- J. M. Coetzee, La vita degli animali, Milano, Adelphi, 2003
Al supermercato: di fronte al bancone della macelleria, guardando i vari tagli di carne esposti con relativo cartellino dei prezzi al chilo, facevo le mie solite riflessioni da casalinga intenta agli acquisti nell’attesa del turno per essere servita.
Bene in vista e in doppia copia, attaccato al vetro del banco così da essere facilmente letto, un foglio riportava il luogo di nascita, vita e morte degli animali i cui corpi fatti in pezzi, diventati ormai solo merce d’acquisto, giacevano in bella mostra di fronte a me. Essendo vicini alla Pasqua anche interi quarti d’agnello stavano dentro grandi vassoi.
Quel foglio, esposto per rassicurare me come gli altri consumatori sulla qualità di ciò che avremmo mangiato, suscitò in me l’immagine di tutti quegli animali quando erano vivi e ignari di essere destinati al macello. Animali, come noi, ma di specie differente, bovina, ovina, equina e suina sacrificati da noi e per noi dell’umana specie. Un libro, letto di recente, si agitava con le sue parole dentro di me mettendomi di fronte alla realtà con occhi più chiari e lasciandomi lì, a fare le mie scelte. Si tratta de La vita degli animali di J. M. Coetzee, il grande scrittore sudafricano insignito del premio Nobel per la letteratura. I libri di Coetzee non lasciano in pace chi li legge. Con una scrittura senza intoppi, piacevole, precisa, ricca ma mai eccessiva o superflua, egli descrive realtà umane e sociali legate alla sua terra, mettendone in luce la complessità drammatica. Le sue parole appaiono come una tenda che la lettura solleva via via, fino a quando tutto quel che c’era dietro non è bene in vista. Senza giudizi o schieramenti di parte, ma anche senza nascondere l’umanità che sta dietro quello sguardo.
La stessa forza, la stessa capacità di osservare e interrogarsi è anche in questo libretto che scompagina le sicure posizioni di noi umani in relazione agli altri animali. Si tratta di due conferenze tenute dall’autore nel 1997-1998 presso la Princeton University, all’interno di una serie chiamata Tanner Lectures, dove solitamente vengono affrontati argomenti di importanza etica, in questo caso il modo in cui gli esseri umani trattano gli animali. Coetzee non parla in prima persona, i suoi interventi hanno la forma di un racconto in cui la protagonista, la scrittrice Elisabeth Costello, viene invitata a tenere due conferenze su un tema a sua scelta. Lei sfrutterà l’occasione per parlare di quello che considera un “crimine di proporzioni stupefacenti”, perpetrato comunemente, senza batter ciglio, dalla maggior parte degli esseri umani: il maltrattamento degli animali.
I filosofi e gli animali - I poeti e gli animali sono i titoli delle conferenze alle quali vengono affiancate, a comporre il libro, altre quattro riflessioni di insigni personaggi del mondo scientifico e letterario, ciò a rendere ulteriormente ricco un dibattito che incentrandosi sul rapporto con gli animali mostra come a questo siano sottesi i nostri valori umani nel senso più ampio.
Nessuna banalizzazione animalista: la scrittrice protesta e senza timori dice la sua. Spesso in maniera assai provocatoria tocca paragoni estremi. Senza mezzi termini veniamo sollecitati a riconsiderare le nostre posizioni. La nostra devozione alla ragione, ad esempio, come valore universale: l’universo è costruito sulla ragione? Dio è un Dio di ragione? In questo caso allora “l’uomo è simile a Dio, gli animali sono simili alle cose”. Tale prospettiva antropocentrica indigna Elisabeth Costello: “la ragione non è né l’essenza dell’universo né l’essenza di Dio. Al contrario, mi pare che la ragione assomigli in modo sospetto all’essenza del pensiero umano; peggio ancora, all’essenza di una tendenza del pensiero umano”. (…)“Che c’è di tanto speciale nella forma di coscienza che noi riconosciamo, perché uccidere chi la possiede sia un crimine, mentre uccidere un animale non lo è?” (…) “Vorrei tornare per l’ultima volta ai luoghi di morte che ci circondano, i macelli ai quali noi, in un massiccio sforzo comune chiudiamo i nostri cuori. Ogni giorno ha luogo un nuovo olocausto, e tuttavia, a quanto vedo, il nostro essere morale non ne viene neppure scalfito. Non ci sentiamo contaminati. Possiamo fare qualsiasi cosa, a quanto pare, e uscirne puliti. Possiamo fare di tutto e passarla liscia; non c’è punizione” (…) “Una volta eravamo in guerra contro gli animali, una guerra che chiamavamo caccia, anche se in realtà la guerra e la caccia sono la stessa cosa. Quella guerra è andata avanti per milioni di anni. L’abbiamo vinta una volta per tutte solo qualche centinaio di anni fa, quando abbiamo inventato le armi. E’ solo da quando la vittoria è diventata assoluta che abbiamo potuto permetterci di coltivare la compassione. Ma la nostra compassione è molto superficiale. Sotto c’è un atteggiamento più primitivo. Il prigioniero di guerra non appartiene alla nostra tribù. Possiamo fare di lui quel che vogliamo. Possiamo sacrificarlo ai nostri dei. Possiamo tagliargli la gola, strappargli il cuore, gettarlo nel fuoco.” (Ma da uno dei contributi che seguono quelli di Coetzee apprendo – ed è interessante l’accostamento - che i Veda e i Brahmana elencano spesso cinque specie principali di animale sacrificale : toro, cavallo, caprone, montone ed essere umano, anche se in seguito l’induismo ha ridotto il divario tra umani e animali accomunando gli uni e gli altri come creature da non sacrificare: così, dire che gli umani sono vittime sacrificali come gli altri animali, e dire che né gli umani né gli animali devono essere vittime sacrificali, sono due modi molto diversi di esprimere il concetto che noi siamo simili agli animali).
A differenza dei filosofi, i poeti partono da una comprensione intuitiva dell’esperienza di un animale. Ciò li porta a giudicare un crimine l’uccisione di qualsiasi animale capace di provare la sensazione di esistere: su questo insiste la signora Costello quando suggerisce l’empatia come facoltà racchiusa nel cuore umano e che talvolta ci permette di condividere l’essere di un’altra persona.
“Essere un essere nella sua pienezza significa vivere in quanto corpo-anima. Un modo per indicare l’esperienza della pienezza dell’essere è la parola ‘gioia’. Essere vivi significa essere anime vive. Un animale – e tutti noi siamo animali – è un’anima racchiusa in un corpo. (…) Al pensiero, alla cogitazione, io oppongo la pienezza, l’essere racchiusi in un corpo,la sensazione di essere: non la coscienza di sé come di una fantomatica macchina ragionante che produce pensieri, bensì, al contrario, la sensazione – una sensazione pesantemente affettiva - di essere un corpo con arti che si estendono nello spazio, di essere vivi e aperti al mondo”
Via di questo passo l’interezza del libro, e non solo gli scritti dell’autore principale, spostano la visuale antropocentrica alla quale siamo abituati, verso un’immagine ricca di diversità viventi della quale siamo una parte. Ne esce non un saggio bensì un dibattito a più voci, ricco di contrasti ed emozioni, che ci tocca e lascia il segno. Vale la pena leggerlo (e dopo, magari, proseguire nella conoscenza di questo grande della letteratura contemporanea) e vale la pena, io credo, di lasciarsi influenzare e religiosamente domandarci se non è possibile porsi in maniera più consapevole e compartecipe di fronte a tutto quel mondo, vivente come noi, che consumiamo come cibo.
Non è un elogio del vegetarianesimo, questo (credo peraltro che le monocolture su vasta scala di cereali e ortaggi non siano per la terra niente di diverso di quel che sono gli allevamenti per vitelli che non vedono mai un pascolo o polli che non toccano mai terra: follia), sono convinta che non ci sia morte che non sia cibo per qualcuno e che non c’è vita che non sia morte di qualcuno, ma abbiamo messo troppo cellophane tra noi e ciò che scegliamo come cibo, consentendoci così di sentirci più superficialmente a nostro agio nel consumare. Occhio non vede cuore non duole e su questo proverbio diventato businnes impera la brutalità di noi esseri umani che sempre più raramente pieghiamo la schiena per seminare e raccogliere i frutti della terra (nemmeno da parte di chi lo fa di professione) e mai guardiamo negli occhi o tocchiamo con le mani il corpo caldo che diventerà carne per i nostri denti. Brutalizziamo la vita, che è la nostra vita: perché? Eppure io credo che sia da domande di questo tipo, sorte dal profondo, che possono nascere i cambiamenti possibili.
Silvia Papi






