di Nagarjuna, uno dei più importanti pensatori non solo del buddhismo ma di tutto il pensiero orientale. Rispetto ai conflitti di opinioni egli non prendeva parte per nessuna delle due tesi in lotta, assumendo una ‘via di mezzo’ fra negazione e affermazione, confutando ogni tesi senza elaborarne una propria. Siamo qui stellarmente lontani dalle logomachie filosofiche e dai procedimenti dialettici in cui si alternano agonismo e retorica, come la storia del pensiero ci ha abituati, dalla sofistica greca ad oggi. “La vacuità è eliminazione di tutte le opinioni. Coloro per i quali anche la vacuità è un’opinione, questi son detti inguaribili”. (Potremmo qui anche accennare all’apofatismo di alcuni mistici cristiani, i quali sono giunti a riconoscere che l’esercizio strenuo della ragione su questioni ultime può solo approdare all’irrappresentabile, e da qui la decisione di astenersi dal tracciare sagome sull’ultimo, per non commettere atto di prevaricazione). Non a caso i due missionari contendenti a un certo punto divengono consapevoli del fatto che tra le rispettive critiche ve n’è una, identica e tagliente: “ciascuno criticava l’altro di non nutrire vero affetto verso ciò che esiste, distoltovi proprio dalla sua religione” (p.62). Di più: “sotto quel muovere critiche verso la religione dell’altro, in modo sottile si celavano molte critiche verso la propria religione di appartenenza” (p. 76).
Ma il percorso imboccato dal protagonista è differente dalla ‘via di mezzo’, come dalla ‘notte oscura’. Egli, da un lato resta saldo all’interno del solco della propria fede, divenuta oramai ragione di vita; d’altro canto sente di dover dare dovuta ospitalità alle osservazioni critiche del suo interlocutore. Allora quelle parole cessano di colpire e diventano un koan da interpellare nel silenzio, un memento che accompagna il sacerdote nelle difficoltà di ogni giorno. Perché se dialogo religioso non è dotta e arguta discettazione per addetti ai lavori - come ben emerge dalle pagine del libro - può divenire incontro tra persone vive attraverso le domande vive che emergono dal nudo fatto di esistere. Con le misurate parole dell’autore: “La religione, quella seria, è bersagliata dagli strali del dubbio e dalla critica di chi la ricerca in modo serio; è invece palliativo dell’adulazione di chi la usa per coprire la propria mediocrità” (p.76).
E come le onde affiorano e s’increspano sulla superficie del mare, così diversi interrogativi attraversano la mente del protagonista. Qui ne offriamo un parziale florilegio. Alcuni riguardano la storia della Chiesa, con la persecuzione di ricercatori accusati come eretici: è il caso di Giordano Bruno (“il loro crimine: quello di aver pensato, penetrato nelle falde del mistero per trarne una goccia d’acqua dissetante”, p. 108) o di Galileo (“alti prelati della Chiesa avevano proibito a Galileo di perlustrare il cielo, al fine di non scoprire ampiezze più ampie dei dogmi già definiti”, p. 185). Vi sono considerazioni che toccano argomenti dottrinari, ad esempio la sopravvivenza dell’anima post mortem (“anche la mia anima di prete missionario non sussulta al sogno di vivere per sempre. Sento così autentico questo arco di esistenza che mi è stato dato, tutto gratuitamente, che non chiedo qualcosa di più”, p. 354). Altre riflessioni propongono una diversa apertura alla sensibilità religiosa di molte culture extraeuropee (“il termine politeismo che i cristiani affibbiano al culto religioso di tanti popoli asiatici e africani, gli risuonava come frettoloso e convenzionale, e perfino un po’ malizioso”, p. 161). Ma un ruolo particolare riveste il buddhismo zen incontrato in Giappone (“Sedendo in zazen, lasciando che il proprio pensiero si posi sul fondo del non pensiero, padre Marco percepiva che il bagaglio dottrinale della sua fede cristiana poggiava su quel silenzio”, p. 187).
E sul rapporto cristianesimo e zen si condensa buona parte della conclusione del libro. Partendo dal riconoscimento che il carisma dello zen e quello del cristianesimo sono differenti, riconoscendo al contempo che tali differenze non significano negazione di una tradizione religiosa da parte dell’altra, l’autore fa dire al protagonista che tali doni, nel contesto attuale, sono i più preziosi da offrire alla ricerca di senso da parte dell’uomo, precisando che da un lato “il carisma dello Zen è la vivida e feconda memoria dell’origine, quindi del puro nulla da cui proveniamo” (p. 334), dall’altro “il carisma cristiano è la vivida speranza della meta, ossia dell’eschaton nel Regno di Dio” (ibid.). Allora il fertile incontro fra i due, senza creare confusioni o sincretismi, potrebbe costituire una preziosa integrazione e un servizio all’umanità, oltre ad essere una propizia occasione di rinnovamento per le due antiche religioni. Questo, in breve, ci sembra essere il succo della conclusione del libro di p. Luciano. Chiudendo questa scheda, vogliamo provare a dare un piccolo contributo alla discussione che ci auguriamo l’uscita di questo volume riuscirà a suscitare. Lo facciamo partendo proprio dalle considerazioni testé riportate, soffermandoci su questioni che paiono aperte e che dunque invitano a un confronto partecipe, ricordando che il valore di un libro sta soprattutto nella capacità di destare domande nel lettore.
Ora, fondare il dialogo tra cristianesimo e zen sull’integrazione degli aspetti caratterizzanti i due ambiti risponde, fra le altre cose, ad un’indubbia esigenza di riduzione della complessità insita nella fisionomia stessa del dialogo religioso. Ma, a questo proposito, avanziamo una domanda: sostenere che le qualità proprie del cristianesimo siano l’annuncio e la parola, mentre per lo zen lo sono la ricerca del silenzio e dell’armonia, non pone più questioni di quante apparentemente ne risolva? Per dirne una: se il pensiero è connotazione specifica dell’occidente e del cristianesimo dove collochiamo, giusto per fare qualche nome, Shankara, Nagarjuna e Dogen? E se il silenzio è un tratto specifico dell’oriente cosa ne facciamo, per fare anche qui qualche nome a caso, dell’hesychia e dei Padri del deserto, della tradizione trappista e di tutta la mistica apofatica? A chi scrive, che - si badi bene - non possiede altra autorità se non la propria coscienza, piace immaginare che il dialogo religioso, se è veramente dialogo e fino in fondo, non possa che essere l’annuncio di novità profonde e (soprattutto) inedite, le quali, per logica conseguenza, non si possono prefigurare anzitempo, né tanto meno proporre come soluzioni standard. Che davvero si scuotano le fondamenta: qui sta la valenza profetica del dialogo religioso. Questi, brevemente, sono gli argomenti del libro che volentieri discuteremmo con p. Luciano. E tale abbondare di parole non ha altra intenzione che far percepire che ci troviamo innanzi a un testo di spessore, che merita essere letto e su cui riflettere, il cui valore risiede, prima di qualsivoglia considerazione, nell’intensità e nell’energia che l’autore sa trasmettere pagina dopo pagina.
Per finire: ci piace vedere il dialogo tra cristianesimo e buddhismo come tassello indispensabile di un più vasto e variopinto mosaico costituito dal dialogo delle culture e delle religioni. Tornando alla prima parte del libro, vediamo i due missionari discutere in terra musulmana (sono in Pakistan, ricordate?) e mentre parlano, anche noi lettori udiamo i fedeli del luogo recarsi i moschea per le prostrazioni quotidiane, richiamati dal muezzin. Ecco, piace immaginare ancora che questo dialogo si allarghi, rivolgendosi a chiunque ha orecchie per udire e parole da pronunciare, senza accampare primogeniture di sorta, accogliendo l’invito che fu anche del mistico persiano Rumi:
“Vieni, vieni, chiunque tu sia sognatore, devoto, vagabondo poco importa.La nostra non è una carovana di disperazione, vieni, anche se hai rotto i tuoi voti mille volte. Vieni, vieni nonostante tutto, vieni.”
Federico Battistutta






