Christian Bobin
- Consumazione
tr. it., Troina (En), Città Aperta/Servitium, 2006

Mi correggo rispetto a quanto detto sopra: in realtà all’inizio non c’è la pagina bianca, ma ciò che appare come il suo opposto: la vita nel suo nudo e quotidiano svolgersi. Da qui parte e insiste Bobin: “Amo più la vita dello scrivere. Amo lo scrivere quando è a sevizio della vita. Leggere per farsi una cultura, è una cosa orribile. Leggere per raccogliere la propria anima in vista di un nuovo slancio, è una cosa meravigliosa” (p. 70). O come dice in un altro punto: “Mi piacciono gli specchi, le icone e i libri. Mi piace tutto ciò che trattiene su di sé un po’ di luce prima di restituircela, con l’aggiunta di una segreta gioiosità” (p. 22).
La scrittura è l’impegno e la promessa di saper rinnovare sulla pagina quanto ci ha scosso e abbagliato, anche per un solo istante, nel corso di una giornata. Di più: a dispetto di una visione dicotomica, la scrittura è parte di un unico, per quanto articolato, processo, cioè vivere. Questa considerazione ci fa comprendere meglio il titolo: épuisement, in francese, consumazione, in italiano; ma il traduttore, in una breve quanto indispensabile nota posta all’inizio del volumetto, sottolinea le diverse sfumature che il termine può assumere a seconda dei contesti in cui appare nelle pagine: consumazione, ma anche sfinimento, esaurimento, svuotamento, dissolversi, finire. Per questo lo stesso Bobin a un certo punto ci tiene a precisare la fisionomia selvatica e incerta che il libro via via assume, perché altro non è che l’espressione di “una scrittura nel punto più prossimo alla sua sorgente balbettante” (p. 68).
Il libro porta anche un sottotitolo un po’ strano: “un temporale”. A che allude questo richiamo atmosferico? Che relazione intrattiene con la consumazione? In un breve ricordo l’autore rievoca le volte in cui la madre lo riprendeva, vedendolo uscire di casa tutto spettinato: “Assomigli a un temporale”. Ecco, dice Bobin, questo libro in fondo assomiglia a un temporale, ma aggiunge subito dopo, evitandoci fraintendimenti: “tutto sommato, una passeggiata sotto la pioggia non è mai disdicevole, la gioia arriva insieme alla paura” (p. 40).
Pigre giornate di pioggia; il chiasso dei bambini che tornano da scuola; uccelli intristiti dal freddo sul davanzale di una finestra; una passeggiata su e giù lungo un viale, sotto i platani; lo sguardo su una piccola chiesa romanica del dodicesimo secolo; dei fiori rossi sul comodino di una camera da letto – sono questi alcuni squarci di immagine che compaiono nel libro, frammenti appartenenti alla più consumata quotidianità. Ma è proprio questa trita quotidianità sull’orlo della monotonia, che sfugge comunemente alla nostra osservazione, a ridestare e a orientare il risveglio dalla caligine interiore, facilitando alla fine l’incontro tra chi scrive e chi legge, nell’adesione a una stessa comunità silenziosa: “In ogni vero libro ci sono sempre due libri. Soltanto il primo è scritto. Ma è il secondo a essere letto.” (p. 57).
Federico Battistutta






