- Le immagini di Gesù nel cristianesimo delle origini Ignacio Gómez de Liaño Milano, B. Mondadori, 2005
Che cosa animò e diede forza al cristianesimo delle origini?
Quale spiritualità pervadeva le piccole comunità che si mossero prima all’ombra delle sinagoghe, financo al loro interno, ma che poi, si trovarono nella necessità di distinguersi dall’ebraismo, chiarendo via via la propria identità che delineava i contorni di una nuova religione?
Esistono e, nel caso, quali sono le geometrie testuali presenti nei vangeli di Luca e Matteo, quali le tecniche usate e quali i possibili raffronti con altri documenti scritti dell’epoca?
Sono queste alcune delle domande cui tenta di rispondere il saggio di Gómez de Liaño, docente di estetica presso l’Università Complutense di Madrid, nel tentativo di chiarire alcuni aspetti più controversi del cristianesimo nascente, non da ultimo la “natura polimorfa” di Gesù, messa a tema in tutta la prima parte del testo.
L’avvio dell’analisi è dato dal confronto tra uno scritto di Celso (Il discorso della verità) e la risposta, settant’anni dopo, di Origene (Contro Celso), confronto tra l’invettiva dell’intellettuale pagano del II secolo e il teologo del Logos, del Nous, il più grande cristiano del III secolo, paragonabile per la sua opera esegetica e teologica all’apostolo Paolo e all’evangelista Giovanni.
Un cenno all’argomento del confronto. Celso è convinto che la religione imperiale sia il solo collante tra le diverse forze presenti nell’impero e vede tutta la pericolosità dei gruppi cristiani che, a suo avviso, sono preda dell’insensatezza e della superstizione e che, fatto gravissimo, si rifiutano di partecipare all’amministrazione pubblica, rompono i legami sociali, in tal modo finendo per indebolire lo stato portandolo alla dissoluzione. E’, la sua, una delle poche voci che parlano della reale pericolosità del cristianesimo nascente, molti altri l’osservano come una semplice curiosità esotica, destinata ad avere vita breve.
Sul versante cristiano, è cosa nota, la confusione non manca: la maggior parte dei grandi Padri Apostolici sono appena usciti dall’ombrello protettivo del giudaismo, ma le loro lettere e interessi sono tutti diretti all’interno delle comunità, pochi si rendono conto del pericolo della reazione imperiale (in parte anche motivata da ragioni) contro di loro.
Origene è uno dei pochi che scrive, con seri argomenti, una pubblica difesa dei cristiani replicando alle accuse di Celso e provocando, nel contempo, un dibattito nelle comunità, costringendole ad uscire dal ripiegamento su se stesse e farsi carico del difficile cammino di costruzione della propria identità, per poter finalmente parlare al “mondo”.
Pesanti le accuse di Celso riportate da Origene, accuse che ci portano al nucleo dell’indagine proposta da Gómez de Liaño: “E chi lo vide [Gesù]? Una donna isterica [Maria Maddalena], come voi affermate! E forse qualcun altro della stessa combriccola. Qualche visionario per partito preso, o qualche sognatore che, come è successo a tanti, traduceva in realtà l’oggetto del suo desiderio” (Contro Celso 2, 59-60). In realtà Origene, nel rispondere, deve giustificare un fatto sconcertante: le incongruenze contenute nelle affermazioni dei cristiani circa l’identità di Gesù, l’immensa quantità di “immagini” distinte che sulla sua persona umano-divina circolano tra loro. Interessante l’argomento della risposta di Origene: “Per quanto Gesù fosse uno per se stesso, tuttavia egli era più cose, in rapporto ai diversi aspetti sotto cui si considerava, e pertanto a quelli che l’osservavano non appariva a tutti lo stesso” (Contro Celso 2, 64). Non è questa una dottrina esclusiva: questi temi si trovano anche in uno scritto contemporaneo a quello di Origene, nel Vangelo di Filippo, un testo gnostico. D’altronde, si tratta, ancor prima, di motivi che rivelano la concezione platonico-pitagorica secondo cui l’uomo è della natura di ciò che guarda, di ciò che ospita nel suo intimo… Non ha dimenticato, Origene, di essere stato scolaro di Ammonio Sacca, e compagno di studi di Plotino ad Alessandria.
Il testo di Gómez de Liaño prosegue nel delineare il confronto tra le diverse “immagini” di Gesù che circolavano in quegli stessi anni tanto determinanti per il futuro della nuova religione: il confronto con le dottrine gnostiche (condannate sì dalla Grande Chiesa, ma i cui seguaci mai furono da essa espulsi, tanto che uno dei capi, Valentino, arrivò ad un passo dall’ essere eletto papa…), non solo, il dibattito intorno alla formazione del “canone” dei libri ritenuti sacri, canone al cui interno confluirono testi di ispirazione diversificata, come le lettere di Paolo ed il Vangelo di Giovanni, ai quali si devono formulazioni molto audaci della fede cristiana, senza le quali la setta giudaica di Pietro e Giacomo mai sarebbe uscita dalla Palestina del tempo. Cos’hanno a che vedere, ad esempio, la dottrina “visionaria” del cristiano ellenista Stefano con le norme a cui Giacomo si attenne per tutta la propria vita, e, queste, con la nuova cristologia di Paolo, dalle imprevedibili conseguenze?
Domande su domande, questioni che arrivano, mi pare, al cuore dell’evento cristiano:
“‘Che cosa pensa la gente del Figlio dell’uomo? Chi dicono che egli sia?,. Risposero: ‘Alcuni dicono che è Giovanni il Battezzatore, tornato in vita; altri dicono che è il profeta Elia, o Geremia, o uno degli antichi profeti’. Gesù domandò ancora: ‘E voi, che dite? Chi sono io?’ ” (Vangelo di Matteo 16, 13-15).
Appunto…, dopo secoli di fede e teologia “la figura di Gesù è giunta fino a noi setacciata dalle varie ‘fedi’ che misero insieme la pasta della sua persona. Gli evangelisti non furono biografi, ma credenti… il suo messaggio [di Gesù] e l’autocoscienza che aveva di se stesso ci sono giunti avvolti in così tante forme quante erano le pieghe adottate dalla fede delle diverse comunità” (pag. 24).
Qui giunti, si potrebbe dire, si coglie un invito rivolto a ognuno, anche oggi: la visione di fede deve farsi, infine e sempre, visione “mistica”, o svanire…
Il testo prosegue, nella seconda parte, a indagare alcune caratteristiche dei testi evangelici di Luca e Matteo che rivelano la conoscenza, da parte degli autori, delle tecniche dell’arte memorativa (con il suo utilizzo di imagines et loci come strumenti per ricordare brani anche lunghi e complessi…). Tesi insolita, che rinvia a insospettabili parentele con i diagrammi gnostici, i quali hanno la pretesa di riflettere la realtà di Dio, dell’universo e dell’uomo. Questi ultimi, si chiede l’autore, sono stati forse una fonte “tecnica” da cui attinsero anche gli evangelisti? Non necessariamente (anche se gli accostamenti sono notevoli): le analogie di costruzione potrebbero anche soltanto provare che gli scrittori di ispirazione cristiana non vivevano fuori dal loro tempo, ma conoscevano gli artifici dell’arte retorica e ne hanno fatto uso nello scrivere.
Per chi è interessato ad approfondire questi temi (soprattutto quelli contenuti nella prima parte del testo) suggerirei, infine, un interessante e curato libro di Gerd Theissen, La religione dei primi cristiani (Claudiana, Torino, 2004), un approccio innovativo che avvicina la conoscenza della Chiesa delle origini anche a chi è lontano da una lettura cristiana del mondo…, ma questa è, in parte, un’altra storia.
Giuliano Burbello






