Solitamente queste pagine svolgono una funzione elementare: illustrare, passo dopo passo, i temi trattati nel numero, cosicché il lettore è preventivamente avvertito di quanto incontrerà sfogliando le pagine. In modo altrettanto solito si fa precedere la presentazione vera e propria da una riflessione - a volte si tratta solo di un cenno - sulle parole-chiave intorno a cui gravita la vita stessa della rivista.

Le considerazioni di questo numero intendono ruotare sulla possibilità (o meno) di uscire dai propri parametri per aprirsi a una relazione effettivamente dialogica. Per farlo ci aiuteremo con una storia che ha ormai quasi un secolo di vita. Il racconto che prenderemo in considerazione è Flatlandia di E. Abbot, che fu reverendo e pedagogo e diventò scrittore dopo essersi ritirato dall’insegnamento. Questa storia ha il pregio di riuscire a descrivere, attraverso la finzione letteraria, un’interessante fenomenologia della pensabilità e della vivibilità della dimensione relazionale della realtà.

La narrazione prende avvio in un mondo esclusivamente bidimensionale dove manca l’altezza, al punto che questa dimensione non è neppure sfiorata dalla mente dagli abitanti di questo mondo. Il protagonista è un abitante di questa realtà, un Quadrato, il quale nel corso di un sogno viene a trovarsi in un mondo unidimensionale - Linealandia - ai cui abitanti è concesso solo di spostarsi avanti e indietro lungo la stessa linea retta. Quando il Quadrato prova a spiegare al re di questa terra l’esistenza delle due dimensioni viene attaccato come un pericoloso folle. Dopo questo sogno il Quadrato riceve la visita di una Sfera, proveniente da un mondo con tre dimensioni. A un certo punto viene pure rapito e condotto in quel mondo a lui sconosciuto e dopo un iniziale stato di smarrimento egli riesce a collocare quanto ha visto all’interno di un contesto più ampio in cui è possibile una prosecuzione del viaggio attraverso mondi che potenzialmente sono dotati di un numero sempre maggiore di dimensioni. Potremmo dire che il Quadrato ha imparato ad imparare. Soltanto che quando prova a raccontare quanto ha appreso circa l’esistenza di mondi oltre le due dimensioni viene trattato come un sedizioso e condannato all’ergastolo. L’esito pessimista della vicenda, forse qui troppo succintamente riferita, non offusca il valore della parabola. Da un lato la conclusione echeggia il mito platonico della caverna: chi ha visto l’altrove è anch’egli altro, incompatibile con il proprio mondo, perché ha smontato i tasselli che costituiscono i presupposti e le abitudini che aprono e chiudono i parametri di riferimento di una cultura. Proprio quei presupposti e quelle abitudini che lastricano pigre scorciatoie, le quali invece di abbreviare un percorso penoso, ci sottraggono alla mutevolezza e alla discontinuità della vita stessa. Ma l’altrove è qui, così come il dopo annunciato dai profeti è adesso. Come avvertiranno i nostri lettori stiamo parlando, magari con un linguaggio diverso, di argomenti cari alla “Stella del Mattino”.

Dopo questa lunga riflessione veniamo a illustrare le presenze in questo primo numero del 2006.

Il materiale con cui apriamo farà forse sussultare i vecchi lettori della rivista. E’ bene dire a chi non ci segue fin dall’inizio che i primi numeri della “Stella del Mattino”, quando usciva con modalità ancora più artigianali e informali delle attuali (si chiamava allora “Il Vangelo e lo Zen”), consistevano in poche pagine occupate in buona parte da commenti ai vangeli alla luce della sensibilità del buddhismo zen. E proprio in questo modo si apre il presente numero, con due brevi ma essenziali meditazioni sui versetti di esordio del Vangelo secondo Matteo.

I testi che compongono la seconda sezione rispecchiano bene la funzione che questa parte della rivista si propone: et cetera, appunto, vale a dire uno spazio per la testimonianza del molteplice, un auspicio affinché le infinite pieghe del reale prendano la parola e sappiano ascoltarsi e dialogare.

Il primo articolo affronta, con il rigore e la spietatezza che solo il sense of humour a volte riesce a rendere, un argomento che con una certa verve retorica potremmo definire di scottante attualità. Il tema è quello tanto dibattuto in questi anni sui media circa le radici della civiltà europea che, a sua volta, rinvia ad altro tema ancora più ampio (e scottante), quello del rapporto tra religioni e istituzioni politiche e civili. Se è vero che le radici religiose sono nei cieli, adoperando una metafora cristiana, questo significa che il terreno dove affondano è un non-territorio, che sono presenti ovunque le si voglia trovare.

A seguire un breve intervento che ben si integra con quello precedente. Parla infatti dell’ironia del buddhismo. Ci piace offrire spazio a questo genere di riflessioni, quanto meno per contribuire a realizzare un contrappeso, per quanto piccolo possa risultare, all’eccessiva seriosità e pedanteria che caratterizza molti ambienti religiosi, i quali sono convinti assertori, forse senza rendersene conto fino in fondo, del binomio religione/cupezza.

Il terzo intervento della sezione tocca un argomento di cui in passato la rivista si è già occupata (v. “La Stella del Mattino”, n. 1/2002), quello del dialogo con i linguaggi artistici. Qui si parla del linguaggio musicale, in particolare di ricerca e sperimentazione nel campo dei linguaggi della musica.

Segue la consueta riflessione dedicata all’emergenza ambientale, la quale si intreccia sapientemente con considerazioni più strettamente legate al dialogo religioso, a dimostrare, qualora fosse ancora necessario ripeterlo, dell’interconnessione operante fra i vari ambiti.

Un paio di recensioni e alcuni versi che invitano a coltivare l’arte del dubbio completano il numero.

Federico Battistutta