• Kobayashi Issa, Haiku scelti, a cura di L. Soletta, Milano, La Vita Felice, 2001

Luigi Soletta ha curato recentemente la pubblicazione di circa trecento poesie del poeta giapponese Kobayashi Issa (1763-1827), che insieme a Basho (1644-1694) e a Buson (1715-1838), è considerato tra i grandi poeti dell’haiku. Avevamo già avuto modo di leggere le sue poesie in qualche raccolta dedicata a queste brevi composizioni poetiche, ma questo libro ci offre l’opportunità di una migliore conoscenza di questo autore, sia grazie al considerevole numero di haiku tradotti che alla breve ma esauriente introduzione che accompagna tutto il lavoro.

Segnalare l’uscita di questo piccolo volume e raccomandarlo a chi ama questo genere di poesia mi permette di dedicare un pensiero a Luigi Soletta che, come già detto, ne ha curato la pubblicazione.

Soletta è un padre missionario del PIME che ha trascorso gran parte della sua vita in Giappone. Durante questa sua permanenza ha avuto modo di conoscere ed apprezzare la cultura giapponese e da tempo, grazie anche all’ottima padronanza della lingua, si è dedicato alla traduzione di alcuni autori classici di quel paese.

Ricordiamo le raccolte delle poesie di Ryokan e di Saigyo, entrambe pubblicate per le edizioni La Vita Felice, l’Hagakure – conosciuto come il codice segreto dei Samurai – pubblicato dalla AVE e lo Tsurezuregusa di Yoshida Kenko, recentemente pubblicato dalla EMI con il titolo Pensieri nella quiete. Si tratta di opere spesso poco conosciute in occidente che però fanno parte del grande patrimonio culturale del Giappone.

Ma la sua sensibilità lo ha spinto anche oltre la letteratura e la poesia. In Giappone si è avvicinato allo Zen e ne ha approfondito la conoscenza con la pratica costante della meditazione. Un’esperienza che lo ha toccato profondamente fino a portarlo a riconoscere nel buddismo Zen un’autentica Via di cammino religioso e a fare di lui un uomo del dialogo. Però non di quel dialogo “istituzionale” che si prende soprattutto cura dei rapporti di buon vicinato fra chiese diverse ma di quel dialogo che è invece prima di tutto “incontro” nell’intimità del proprio cuore. Là dove tradizioni, percorsi e visioni diverse perdono i loro confini culturali e si riconoscono, nella loro unicità e nella loro autenticità.

In p. Soletta (e in altri come lui) la Via cristiana e la Via dello Zen si incontrano in questo cuore profondo; per questo il suo cammino nel dialogo ha radici molto solide.

Qualche altro pensiero vorrei dedicarlo all’haiku, un genere di poesia che negli ultimi anni ha trovato molti estimatori anche nel nostro paese. Ne sono testimoni i numerosi libri pubblicati sull’argomento ed il fatto che in molti hanno cominciato a cimentarsi nella composizione dei classici tre brevi versi, la forma canonica con la quale, fatte salve rare eccezioni, le diciassette sillabe della tradizione giapponese sono da sempre tradotte nelle lingue occidentali.

Per la sua brevità e per la sua apparente semplicità l’haiku sembra prestarsi particolarmente allo scrivere in versi. Poche righe per descrivere una bella luna o una stagione che cambia, giocando sulla ricerca delle parole e sulla loro collocazione all’interno dello schema dei tre versi brevi. Forse l’haiku si porta dietro una specie di “peccato originale” che in qualche modo lo condiziona ancor oggi. Infatti affonda le sue radici in un certo manierismo poetico giapponese che intorno al XVII secolo sviluppò alcune forme di componimenti a catena scritti a più mani, come in un gioco. Ogni partecipante componeva a turno alcuni versi secondo uno schema sillabico fisso, prendendo spunto dalla composizione di chi lo aveva preceduto, in una sorta di catena poetica che poteva durare all’infinito.

In questo mondo poetico giapponese, verso la seconda metà del XVII secolo, si affaccia sulla scena Matsuo Basho: sarà un punto di svolta nella poesia giapponese dell’epoca. Basho cercherà di liberarla dalle preziosità che la appesantivano per renderla ad una bellezza più sobria e pacata.

Fu seguace dello Zen che lo ispirò nelle sue opere e nel suo stile di vita. Una vita condotta in semplicità e povertà alla ricerca dell’essenza delle cose. La sua poesia ne è uno specchio fedele. Basho è considerato il padre dell’haiku ed è anche giustamente ritenuto colui che ha saputo rendergli dignità e spessore

In uno dei suoi libri sullo Zen, il filosofo Alan Watts si lascia andare anche a qualche divagazione sull’haiku. Lo definisce “un sasso lanciato nello stagno della mente di chi ascolta”, forse per significarne la sua caratteristica di opera aperta. Infatti, come altre espressioni artistiche tipicamente giapponesi, l’haiku tende a rappresentare una realtà ampia in pochi segni piuttosto che tentare di esaurirla racchiudendola in chissà quale discorso. In questo senso poteva essere solo figlio del Giappone e della sua cultura. Come il sasso tirato nell’acqua genera cerchi di onde, allo stesso modo l’haiku genera vibrazioni nel cuore di chi ascolta. Naturalmente in profondità e con ampiezze diverse. Molto dipende da come questo cuore è sintonizzato per ricevere l’eco delle vibrazioni della vita.

Ora, è possibile passare sopra il famoso balzo della rana di Basho e trovare il tutto un po’ monotono:

Antico stagno Un tuffo – una rana Rumore d’acqua

Oppure è possibile vedere, su uno sfondo immobile di silenzio, la vita che si manifesta e cogliere, in un balzo, l’infinito ed il limite, il presente e l’eterno. O altro ancora.

Certamente si possono leggere molte cose, ma è anche necessario guardarsi da ogni ansia interpretativa. Basho stesso diceva che la sua poesia ha lo stesso valore di “una stufa d’estate o di un ventaglio in inverno”. Per dire che non c’è nessuna finalità. E quindi che non ci sono per forza significati nascosti o grandi verità da ricercare.

Questa idea di una verità ulteriore, di un valore aggiunto, che per forza “sta sotto” è il vizio antico di una mente complicata che, nella ricerca di altro ancora, non riesce a cogliere tutta la ricchezza presente nella semplicità delle cose. Una realtà questa che non appartiene solo all’arte ed alla poesia.

Anche nella forma dell’haiku non c’è complicazione.

In un suo saggio il semiologo Roland Barthes afferma che: “la sua brevità non è formale. Non è un pensiero ricco ridotto ad una forma breve, ma un evento breve che trova tutt’a un tratto la sua forma esatta”.

E nel solco della migliore tradizione Zen, quasi in risposta ad Alan Watts, ribadisce che “la pietra della parola è stata gettata inutilmente, non ci sono né onde né colate di senso”. Verrebbe da ripetere con Doghen che “ogni cosa canta la verità senza aggiungere nulla”.

L’haiku che sa cogliere direttamente e con immediatezza la realtà ne accompagna bene il canto. Forse per questo lo sentiamo così vicino allo Zen. E non potrebbe essere altrimenti.

Secondo la tradizione il Buddha, sul Picco dell’Avvoltoio, in assoluto silenzio, mostrò semplicemente un fiore a coloro che si erano radunati per ascoltare le sue parole. Nessuno capì, tranne Mahakashapa che, per tutta risposta, sorrise. A lui il Buddha affidò la continuità del suo insegnamento. In questa storia semplice e poetica sono racchiuse le origini dello Zen. Forse anche le radici dell’haiku.

Massimo Beggio