![]() | Ilario di Poitiers, Commento al Salmo 118, Milano, Paoline, 2007 |
Ci sono libri che insegnano di più con l’atmosfera che creano, che con le singole parole che contengono. È il caso di questo Commento al Salmo 118 di Ilario di Poitiers, scritto dal vescovo gallico dopo il 360 d.C.
I Padri della Chiesa non avevano l’ossessione di essere originali a ogni costo, e per questo riuscivano a esserlo in modo sottile. Anche Ilario in quest’opera raccoglie a piene mani dalla cultura classica e cristiana precedente, da Cicerone a Origene; quanto c’è di più valido è però il clima di spiritualità che accompagna la lettura. Se ci si ferma al dettaglio, molto spesso il “commento” a un versetto si riduce a poco più di una parafrasi, con citazioni parallele da altri testi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ma, dopo aver percorso pagine e pagine di riflessioni molto lineari, senza eroici furori (che differenza con Origene!), sentiamo che accade qualcosa. Che la lettura è gradevole, è ricca, è profonda, anche se risulta difficile individuare quale singolo punto ci abbia colpito.
Ilario era fatto così. Persona dotta, in un’area geografica culturalmente in decadenza; persona serena, che solo tardi si accorse del ciclone che stava investendo la Chiesa (le collusioni tra potere religioso e potere politico, tramite una diffusione strumentale dell’arianesimo); persona coerente, capace di mediare tra opposte correnti teologiche, di prendere partiti poco fruttuosi, di finire in esilio.
La sua vicenda, in modo a volte evidente, a volte sottile, si è depositata nel Commento al Salmo 118, ispirando una visione della vita tesa verso la trascendenza, ma sempre in modo controllato. Anche i luoghi comuni dell’apologetica, come le polemiche antieretiche o antiebraiche, compaiono in modo stringato, per subito affievolirsi. Alla fin fine l’unico nemico di cui dobbiamo seriamente preoccuparci è quello che ci portiamo dentro. E l’unica ricompensa da attendere è “ciò che occhio mai non vide…”.
Di tutto il volume, di oltre 400 pagine, riportiamo questo ritratto di Gesù (pag. 292): “Colui che solo è senza peccato e sulle cui labbra - unico caso - non vi fu inganno, volle che si ricevesse da lui, quale lezione principale del suo insegnamento, la mansuetudine e l’umiltà, grazie alla quale si sarebbe trovata pace per le anime”.
Dario Rivarossa







