Ignatij Brjančaninov
- Sulle tracce della filocalia
Milano, Paoline, 2006

Nella tradizione cristiana il termine deriva dall’espressione di san Paolo “discernimento degli spiriti”, un carisma che l’apostolo elenca tra quelli presenti nelle comunità da lui fondate. In seguito, i Padri della Chiesa ne hanno continuamente sottolineata non solo l’importanza, ma l’imprescindibilità; il discernimento infatti, in quanto getta luce sulle nostre tendenze profonde, è ancora più importante della Bibbia, perché leggere la Bibbia senza discernimento provoca disastri.
Tuttavia è stato soprattutto l’Oriente cristiano a conservare questo strumento preziosissimo, mentre in Occidente esso è andato smarrito dentro generiche esortazioni alla bontà, all’umiltà, all’obbedienza, ecc. A riportarlo in auge in Occidente è stato un personaggio che, per coincidenza, aveva lo stesso nome di Brjančaninov: sant’Ignazio di Loyola.
Non è questa la sede adatta per esporre gli insegnamenti del grande starec (l’unica sede adatta è la trasmissione maestro-discepolo; è il cuore). Vorremmo però accennare a qualche caso concreto per mostrare come il discernimento spinga a valutare in maniera diversa i più noti maestri del pensiero. Nei confronti di Nietzsche, per esempio, questa chiave di lettura suscita sia orrore per la sua condizione spirituale, sia pietà.
In positivo, invece, emergono due figure di solito ritenute assai controverse: Meister Eckhart e Baruch Spinoza. Partiamo dal secondo. Nel documento emesso contro di lui il 27 luglio 1656 dalla comunità ebraica olandese, Spinoza viene “bandito, scomunicato, maledetto e cacciato” a causa delle “orribili eresie che egli riteneva e insegnava, e del suo inconcepibile agire”… Sulle eresie, al limite, si può dare loro ragione, se confrontiamo la dottrina di Spinoza con quelle correntemente insegnate in sinagoga. Ma l’accusa nei confronti dell’“inconcepibile agire” sfonda il limite del ridicolo, dato che l’esistenza del filosofo dimostrava il contrario.
Se poi osserviamo l’indice della sua Etica, non può non meravigliare la consonanza con la struttura metodologica degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio: la mente, gli affetti, la schiavitù delle passioni, la liberazione e salvezza grazie alla mente, fino alla gloria dei cieli. Viene il sospetto che l’ex gesuita Franz Van den Ende abbia insegnato a Spinoza molto di più del latino.
Quanto a Eckhart, nella bolla di condanna In agro dominico, pubblicata da papa Giovanni XXII il 27 marzo 1329, si accusa il teologo tedesco di essere accecato dal demonio. Il che è falso, perché Eckhart possedeva quanto di meno demoniaco esista: la libertà, anche e soprattutto dalle proprie idee. Tant’è che non ebbe difficoltà a rinunciarvi, come afferma la stessa bolla (che condanna alcune proposizioni di Eckhart, ma non la sua persona).
Ora, Giovanni XXII non è un santo, anzi è uno di quelli che Dante mette più volentieri all’inferno, ma almeno su un punto vede giusto: là dove dice di essere intervenuto d’autorità “perché simili proposizioni non corrompano il cuore della gente semplice”. E non ha torto, Eckhart è infatti quello che Brjančaninov definirebbe un “santo senza esperienza”, un uomo che ha ricevuto in fretta una clamorosa illuminazione, e non si rende conto delle difficoltà di chi deve faticare sulla via della santità. Con il risultato di esporre a chiunque i vertici della vita spirituale, scardinando le fragili certezze dei deboli, creando malintesi che non portano a nessun risultato utile. Spinosa, invece, era più attento alla gradualità del cammino.
Oggi però possiamo – e dovremmo – leggere autori come Eckhart dopo aver meditato e cominciato a mettere in pratica gli insegnamenti di autori come Ignatij Brjančaninov.
Dario Rivarossa






