Cammini laicali in dialogo Cecilia Pallottino e Raffaella Scabelloni
Nella prima settimana di agosto si è svolto a Galgagnano, in provincia di Lodi, presso la sede dell’associazione “La Stella del Mattino” un seminario rivolto a chi segue le attività promosse dall’associazione, dedicato al ruolo del laico nel cammino religioso. Sono state invitate a portare la propria testimonianza di laici sia persone che seguono il messaggio cristiano, sia chi segue gli insegnamenti buddhisti, accomunate comunque dal riconoscimento dell’importanza del dialogo interreligioso. Al centro c’è stato, più che lo svolgimento di una riflessione strettamente teorica, l’impegno diretto verso un’elaborazione personale di un’esperienza vissuta.
Il seminario è stato aperto da Giuliano Burbello, proveniente dalla provincia di Padova, in cui risiede con la moglie e due figli e dove vive il proprio cammino cristiano all’interno della sua comunità parrocchiale e del consiglio pastorale della diocesi. Giuliano ha raccontato la sua provenienza da una famiglia cattolica in cui i primi insegnamenti cristiani sono passati attraverso la realizzazione quotidiana di alcuni atti concreti. In questo senso il cammino religioso è stato sin dall’inizio un’esperienza trasmessa con autenticità da persona a persona. In seguito la sua esperienza religiosa si è sviluppata e approfondita nell’incontro con i Piccoli Fratelli di Spello e attraverso l’importanza crescente che ha assunto nella sua vita, oltre che nella pratica religiosa, il dialogo tra il cristianesimo e il buddhismo zen. In più momenti Giuliano ha rivolto l’invito ad abbandonare ogni immagine precostituita che ci siamo potuti fare della Chiesa, ponendo l’attenzione alla possibilità di vivere un’esperienza della fede in una comunità di persone, condividendo con altri qualcosa di più grande e che dà senso alla vita di ognuno.
Il Vangelo, ricordava Giuliano, è invito a convertirci, a voltarci e guardare da un’altra visuale, un vuotare sé per vedere nuove le cose. Le immagini semplici e poetiche del Vangelo possono far pensare ad una religione dei buoni sentimenti. Ad esempio, diventare come bambini per entrare nel Regno dei Cieli è senz’altro anche un’immagine poetica, ma è la cosa più difficile da realizzare poiché implica il rovesciamento della prospettiva da cui guardiamo la vita. Non vi sono rivelazioni particolari nel Vangelo, ma la richiesta a impegnarsi e guardare la vita ordinaria in modo nuovo. Ai discepoli Gesù dice di diventare il sale della terra: sapore, gusto, gioia sono allora gli ingredienti di un modo nuovo di vivere la vita, affidandosi ad essa prima di cercare di capirla, come fa il bambino. E in questa luce non vi è distinzione tra religioso e laico: il sacerdozio come rapporto tra uomo e dio non ha mediatori, appartiene a tutti e la Chiesa non è un luogo geografico o uno spazio di potere per qualcuno; tutti noi siamo Chiesa.
Della funzione e dei compiti del laico si parla nei testi ufficiali in termini spesso rigidi e onnicomprensivi. Sarebbe necessario un lavoro da parte dei laici per sviluppare una più profonda comprensione spirituale del proprio ruolo. Giuliano menziona Jacques Maritain, cattolico laico, il quale nel suo libro Il contadino della Garonna invita proprio al superamento della distinzione tra religioso e laico, poiché entrambi sono chiamati a riferirsi all’insegnamento e all’esperienza dei mistici e a vivere sulle strade come sconosciuti pellegrini, immersi nella contemplazione del Dio di Gesù di Nazareth. Giuliano termina la sua testimonianza dicendo di aver imparato che non ci si può difendere dalla vita, poiché ognuno è esposto a ciò che succede e il ritirarsi sul monte a pregare può diventare talvolta un modo di schermirsi, con il grave rischio di non vivere.
L’intervento successivo è stato quello di Luciano Mazzoni, vice-direttore della rivista interdisciplinare “Un futuro dell’uomo”, la quale trae nutrimento dall’insegnamento di Teilhard de Chardin. Luciano vive in provincia di Parma con la famiglia. La sua è stata una testimonianza viva di un cristiano che ha vissuto gli anni del Concilio Vaticano II, con il loro carico di speranze, fervori, ma anche di contrasti e conflitti di una generazione. Una questione nodale del Concilio evidenziata da Luciano è stata la riflessione sul rapporto tra Chiesa e mondo, Chiesa e storia, e di conseguenza sul ruolo del laico nella vita della comunità cristiana. Viene approfondito il concetto di sacerdozio universale dei battezzati, riconoscendo e affidando al laico il compito della consacrazione del mondo. In questo modo non esiste più uno spazio sacro e uno profano, ma in Cristo, morto e risorto, tutto è ricondotto alla santità originaria dell’esistente. Superato il concilio di Trento, la Scrittura è ora di tutti.
Viene ricordata da Luciano una felice espressione di papa Giovanni XXIII che definì il concilio “primavera dello spirito”. Tale fu veramente: e siamo ancora agli inizi, al punto che i frutti di quella primavera matureranno ancora per lungo tempo. Ma è stato altresì ricordato che l’ultimo concilio non fu solo un momento di novità nella vita della Chiesa, ma anche un ritorno alle origini, un abbeverarsi alle fonti della Tradizione antica più autentica.
Nella seconda parte dell’intervento Luciano ha aperto una finestra su una figura luminosa e profetica del nostro tempo, anche per quanto concerne il cammino religioso laicale. Ci riferiamo a Teilhard de Chardin. Negli scritti del padre gesuita – per anni avversati perché mal compresi – scienza, teologia, poesia e fede si fondono fino a farsi preghiera, adorazione del Cristo cosmico. Ma anche questo autore, pur così rivoluzionario, ha attinto a piene mani alla Tradizione. Infatti, negli antichi testi dell’oriente cristiano si parla di “liturgia cosmica” per indicare come, nel rito cristiano per eccellenza, l’eucaristia, è coinvolto l’umano e il divino, il mistico e il cosmico, il temporale e l’eterno. E con la lettura di una preghiera di Teilhard si conclude l’intervento di Luciano: “Mi prostro, o Signore, dinnanzi alla tua presenza nell’universo diventato ardente e, sotto le sembianze di tutto ciò che incontrerò, e di tutto ciò che mi accadrà, e di tutto ciò che realizzerò in questo giorno, io Ti desidero e Ti attendo”.
Il terzo intervento è stato quello di Jiso Forzani, monaco zen della tradizione Soto, sposato con due figli, residente presso Lodi. Jiso inizia ricordando che nella visione buddhista tutto partecipa ad un’unica via. Quindi prima di fare distinzioni tra laico e religioso è fondamentale operare il ‘risveglio del cuore’, vale a dire prendere coscienza che la via è una sola e che dobbiamo orientare la nostra vita alla forma dell’unica via. Allo stesso tempo, ad ognuno di noi spetta anche il compito di contrastare la tendenza a farsi trascinare dalle cose, vivendo invece l’autentico spirito del cammino, per cui ogni cosa che facciamo è, in ultima analisi, frutto della nostra scelta di cui ce ne assumiamo fino in fondo il peso. Inoltre, secondo quel principio che viene espresso dal Vangelo con le parole ‘il Regno non è di questo di mondo’ è necessario operare una cesura perché possa rimanere vivo lo spirito del cammino. E questo spirito, ribadisce Jiso, è possibile mantenerlo vivo tanto all’interno di un monastero che nella vita laica. A questo proposito viene riproposta una suddivisione in quattro categorie di persone operata dal maestro zen Uchiyama: vi sono i monaci che rinunciano al mondo per dedicarsi integralmente al cammino religioso; vi sono anche monaci che per quanto vivano in monastero perseguono obiettivi mondani; vi sono poi laici che manifestano un cuore religioso, così come ci sono laici totalmente presi dagli interessi di questo mondo.
In un testo fondamentale di Doghen, Bendowa-Il cammino religioso, alla domanda se è possibile vivere lo spirito della via rimanendo immersi nel mondo, si risponde che il problema non si pone. Il punto non è l’abbandono delle cose del mondo, ma guardare ad esse con l’ottica della via. Allora, l’immagine dell’abbandono della casa sta a significare qualcosa di più dell’indicazione della scelta monastica, è la prospettiva generale che mette in moto l’atto di conversione, è un ‘lasciare casa’ per ‘tornare a casa’. E in questo contesto la pratica dello zazen, che può essere vissuta talvolta come ostacolo o disturbo rispetto ai diversi impegni che la vita quotidiana pone, la possiamo intendere come tempo intenzionalmente ‘sprecato’ rispetto alle cose del mondo per verificare la freschezza del cammino intrapreso.
L’ultima testimonianza è stata quella di Federico Battistutta, che vive con la moglie e due bambini in provincia di Piacenza. A differenza degli altri interventi che in maniere differenti si collocavano all’interno di un’appartenenza forte a una confessione religiosa, in quello di Federico, pur riconoscendo l’importanza di un dialogo costante con il mondo cristiano e con quello buddista, vi è stato l’impegno a situare la propria ricerca religiosa in quel comunissimo camminare che è l’esistenza di ogni essere umano. Cercare se stessi e dunque Dio percorrendo fino in fondo quel cammino che è la vita: è questo che accomuna tutti coloro che cercano. Il punto centrale di questo percorso è la consapevolezza, vissuta nel corpo come nel pensiero, della finitezza della propria esistenza. Vi è allora una sola domanda e questa riguarda il fatto di esistere, il senso della vita. Al riguardo Federico riporta la risposta ad una domanda intorno all’esperienza della propria finitudine fornitagli anni fa da Raimon Panikkar: “Tu cosa sei? La goccia d’acqua o l’acqua della goccia? La goccia d’acqua sparisce, l’acqua della goccia no (…) Maturazione è avere tempo per scoprire che siamo acqua”. Ecco un’indicazione per il cammino: prepararsi al congedo da questa identità di goccia, per risvegliarsi al fatto di essere acqua, pur nella condizione paradossale di sentire di essere acqua e goccia.
Allora, se è vero che il cammino religioso non serve per trarre vantaggi personali - l’ambizione, il possesso e tutto ciò che esige la brama - , può solo aiutare a dare senso all’esistenza e a ciò che ci circonda. In una parola: a vivere, a sentirsi radicati con la pienezza della vita, nel bene come nel male, nella scoperta che è la vita che dà senso alla vita. Vivere, dove la religione, non dichiarata, è presente ovunque, come vita concreta che vive semplicemente, in modo discreto e silenzioso; e, proprio per questo, capace di trasmettere un genuino sentimento di radicamento con le viscere della realtà, rivelando che la vita, nella sua essenza non è altro che compiere con attenzione le piccole/grandi cose del vivere quotidiano.
Dunque il cammino dell’uomo religioso (”laico” solo per distinguerlo dal “religioso” ordinato) non è quello della religione come istituzione (più volte Federico ha evocato a questo proposito il nome di Simone Weil) che spesso genera divisioni, bensì quello di una religiosità discreta, sommessa, pudica, ma non per questo meno salda.






