• Flannery O’Connor, Il cielo è dei violenti, Torino, Einaudi, 1994

San Cirillo di Gerusalemme, nell’istruire i catecumeni, scriveva: “Il drago è in agguato sul ciglio della strada e guarda quelli che passano. Attenti che non vi divori. Noi andiamo al Padre delle Anime, ma bisogna passare accanto al drago”. Quale forma il drago possa assumere, è questo misterioso trascorrergli davanti, o finirgli tra le fauci, che le storie di qualsiasi profondità terranno sempre a raccontare, e laddove questo avvenga ci vuole un coraggio notevole, in qualsiasi momento, in qualsiasi terra, per non voltare le spalle al narratore. (Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, tr. it., Roma-Napoli, Theoria,1997)

Il cielo è dei violenti è un libro bello e interessante, ma grottesco e inquietante allo stesso tempo. Vi è raccontata la storia di un ragazzo allevato in campagna, lontano da tutto e tutti, da un vecchio prozio visionario ed esaltato, il quale è convinto d’essere un profeta in attesa della fine del mondo e della resurrezione dei morti. Il romanzo si sviluppa a partire dalla morte dello zio e segue una sorta di “percorso di liberazione” del ragazzo che, affrontando ossessioni, fantasmi e crude realtà, in qualche modo cerca di trovare la sua strada.

Scritto da Flannery O’Connor (Georgia, U.S.A. 1925–1964) alla fine degli anni ’50, è stato preceduto da un altro romanzo e da una serie di racconti che recentemente in Italia l’editore Bompiani ha pubblicato raccogliendoli tutti in edizione tascabile.

Poiché mi è capitato di fare l’inverso, consiglio coloro i quali volessero avvicinarsi alla lettura di questa scrittrice americana di incominciare dai racconti. Proprio perché sono presentati in ordine cronologico segnano un percorso nella scrittura della O’Connor che via via diviene più intenso e crudo fino ad arrivare al succitato romanzo. Procedere per gradi, a mio avviso, può essere utile anche per comprendere meglio l’ordine mentale nel quale la scrittrice si muove.

Personalmente ho iniziato a leggere Il cielo è dei violenti senza saperne praticamente nulla e, soprattutto all’inizio, nonostante la splendida scrittura (e quindi l’ottima traduzione), mi sono trovata spiazzata, con il desiderio, sotto sotto, di interrompere la lettura. Ora mi sembra di capire che si trattasse di quel disagio che si prova quando un racconto ti stacca, con grande bravura ma non senza brutalità, dal tranquillo ordine nel quale crediamo di vivere e spalanca la porta su quel che di noi è più inquietante, che nella vita è più inquietante, irrazionale e illogico.

Flannery O’Connor mentre racconta mischia l’orrore alla comicità, il banale al paradossale, in un continuo senza soste che scardina ogni modo convenzionale di guardare il mondo da parte dei suoi personaggi ma anche, di riflesso, dei lettori. Quella che mostra con insistenza, pur nella normalità banale dei fatti raccontati, non è l’azione apparente in superficie, ma quel mistero senza risposte che vi sta sotto. E, secondo la scrittrice, per fare questo non servono il controllo della ragione o il buon senso, ma la perdita di entrambi nello scatenarsi delle passioni umane e della violenza che creano squarci su un vuoto che come tale viene lasciato in risposta.

Nessun racconto e nemmeno il romanzo infatti terminano con una soluzione. Ogni finale è una lacerazione e a me è sembrato che questo sia anche l’obiettivo esistenziale della O’Connor: una lacerazione, anche se dolorosa, è pur sempre un’apertura e, in certo qual modo, quello spazio vuoto alla fine creato è la sua risposta religiosa nel conflitto dell’esistenza.

“Dai giorni di Giovanni Battista ad ora, il regno dei cieli è assalito con violenza ( biàzetai) e sono dei violenti (biastài), quelli che se ne impadroniscono” (Matteo, 11,12). “La legge e i profeti arrivano fino a Giovanni; da allora, è annunciata la buona novella del regno di Dio e ogni uomo lotta (biàzetai) per entrarvi” (Luca, 16,16).

Silvia Papi