Federico Battistutta
Siamo giunti al settimo anno di vita. Anche senza essere particolarmente versati nello studio del valore simbolico o archetipico dei numeri è risaputo che il sette è numero denso di richiami, emblema di pienezza e perfezione presso molte civiltà. Se qualcuno ci dicesse che tutto ciò finirà per essere di buon auspicio per “La Stella del Mattino” accoglieremmo in modo garbato, con una vena di ironia forse, tale simpatico augurio.
Entriamo, una volta tanto, direttamente nel vivo di questo nuovo numero, il primo di questo settimo anno.
Potremmo dire che l’anno nuovo è iniziato sotto buoni auspici, infatti a partire da questo numero la rivista inizia a seguire in diretta - per adoperare una felice espressione in uso nel lessico del giornalismo sportivo - lo sviluppo dei lavori riguardanti un recente progetto, quanto mai interessante, nato su iniziativa di Raimon Panikkar: indagare attraverso la testimonianza diretta dei membri di alcune religioni ciò che vi è di universale nei singoli percorsi spirituali e nelle tradizioni che li sostengono. Ebraismo, cristianesimo, islam, induismo, buddismo, taoismo-confucianesimo, religiosità aborigena australiana e religiosità maya, dialogheranno e si confronteranno tra loro. Di questo parla l’intervento che apre il presente numero. Si tratta, come si diceva, di un contributo introduttivo, a cui ne seguiranno altri, permettendo così ai nostri lettori di partecipare a questa importante e unica esperienza.
Un argomento ugualmente vivo e drammaticamente attuale, è quello concernente il territorio della Palestina, punto d’incrocio di tre importanti religioni - ebraismo, cristianesimo e islam - luogo dove il dialogo fatica a svilupparsi e donare i suoi frutti. Il breve scritto di Jacques Derrida che offriamo, uno degli ultimi lasciati dal filosofo francese, si misura con questi temi con la consueta acutezza e profondità. Ricominciare, ricordare, riparare, trasfigurare, affrontare l’irreparabile: sono questi i verbi da coniugare per indirizzarci verso una vera pace, quella pace che non può accontentarsi di una sospensione del conflitto o di qualche accordo provvisorio, per quanto utili questi possano risultare, ma che nasce e si dirige al cuore di ogni cosa.
Confronto tra cristianesimo e buddhismo; ricerca di una religiosità autentica al di fuori di ogni ambito istituzionale dove una mentalità rigida non permette alcun tipo di rinnovamento; cammino religioso personale e ricerca di una dimensione comunitaria; percezione umana della morte e apertura religiosa: questi sono invece i temi su cui ruotano le domande e le risposte tra l’abate zen Koho Watanabe e alcuni interlocutori occidentali. Si tratta di conversazioni schiette e genuine, che non esitano a confrontarsi con questioni spinose per l’essere umano e, ancor di più, per il mondo delle religioni. Le riproponiamo proprio per la vitalità che contengono.
Parimenti vitale, anche se più circoscritto come argomento, è l’intervento che segue. Prendendo come spunto due intense citazioni di Simone Weil e Antonin Artaud - intellettuali francesi di grande sensibilità, vissuti nello stesso periodo -, l’autore dello scritto propone una meditazione laica sul dolore come elemento ineludibile del cammino umano. Non vogliono essere altro che pensieri detti ad alta voce, tutt’altro che risolutivi e sentenziosi, anche se pensati a lungo, in un dialogo costante con la vita.
Tra religione e letteratura, anzi poesia, si colloca l’articolo successivo. Affronta il caso, per nulla isolato, di un intellettuale laico fatalmente attratto dal cristianesimo. E’ il caso di Giovanni Pascoli. Le comuni reminescenze scolastiche ci rammentano che non mancano in diversi versi del poeta riferimenti a echi di campane in lontananza, a chiese e cimiteri con le loro croci, a popolani immersi nella preghiera. Lasciando da parte i componimenti poetici più famosi, l’autore dell’articolo presenta e commenta alcuni versi, sapientemente colti all’interno della vastissima produzione del Pascoli, rendendoci presente la personale tensione religiosa del grande poeta.
Infine, dopo un lungo periodo di pausa, riproponiamo la sezione dedicata ai racconti, offrendo, lo diciamo senza esagerazione, un piccolo gioiello appartenente al genere fantascientifico. Si sa che spesso gli autori di questo genere letterario hanno collocato in un futuro imprecisato fatti più o meno incredibili, ma che percepiti fuor di metafora invitano il lettore a riflettere su alcuni problemi contemporanei. E’ il caso del racconto che proponiamo, in cui domina il tema del rapporto con l’altro.
Un paio di suggerimenti librari - come tradizione - completano il numero.
Chiudiamo come abbiamo aperto: con un auspicio e un invito. Siamo giunti al nostro settimo anno di vita. Senza essere retorici, ci auguriamo che i lettori continuino a confermare la fiducia fin qui accordata, seguendo la rivista e visitando il nostro sito web, ma aggiungiamo un pensiero: che tutto ciò possa avvenire con senso critico. Non chiediamo solo incoraggiamento, per quanto faccia piacere riceverlo, ma anche sollecitazioni, provocazioni, perché una crescita vicendevole richiede altresì, se necessario, qualche benefico scossone.







