• Henri De Lubac, Buddismo e Occidente, Milano, Jaca Book, 1986

Ottimo lavoro di un ricercatore serio ed attento. A mio vedere, dal punto di vista dell’accuratezza e dell’ampiezza della ricerca nonché della documentazione bibliografica, è il miglior lavoro prodotto ad oggi sull’argomento. Percorre tutte le tappe delle tracce, vere e presunte, sul rapporto tra il buddismo e l’Occidente a partire dall’antica Grecia, fornendo sempre tutti gli elementi necessari per distinguere le ipotesi, le fantasie, le falsificazioni dai fatti narrati da autori e testimoni autentici. Offre un’ottima analisi delle distorsioni a cui svariati fattori (mitologia, ignoranza, fraintendimenti, prevenzione, finalità di potere, infatuazione, strumentalismi ecc.) hanno contribuito a far sì che l’Occidente, sino a tempi recentissimi, non avesse una percezione della cultura buddista e della sua origine basata sui testi originali. Questa accuratezza nelle critiche verso gli interpreti insufficienti, o truffaldini, di ogni era, denota una acuta e genericamente esatta percezione del senso espresso dalla letteratura buddista e perciò un approccio onesto e attento. Alla luce di tutto ciò stupiscono le affermazioni contenute nelle ultime dieci pagine del testo in cui: «La spiritualità buddista [...] è da rigettare come un’abominazione», e: «Mettersi alla scuola dei bhiksu più versati nel cammino del nirvana [...] è la più stolta delle follie [...] quando si può contemplare il volto di un san Francesco d’Assisi o di un de Foucauld – e sul loro viso scoprire un riflesso del volto di Gesù» e si afferma che: «Nietzsche stesso non avrebbe osato mettere i Sutra sullo stesso piano del Vangelo». A mio parere vi sono due errori, uno di metodo e uno di contenuto, riscontrabili nelle affermazioni di De Lubac in quest’ultima parte del suo pur importante libro. Il primo, forse maggiormente scusabile del secondo, discende dal fatto che l’Autore pretende di dare un giudizio del buddismo (per di più nel suo complesso!) ignorando (e qui sarebbe interessante comprendere quanto questo ignorare sia stato del tutto involontario) che non ha alcun senso l’analisi dall’esterno di questa religione, presa come oggetto, la sua cosificazione potremmo dire. Per restare su ciò che è riscontrabile con lo studio, è di facile accesso verificare che in innumerevoli testi si nega l’esistenza del buddismo in quanto dottrina, metafisica o teoresi, affermandone la sola esistenza come via, pratica o esperienza di vita secondo l’insegnamento del Buddha, che viene così ad essere giudicabile, analizzabile solo tramite l’esperienza personale. In pratica De Lubac commette l’errore che commetterebbe chi pretendesse di giudicare una torta dal suo solo aspetto esteriore e dalla lettura della ricetta: certamente dati importanti nella valutazione complessiva ma assolutamente insufficienti in assenza di un assaggio. Al livello di complessità del suo discorso non avrebbe dovuto prescindere da un serio ed esteso periodo di pratica. Il secondo errore riguarda il contenuto. Infatti l’Autore considera scontata la definizione (che diventa prossima ad un’accusa) di “ateismo” riferita al buddismo. Per cui, a sostegno della sua tesi riguardo al perché al buddismo «il cristiano [...] non può che opporre rifiuto» dice: «La fede non conosce divisioni e rifugge l’ateismo dovunque si trovi». Il considerare ateo (non in senso neutro ma secondo le pesanti implicazioni che questo termine ha assunto nei secoli) un atteggiamento non teista è un grave errore. Per di più, tali affermazioni in un lavoro serio non possono essere basate sul “sentito dire”, in particolare (come pare fare il Nostro) sulla rivalsa di Schopenhauer che, grazie al suo buddismo, arriva a tentare: «Scacco matto al “teismo assurdo e ripugnante” della Bibbia a quella “idolatria” che [...] c’è “da quando ci si trova in presenza di un Essere personale al quale si sacrifica, che si invoca, che si ringrazia”». Se il buddismo per Schopenhauer era ateo (nel senso della negazione di Dio) e perciò gli offriva la base per aggredire il teismo cristiano, questo non autorizza nessuno a sostenere né che il buddismo sia ateo (nel senso di cui sopra) né che sia naturalmente orientato ad aggredire il cristianesimo. L’atteggiamento non teista (ottimamente compreso e spiegato da Raimundo Panikkar ne Il silenzio di Dio, Milano, Borla, 1992) della predicazione di Śākyamuni è tale senza avere alcunché di negazionista o nichilista, per cui non è associabile in alcun modo all’ateismo in quanto negazione, rifiuto di Dio. Se De Lubac avesse compreso la possibilità della fede senza oggetto, ossia non teista, come atto di estrema fiducia nell’affidarsi, invece del “credere a” o “credere in” - atteggiamenti interiori che contengono sempre una possibilità idolatra - il libro sarebbe stato diverso. Così diverso che forse non avrebbe potuto essere pubblicato, in un epoca in cui Pio XII aveva appena proclamato (1950) il dogma dell’assunzione in Cielo, “anima e corpo”, di Maria Vergine. E qui mi vien di pensare che il genio che De Lubac dimostra in tutta l’opera non può improvvisamente essersi spento nelle ultime pagine, proprio quelle in cui, per la prima volta dopo 343 pagine fitte di pensiero altrui, esprime il suo punto di vista. È forse solo un’ipotesi suggestiva, tuttavia non credo sia una follia pensare che padre Henri sia stato così saggio da apparire sciocco affinché il suo lavoro non andasse perduto. Sono confortato in questa idea da una citazione - che l’Autore inserisce nelle ultimissime pagine per meglio spiegare il suo pensiero - tratta da un’opera inedita di Ida Federica Görres: «La spiritualità buddista sembra contrapporre [al rigido complesso giudaico cristiano] l’attrattiva di una “purezza” sconfinata, qualcosa di una trascendenza superiore… In fondo questo non è altro se non il fascino profondo della teologia negativa, che risponde a un bisogno spirituale del nostro essere [...] così avviene che tanti spiriti, che la conoscono per la prima volta nelle religioni dell’Asia, ne siano inebriati…». La differenza tra “teologia negativa” (Dionigi l’Areopagita, Meister Eckhart, Nicolò Cusano) e “ateismo” (nell’accezione di De Lubac, quella di fronte al quale “la fede rifugge”) è tale da far dubitare fortemente della reale incapacità di De Lubac a distinguerle. O il buddismo corrisponde alla definizione di teologia negativa (ossimoro dal sapore vagamente buddista) o è ateo tout court. I due termini, in realtà intimamente collegati, non sono assimilabili quando, come assume De Lubac, con “ateismo” si intende l’assenza, la negazione di Dio. Al punto che l’Autore è costretto a ricorrere all’evocazione di una «specie di “teologia negativa” che non ha come scopo l’esaltazione del suo oggetto, ma la sua soppressione», distorcendo così, dopo il senso di “ateismo”, anche quello di “teologia negativa”. Se la mia ipotesi fosse quella corretta, allora la citazione della Görres costituirebbe un messaggio cifrato tramite il quale De Lubac ci dice che il mestiere dello scrittore, dello studioso organico ad una chiesa è una libera strada per chi non ha nulla da difendere.

Si segnala che l’edizione dell’opera è stata corredata da due imprimatur.

Mauricio Yūshin Marassi