Jean Baudrillard,
L’illusione dell’immortalità,
Roma, Armando, 2007
Ivan Nicoletto,
Transumananze,
Troina (En), Città Aperta/Servitium, 2008

Con il titolo L’illusione dell’immortalità sono raccolti tre testi del pensatore francese Baudrillard, morto lo scorso anno. La ricerca dell’immortalità - “la nostra fantasia ultima” - che per un lunghissimo arco di tempo è stata di competenza pressoché esclusiva delle religioni, è stata più recentemente consegnata nelle mani del sapere scientifico, ritenuto maggiormente affidabile quanto a risultati. Tale ricerca sta però provocando nella storia della specie umana, secondo lo sguardo disincantato di Baudrillard, più che una rivoluzione epocale, una pericolosa involuzione, che conduce alla perdita della propria intima specificità. Ciò induce l’autore a interrogarsi (e a interrogarci) sull’andamento del cosiddetto progresso scientifico: segue una linea retta, ben visibile, “o procede in senso curvilineo, o a zigzag, tornando indietro verso un’involuzione finale”?

La clonazione a cui la ricerca scientifica è giunta, vale a dire la tecnica di produzione di copie geneticamente identiche di organismi viventi tramite manipolazione, sembra ambire a “ridurre la morte ad una sorta di funzione obsoleta di cui si può fare a meno.” (Sulla morte come devianza, come anomalia impensabile, Baudrillard si è soffermato in un saggio che lo ha reso celebre: Lo scambio simbolico e la morte, uscito nel 1976).

Ma tale clonazione biologica è stata sapientemente anticipata negli anni da una sistematica clonazione mentale, attraverso cui sono state inesorabilmente annullate tutte le differenze culturali e sociali, in direzione di un monopensiero che rende l’uomo interscambiabile. Il risultato che si intravede, anzi la soluzione finale, consiste in una “forma di indifferenziazione, di fotocopie umane e di pensiero unico.”

E’ la fine del reale, il suo sterminio (letteralmente ex terminis), per mezzo del quale ogni individuo e ogni cosa passano oltre la propria fine e le proprie finalità: “non c’è più alcuna realtà, né nessun motivo per essere, né alcuna volontà.” Siamo entrati, senza saperlo, nella dimensione del virtuale, avendo però chiaro che “il virtuale è una forma di soluzione finale della storia e di tutti i conflitti.” E se ci si trova in questo frangente non è perché la realtà ci sta sfuggendo, bensì accade l’esatto contrario: “è l’eccesso di realtà che mette fine alla realtà, proprio come l’eccesso di informazione mette fine all’informazione.”

Se Baudrillard non mostra fiducia verso il sapere tecnico-scientifico, così come verso le forme di pensiero che indulgono al futuro e alle “magnifiche sorti e progressive” della condizione postmoderna, non si aggrappa neppure ad un umanismo che insiste nell’affermare il primato ontologico dell’uomo, inteso come entità data una volta per tutte. Pertanto le questioni poste dalla clonazione e più in generale dalla ricerca scientifica non riguardano l’etica o la bioetica. La sfida, e questo è un leit-motiv che marca il pensiero di Baudrillard, è eminentemente simbolica: “La vita non ‘significa’ nulla, nemmeno la vita umana; sebbene sia preziosa, non è un valore in sé ma una forma, una forma che travalica tutti i valori individuali e collettivi. Oggi, la vita è salvaguardata se è un valore, cioè se ha valore di scambio. Ma se la vita è preziosa è proprio perché non ha valore di scambio – in quanto scambiarla con qualche valore ultimo non è possibile.” Non solo: dinanzi al processo, sempre più evidente, volto a schematizzare e a razionalizzare ogni aspetto della vita, l’appello di Baudrillard non è rivolto a un’opposizione frontale, nel rimpianto e nella difesa del passato, ma nel situarsi in un tipo di pensiero che collabori a mantenere il mondo nella sua tensione enigmatica.

Di questioni affini si occupa il volume di Ivan Nicoletto, Transumananze. Il termine, che con le sue reminescenze dantesche (“Trasumanar significar per verba/ non si poria”) dà il titolo al libro, allude infatti alle possibilità di trascendere i limiti delle consuete possibilità umane: “le nomadi identità moderne sono onde, più che alberi con radici, le nutrono il mare e il vento, non solo la terra, e ogni giorno si rimette tutto in gioco, e nulla si custodisce se non nella trasformazione.”

L’autore si sofferma distesamente su vari temi e stimoli provenienti sia da alcuni percorsi dell’arte contemporanea, sia da alcune forme di pensiero postmoderno, nella consapevolezza che ci troviamo tutti, volenti o nolenti, all’interno di “una concezione evolutiva, relativistica e instabile della vita, animata da processi, mutazioni, accelerazioni, fluire ininterrotto di innovazioni.” All’interno di questo ampio discorso le considerazioni che più invitano a riflettere sono proprio quelle che provano a sistemare la domanda religiosa all’interno delle nuove forme di pensiero. (Ricordo che l’autore è monaco camaldolese).

C’è la ricerca di un rapporto con l’assoluto nella forma di una domanda aperta, che se da un lato provoca, destabilizza e sovverte costantemente gli assunti di partenza su cui ci ostiniamo, dall’altro “avvia un movimento di decostruzione dell’universo religioso come involucro protettivo.” Se mai esiste un luogo della presenza divina, quel luogo è insituabile: “esso è vacante, vuoto, libero da ogni uso e da ogni conoscenza.”

Il tema dell’incarnazione viene qui letto come un cammino effettuato “in un crescendo di espropriazioni da se stesso” e dalle varie identità in cui ci si costituisce (etniche, claniche, religiose).

La prospettiva intravista dall’autore è quella orientata a “un multiverso relazionale, dinamico e discontinuo.” Il riferimento in questo caso va a Raimon Panikkar - autore che “La Stella del Mattino” conosce bene - e alla sua dimensione cosmoteandrica, in cui interagiscono le dimensioni umane, cosmiche e divine. Ma l’autore propone un’ulteriore integrazione, parlando di costellazione caosmoteandrica, riconoscendo che il caos non va percepito come una insidia da evitare, (ne è riconducibile a quella mescolanza di materia e forma da cui il demiurgo platonico traeva gli elementi), ma è l’elemento che caratterizza sempre comunque i processi evolutivi, è riserva infinita e magmatica di cambiamento. (Caosmosi è anche il titolo dell’ultimo libro scritto da un altro pensatore francese contemporaneo, Félix Guattari).

Chiude il libro di Ivan Nicoletto una breve ma pregnante glossa di Jean-Luc Nancy, in cui compare una meditazione sull’espressione “il posto vuoto di Dio”, usata con forza nel corso del libro. La domanda posta è la seguente: se il posto di Dio è costitutivamente vuoto, poiché ciò che chiamiamo Dio non dipende da alcuna sorta di realtà che possa mai occupare un posto, è opportuno chiedersi, giunti a questo punto della riflessione, “se occorre ancora pronunciare questa parola”, ricorrere cioè a un termine che non possiede più né essere né luogo.

Federico Battistutta