Paolo Sacchi
Il vasaio usa una sola argilla per fare i vasi, ma il vaso è caratterizzato dalla sostanza che contiene: allo stesso modo i Tathagata, per via della molteplicità di gusti della varietà degli esseri, parlano di differenza tra i veicoli, anche se solo il veicolo buddhico è quello vero. (Il Sutra del Loto, a cura di Luciana Meazza, Milano, Rizzoli, 2001)
Per quasi un decennio, in Piemonte, si è verificato un fenomeno abbastanza peculiare nel panorama di quello che possiamo chiamare ‘buddhismo di casa nostra’: delegati o semplici praticanti di quasi tutte le tradizioni buddhiste presenti sul territorio, si incontrarono, si conobbero e condivisero l’esperienza, gioiosa o anche fastidiosa a volte, di ‘stare’ insieme. Di realizzare concretamente quella comunione di cuori indipendente dalla divisione, dalla settorialità che le specifiche dottrine, scuole o tradizioni, artatamente sembrano favorire.
Non è questo lo spazio per approfondire il senso storico, antropologico e religioso del manifestarsi di numerose scuole e tradizioni nell’ambito di una corrente culturale quale è ed è stato ciò che comunemente è conosciuto col nome di ‘buddhismo’: qui ci accontentiamo di raccontare una esperienza collettiva originale, che ci ha arricchito, o forse talvolta deluso, ma comunque ha aperto la nostra mente a più ampi panorami di comprensione e di accettazione di noi stessi e dell’altro.
Forse fu lo ‘spirito’ degli anni ‘90, forse l’esigenza di superare i propri limiti individuali e di nicchia attraverso un ritorno al ‘collettivo’: fatto sta che, su idea di alcuni praticanti torinesi, prese corpo una sperimentazione di condivisione di spazi comuni (luogo di pratica).
Ad Alessandria, al ‘Buddadharma Centre’, già all’inizio degli ’90 alcuni praticanti Buddhisti di varie tradizioni (se ben ricordo Zen, Tibetana e Theravada) praticavano le rispettive discipline utilizzando a turno uno stesso locale. Proprio qui, nel 1992 ebbe luogo il primo ‘incontro’ con le finalità di confrontarsi, discutere e condividere la pratica: fu l’avvio di quello che venne chiamato, con echi vagamente sessantotteschi, il ‘Coordinamento (o ‘rete’) interbuddhista’.
A Torino esistevano numerose realtà ove praticare e studiare il Buddhadharma. Tra queste il centro via Alasonatti, ove in un unico, spazioso locale (una sorta di grande appartamento destinato ad uso uffici), nel periodo intercorrente tra il marzo 1994 ed il febbraio 1996 si ritrovavano praticanti delle tradizioni Soto Zen, Rinzai Zen, Theravada (Vipassana) e scuole non legate ad una singola ed esclusiva tradizione, come il ‘MAD’ (meditazione ed azione diretta). Ciascuno nel rispetto della propria tradizione di riferimento, con orari e spazio propri, ma con un confronto continuo dettato dalle necessità che originano da una gestione comune e, soprattutto, da una corrente di interesse, curiosità e simpatia reciproche che si andarono gradualmente affermando e concretizzando anche con momenti di pratica comuni.
C’era un bisogno evidente di conoscere in maniera non puramente teorica l’insegnamento di altre scuole, c’era bisogno di conoscersi per credere che davvero l’unico Veicolo si manifesta sotto forma di veicoli diversi senza peraltro tradire l’essenza del messaggio di Sakyamuni.
Si aprì così la stagione degli ‘incontri interbuddhisti’: dopo i primi consessi tenutisi in Alessandria, già per la verità piuttosto frequentati e vivaci, la cosa prese corpo, venne in un certo senso ‘istituzionalizzata’ sotto forma di convegni scadenzati e coordinati, e si sviluppò prevalentemente nella capitale Piemontese: a turno, secondo la disponibilità delle persone e dei centri di pratica, gli incontri furono programmati e gestiti con scadenza per lo più semestrale, e videro per alcuni anni una partecipazione piena ed appassionata. Praticamente tutte le tradizioni presenti sul territorio Piemontese presero parte almeno a qualche incontro; anche dalla Lombardia, ad un certo punto, si unirono alla iniziativa.
Ciascun incontro incominciava con una seduta di ‘meditazione silenziosa’ collettiva, dopo di che, a turno, i partecipanti che lo desideravano, parlavano cercando di attenersi al tema che veniva proposto di volta in volta. Per qualche anno l’argomento fu essenzialmente quello dei diversi ‘stili’ di pratica, quello delle differenze e identità delle varie tradizioni. Poi subentrarono gradualmente argomenti più ‘realistici’, come la questione economica dei centri di pratica, certi risvolti di politica internazionale (Tibet, ex-Jugoslavia), la questione religiosa nel suo senso istituzionale ecc.
La partecipazione ebbe il suo apice tra la metà e la fine degli anni ’90: gli incontri si tenevano allora con cadenza regolare ed i convenuti erano sempre numerosi. Anche tradizioni notoriamente molto riservate, come la ‘Soka Gakkai’ o ‘Il Buddha della medicina’, aderirono in quel periodo alle iniziative.
Il picco di successo va probabilmente messo in relazione al crescente interesse suscitato dalla crescita organizzativa e dal consolidamento dell’UBI (l’Unione Buddista Italiana, costituita il 17 aprile 1985) ed alla formulazione di un testo comune per le Intese con lo Stato, intese siglate poi nell’anno 2000 durante il governo D’Alema. Soprattutto sembravano lì lì per potersi concretizzare le conseguenti ipotesi e speranze di accesso all’otto per mille delle dichiarazioni dei redditi dei simpatizzanti. Furono occasioni, quelle, durante le quali i rappresentanti delle tradizioni partecipanti cercarono di ridefinire con maggior attenzione la propria specificità, anche cedendo talora alla tentazione di acquisire visibilità mostrando il piumaggio. Chissà se - ci fosse mai stato davvero il ‘tesoretto’ statale da spartirsi - avremmo assistito ad un lesto logorarsi dei buoni rapporti e ad una improvvisa ventata di competitività tra i centri di pratica?! Chissà se l’incontro si sarebbe trasformato in un piccolo, rissoso, italico parlamento?! La benevolenza del Buddha, ci ha risparmiato questa verifica; almeno per ora.
Anche se il dubbio che allora penetrò alcuni di noi permane, le cose andarono altrimenti. Probabilmente la tensione ideale dei primi tempi venne gradualmente consunta dal tempo e dagli umani sentimenti: forse semplicemente furono la stanchezza e la coscienza che in fondo non c’era alcun obiettivo da raggiungere. L’atteso riconoscimento di contributi statali (l’otto per mille citato), non concretizzandosi, finì probabilmente per alimentare sentimenti di frustrazione e delusione in alcuni… Fatto sta che così come era nato, il movimento a poco a poco si esaurì e, all’alba del 2003 ci risulta l’ultima traccia visibile: un foglio diffusione notizie senza più alcuna convocazione o proposta.
In sintesi: nell’arco di un decennio vi furono almeno sedici incontri della durata di mezza/una giornata, in diverse località del Piemonte. A questi incontri parteciparono non di rado oltre 40 persone in rappresentanza di circa 35 centri o gruppi di pratica: altri 8 centri tra Liguria (5) e Lombardia (3) furono a vario titolo interessati pur essendo stata eccezionale la partecipazione di qualche rappresentante.
La tradizione Theravada (Vipassana) è stata rappresentata da 5 diversi gruppi o centri (3 a Torino); la tradizione Vajrayana da 7 (4 a TO); il Chan e lo Zen da 14 (8 a TO); altre scuole, 9 (4 a TO).
Numerose giornate furono dedicate alla esposizione e trattazione di temi vari, quali ad esempio il rapporto tra vita quotidiana e pratica, quello tra maestro e discepolo, oppure la diversità e l’unità degli insegnamenti: l’argomento veniva stabilito a fine seduta e discusso la seduta successiva.
Certamente i rapporti tra praticanti, a Torino e nella Regione, continuarono ad essere cordialmente aperti e le iniziative ‘inter-tradizioni’ furono numerose: da ‘Passi di pace’, la camminata silenziosa che si svolge ogni anno nella prima luna di ottobre; ai gruppi di studio, come quello sul tema della morte che nel 2005-2006 riunì periodicamente praticanti delle due tradizioni Zen e di due tradizioni Tibetane; ai recenti sit-in per la questione Birmana.
E non ultima la pluri-gestione del locale di via S. Antonio da Padova, ove rappresentanti delle tradizioni Zen Rinzai e Soto - cui si sono aggiunti nel giro di circa due anni gruppi di pratica di tradizione Theravada (Vipassana), Chien e Yoga - praticano le rispettive discipline in tempi diversi sotto un unico tetto. E talvolta si incontrano per far festa o per immergersi nel silenzio, scambiandosi inoltre preziose informazioni riguardo ai vari approcci alla Via, ai diversi modi di praticare.
Quello che ci è parso interessante provare a capire, per valutare quella esperienza, è cosa oggi ne sia rimasto: quanto l’avervi partecipato ci abbia cambiati, come singoli e come ‘comunità’ che ‘si riconosce’ pur nel rispetto delle reciproche differenze. Sembra anche interessante capire se questa esperienza storica sia stata poi davvero così originale; se non vi siano stati analoghi percorsi in altre città o regioni del nostro paese, e quali valutazioni fanno di ciò i loro testimoni.
Abbiamo pensato quindi di presentare, per una rilettura e valutazione del percorso Piemontese, cinque interviste a protagonisti di quella stagione, proponendo un ambito di riflessione su questi temi principali:
- da quell’esperienza hai tratto qualcosa? Se sì, in positivo o in negativo?
- la pratica del centro, i rapporti tra praticanti, sono mutati?
- è rimasta, nel concreto, una ‘rete’ (così si chiamava il coordinamento tra gruppi) che favorisce un effettivo interscambio culturale tra le diverse tradizioni Buddhiste?
- hai notizia di esperienze analoghe altrove?
Elsa Bianco, praticante buddista secondo la tradizione tibetana-vajrayana. Referente organizzativo della Rete per la tradizione tibetana. (Elsa Bianco è stata dapprima vicepresidente e in seguito - se ben ricordo, tra il 1996 e il 2000 - presidente dell’UBI. n.d.r.)
1) Il partecipare alla Rete rispondeva pienamente ad una mia esigenza di fondo: quella di fare con una certa continuità una esperienza di Sangha “allargato” che superasse la logica di appartenenza alla propria tradizione e la relazione verticistica Maestro-discepolo.
C’era una atmosfera culturale e spirituale vivace e ricca di iniziative. Si era verso la fine del 1993 e in quel momento storico i tempi furono maturi per esprimere una forma nuova di incontro in cui c’era spazio per ritrovarsi , scambiarsi informazioni, conoscersi meglio sia personalmente e sia come praticanti appartenenti a differenti scuole del buddismo, riflettere su temi comuni e praticare in un momento comune.
Il desiderio di approfondire la dimensione di Sangha di “essere insieme”, di prendere anche rifugio anche nella comunità dei discepoli fu, a mio parere, una grande motivazione che portò -dopo il primo incontro di due giorni svoltosi ad Alessandria che ebbe un buon successo- a strutturare quella che fu chiamata “La Rete Buddhista Piemonte” per tenere in collegamento i vari Centri e gruppi di pratica e di studio del Dharma presenti nella nostra regione. E’ importante sottolineare l’apertura degli incontri anche a praticanti singoli. Pensando a quando accaduto e vissuto nella decina di anni di sviluppo dell’esperienza, ritengo complessivamente che per me abbia rappresentato una buona opportunità servita ad ampliare la visione della ricerca spirituale e della mia pratica buddista.
2) Certamente. Posso affermare che la Rete costituì un fermento che agì non solo sul piano personale ma stimolò dei cambiamenti e una crescita anche a livello di gruppo, pur se è molto difficile valutarli con precisione. In effetti, aiutò ad uscire dalla dimensione unicamente riduttiva del Gruppo, innescò curiosità varie nel conoscere “i vicini di casa”, stimolò sereni e “frizzanti” confronti su tematiche quali: il senso di ritrovarsi, la meditazione, il rapporto maestro- discepolo, diversità e unità degli insegnamenti ecc., permise una corresponsabilità reciproca dei vari Gruppi nell’organizzare e ospitare a rotazione gli incontri.
3) Per quel che conosco dell’area torinese dove vivo, ora esiste “ una rete” non più formalizzata come allora ma che sicuramente contiene anche la “sedimentazione” di quell’esperienza. I numerosi contatti tra gruppi e praticanti singoli per informazioni o varie iniziative oggi avvengono molto spontaneamente e aggiungo in uno spirito di disponibilità e gioiosa collaborazione…. Sto pensando, ad esempio, ai contributi per la compilazione del programma di Torino spiritualità, ad alcune celebrazioni locali della Festa del Vesak, all’iniziativa Passi di Pace, al gruppo di studio interbuddhista che si è ritrovato a lavorare sulla tematica della morte.
Piccoli passi,…ma passi di un cammino che è composto da interconnessioni a più livelli.
4) Ricordo che nei primi anni parteciparono agli incontri della Rete anche dei Gruppi di Milano che successivamente avviarono un processo di contatto e di incontri anche nella loro città. Qualcosa di simile accadde in certa misura anche a Roma. Anche l’Unione Buddhista Italiana lavorò per stimolare i Gruppi a curare una visione di attenzione, di apertura e di incontro nella dimensione locale (crf. Sangha Trimestrale di informazione dell’UBI). Per il presente non possiedo informazioni aggiornate.

Il presente articolo, contenente alcune significative testimonianze, affronta il tema dell’esperienza di dialogo all’interno dei diversi percorsi buddhisti. Nell’immagine, l’attuale Dalai Lama, massima autorità del buddhismo tibetano.
Chiara Dai Shin Grassi, segretaria dell’associazione “Il Cerchio Vuoto” di tradizione Zen Soto






