• Dalle radici riconoscere l’albero: una visione ctonia o il mondo capovolto? Jiso Forzani

Provo una certa dose di stupore nel constatare che un argomento tutto sommato accademico e privo di evidenti connessioni con la “vita reale” come la questione delle “radici cristiane”, suscita interesse, passione e partecipazione critica (pur se è lecito il dubbio di qualche strumentalità in tanto pathos). La gamma delle posizioni e delle relative argomentazioni copre l’ampio arco che va da chi si schiera con piglio battagliero e apodittico per il pro o per il contro (più spesso per il pro) a chi opta per più sobrie analisi che non pretendono di dirimere ma prima di tutto di dare strumenti di conoscenza. I giornali danno conto, con ciclica frequenza, dei due antitetici atteggiamenti nell’affrontare la discussione, pubblicando (raramente) articoli di attenta disanima del senso storico della diatriba, con dati documentali e riscontri “obiettivi”, e (assai più spesso, siamo in Italia) manifesti del fronte del pro, ispirati sovente dall’estro immaginifico, ricchi di tautologie e di ossimori. Così, costretto a ragionare di un argomento che, lo ammetto, inizialmente suscitava in me scarso interesse, ho guardato il problema da un punto di vista che mi è parso stranamente negletto: lasciando a chi è competente l’analisi storica e culturale, mi sono chiesto qual è il senso religioso della questione. Se di radici cristiane si tratta, la religione non può non essere coinvolta: e allora, da un punto di vista religioso, che senso ha (se ce l’ha) parlare di radici cristiane? C’è qualcosa che si possa definire una radice cristiana? O, detto in altri termini, può il cristianesimo essere la radice di qualcosa (un albero, un arbusto, un cespuglio) che non è un’ispirazione, un atteggiamento, una fede, una prassi religiosa individuale e/o comunitaria, ma un sistema sociale complesso, con leggi, istituzioni, apparati (ivi compresi eserciti e banche) che devono regolare la vita sociale di moltitudini multiformi, quale è l’entità che chiamiamo Europa? Prima di rispondere entusiasticamente di sì, che non solo può, ma deve, come probabilmente sono tentati di fare molti cristiani, invito a riflettere su cosa possa voler dire “radice”, in senso cristiano. La “radice” del cristianesimo è il Vangelo, la buona notizia annunziata, testimoniata e resa operante da Gesù di Nazareth. O, se tale affermazione può sembrare riduttiva, perché la “vera” radice precede il Vangelo stesso e lo genera, limitiamoci a dire che il cristianesimo ha radici evangeliche: su questo, credo, possiamo concordare. Ora, la radicalità del Vangelo, una delle sue istanze fondanti è un ribaltamento dei valori rispetto alla comprensione mondana: “il mio Regno non è di questo mondo”. La buona notizia è che il Regno dei cieli è vicino, è qui, è in mezzo a noi: ma questo non cambia nulla rispetto al fatto, radicale e fondante, che non è il regno del mondo. “Non fatevi tesori dove la tignola e la ruggine corrodono…” “Il figliol dell’uomo non ha dove posare il capo” “Non portate con voi che il bastone….

Sono assai numerosi e non certo marginali i passi del Vangelo in cui Gesù asserisce una estraneità radicale (che non contraddice una partecipazione diretta) al mondo, o forse oggi diremmo, alla mondanità. E questa estraneità, questa alterità, è un elemento che non si può eliminare dal messaggio e dell’esempio evangelico senza snaturarli. Si può serenamente dire che l’invito di Gesù è a non mettere radici nel mondo, in nessun luogo del mondo. Si può a buon diritto affermare che tale è una caratteristica della persona religiosa (quale che sia il suo credo): di non aver in nessun luogo le proprie radici, in modo da essere ovunque al proprio posto: di passaggio e al proprio posto. Se dovessi utilizzare una metafora per la persona religiosa, forse sceglierei quella del cespuglio del deserto, quell’arbusto senza radici che va dove il vento lo sospinge e là dove si ferma trova il suo nutrimento: sosta, fiorisce, testimonia la vita, (porta la sua pace?) e poi di nuovo senza ancoraggi si fa indicare la sua via dal vento. La religione è una via, un cammino: per poter camminare bisogna avere i piedi ben posati per terra e disancorati da terra. Gli alberi non camminano, se non nelle colpevoli allucinazioni di Macbeth.  

Mi si dirà, a buon diritto, che qui stiamo parlando delle radici cristiane dell’Europa, non del significato religioso di radice, in senso cristiano. Ma le due cose non si possono scindere: se infatti l’Europa ha radici cristiane, ciò significa che il cristianesimo è radice, che la natura o qualità di questa radice è religiosa e che questa radice è in Europa. Ora, dire che l’Europa ha radici cristiane è così pericolosamente contiguo ad affermare che il cristianesimo ha radici europee, da essere praticamente la stessa asserzione. Questo modo di ragionare e di procedere è la radice (questa sì) del fondamentalismo religioso. L’islam non è arabo, la religione ebraica non è israeliana, il cristianesimo non è europeo (né occidentale), il buddismo non è giapponese, tibetano, thailandese (né orientale): chi ha a cuore il messaggio religioso in cui crede e di cui è testimone deve prima di tutto preoccuparsi di proteggere questo elemento fondamentale di ogni religiosità. Ci sono, è innegabile, forme arabe dell’islam, europee del cristianesimo e via elencando: ma le forme passano, sia che le lasciamo passare o che cerchiamo di trattenerle, noi le edifichiamo e le lasciamo passare con i medesimi gesti. Ciò che non passa non dipende da nulla, men che meno da noi, dal nostro lavorio, dalla localizzazione geografica e culturale: “I cieli e la terra passeranno, le mie parole non passeranno”.

Le radici religiose sono nei cieli, se usiamo la metafora cristiana: il che non significa che sono in un altrove empireo o nell’indefinito della volta celeste: vuol dire che sono in un terreno che è un non-territorio, che sono mobili e presenti: il loro qui è ovunque, il loro ora è sempre. L’albero è rovesciato, in terra abbiamo le foglie, i fiori, i frutti. L’Europa ha frutti cristiani nella sua sporta, alcuni profumati e gustosi, altri decisamente meno, e ci uniamo alla speranza che ne abbia sempre di più e sempre di migliori: dipenderà dai cristiani europei e non solo, anche dai non cristiani che rispettano e apprezzano la presenza dei frutti del cristianesimo in Europa e ovunque, senza volerne approfittare.

L’albero non si riconosce dalle radici, a meno di non essere talpe, animaletti degni di rispetto come ogni vivente ma non proprio rinomati per l’acutezza della loro visione. E dediti, per altro, a roderle più che ad esaminarle, le famose radici.

Per cui, le lascerei dove sono. Manipolarle troppo, andarci troppo vicino con la zappa, esibirle alla luce del sole, sono tutte operazioni rischiose per la salute delle radici stesse e dell’albero.