- Per un dialogo in campo aperto di Federico Battistutta
Probabilmente la parola ‘dialogo’ sarà fra quelle su cui, negli anni a venire, dovremmo maggiormente riflettere e che forse finirà col subire slittamenti progressivi di significato. Come molte altre parole che usiamo comunemente deriva dal latino. ‘Dialogus’, a sua volta, proviene dal greco ‘dialogos’, formato da due parti: ‘dia’ ‘fra’ e ‘logos’ che significa ‘discorso’. Scordare l’origine e la vita delle parole può essere più di una semplice sbadataggine, per questo è utile far emergere di tanto in tanto, senza essere necessariamente specialisti in materia, la storia sotterranea delle parole che nel suo affiorare lascia pure intravedere squarci sulle alterne vicende e sulla natura di noi parlanti. Possiamo anche presumere che col tempo nuove parole o espressioni potranno nascere dalle nuove emergenze e dalle emergenze del nuovo. (Dove emergenza sta a significare sia l’emersione, l’atto di venir fuori, sia l’eventualità imprevista ed eccezionale da affrontare).
Impariamo allora che dialogo è discorso alterno fra due o più persone, con tutto ciò che ne viene fuori e dobbiamo mettere nel conto che può portare con sé una costellazione di reazioni belle e brutte, compreso l’alterco, la contesa, l’incomprensione, fino alla sospensione e al rifiuto dello stesso dialogare. La comprensione vicendevole e amorevole è approdo auspicato, mai si dà come punto di partenza, altrimenti si confonde con il monologo che sicuramente possiede il suo valore ma altra cosa è. Non vi sono soluzioni a piè di pagina: il punto d’arrivo non può essere in nulla anticipato, se il mio dialogo è sincero devo ammettere che non posso sapere dove mi porterà il discorso una volta intrapreso, né come sarò io alla fine (se non differente da quando ero partito: altrimenti o il dialogo era inutile o ero inutile io al dialogo). Tutto qui: e chi propina scorciatoie o prefigura conclusioni non sa di che parla. Semplicemente. Questo, in generale, come in quella particolare forma di dialogo che qui diciamo religioso.
Con questo numero entriamo nel quinto anno di vita della rivista. Per noi non sono pochi. Provando a sfogliare gli indici dei numeri fin qui usciti conforta incappare nel riscontro dell’impegno volto all’approfondimento in ambiti e con tinte e campiture differenti dell’idea di dialogo religioso. L’impegno lo riconosciamo, quanto agli esiti, se ci sono, non sta a noi enunciarli. Possiamo solo ammettere che in fondo ogni numero è sempre lo stesso pur essendo diverso.
Detto ciò, alcuni cambiamenti caratterizzano questa nuova annata. Oltre all’arricchimento del gruppo redazionale con nuovi apporti, troveremo in parte ritoccati i nomi delle sezioni che compongono ogni numero, insieme a un nuovo ambito di riflessione che abbiamo chiamato un po’ prosaicamente ‘natura’. Una rivista come questa, che col suo nome evoca l’immensità del cielo capace di abbracciare ogni cosa e che desidera parlare di dialogo religioso, non deve dimenticare il rapporto, lo scambio, la relazione con l’intero creato di cui siamo parte e che con il semplice fatto di esistere permette anche a noi umani di vivere, pensare e (fra l’altro) scrivere sull’importanza del dialogare. Eppure accade che spesso il dialogo ritenuto vitale sia quello che invita all’adunanza solo voci umane. Viene da domandarsi se tale difficoltà di confrontarsi in campo veramente aperto, senza la volontà di rivaleggiare e primeggiare più o meno celata, non sia una delle conseguenze di una mancanza di relazione originaria ed essenziale con tutto ciò che oltre a noi vive sulla terra, nelle acque e ci illumina dai cieli. Sentirsi una parte viva nel tutto che vive, che occupa il suo posto e che in questo posto cerca di svolgere il ruolo assegnato, facendo pieno uso delle capacità che le sono proprie, può essere un contributo a quella serenità d’animo che annulla il bisogno di sopraffazione e invita al dialogo inteso come scambio, non solo di pensieri, ma che sa essere anche sguardo, attenzione, compartecipazione, cura, tenerezza. Come interventi di apertura di questa nuova sezione proponiamo due testi, brevi ma significativi, di Leonardo Boff e Vandana Shiva.
Riprendendo in mano il numero dalle prime pagine, nella sezione iniziale potremo leggere un contributo di Maria De Giorni, appassionata studiosa del Buddhismo della Terra Pura, noto anche come culto del Buddha Amida (o della luce infinita), una forma assai interessante ma poco conosciuta in Italia di buddhismo giapponese, di cui “La Stella del Mattino” non si è ancora occupata.
Segue poi un ricordo dell’esperienza poetica di Paul Celan (il grande autore in lingua tedesca nei cui potenti versi si incontrano gli influssi contemporanei delle correnti espressioniste e surrealiste fuse con la tradizione ebraica chassidica), sull’identità ebraica e sul senso di fare poesia dopo Auschwitz. Integrano infine questo numero gli spazi dedicati alle recensioni librarie, alle lettere, oltre l’angolo della poesia.
Cogliamo l’occasione per annunciare una nuova iniziativa editoriale a cui a breve daremo corso. Intendiamo fare uscire, come supplemento alla rivista, dei quaderni monografici senza cadenza periodica vincolante. Il primo sarà dedicato alla pratica dello zazen. Conterrà la traduzione del testo fondamentale che Dogen ha dedicato allo zazen, insieme ad alcuni preziosi contributi circa le possibilità di affrontare e gestire le difficoltà fisiche che comunemente capita di sperimentare quando si sta seduti in zazen. Il quaderno potrà essere richiesto direttamente alla redazione oppure acquistato nelle stesse situazioni in cui è possibile trovare la rivista.






