di Jiso Forzani

Quanto segue non vuole essere l’interpretazione corretta di quanto precede. Proponendo questo testo, non intendiamo diffondere una dottrina particolare per cercare di convincere qualcuno della sua bontà e quindi a seguirla. Non si tratta quindi di fare esegesi ed esercizi dialettici che diano al lettore chiavi interpretative convincenti. Ci auguriamo null’altro che fornire strumenti adatti a riflettere su se stessi, sul senso del proprio esistere. Operazione questa che dura una vita, perché inscindibile dalla vita stessa con tutte le sue fasi. Là dove il Roshi afferma che “ci sono molte cose, come le questioni di cui stiamo parlando, che ho iniziato a capire dopo molti, molti anni. Invecchiare è un bene, lo sai, e io mi sento grato per questi anni” si apre uno spazio dinanzi al nostro cammino, che spesso tendiamo a bloccare affermando comprensioni che invece non fanno ancora parte di noi, ma sono prese a prestito da dottrine orecchiate, suggerite da timori che non sappiamo affrontare e da speranze che desideriamo sentir confermate. La profondità di cui si parla nel testo è anche una dimensione prospettica e non solo un’insondabilità abissale o celeste. Essere consapevoli di non arrivare a comprendere fino in fondo non deve essere una resa all’ignoranza che stimola il rifugio in teorie indimostrabili o in superstizioni consolanti, ma un atto di onestà che apre la porta all’ascolto e all’approfondimento. Ogni stagione della vita ha un rapporto specifico con la problematica della vita e il livello di comprensione corrispondente. Per esempio, anche se il problema della morte riguarda tutti e ciascuno individualmente indipendentemente dall’età, perché si può morire e si muore ad ogni età, è evidente che il rapporto con quel problema di un bambino, di un giovane, di un adulto e di un vecchio è molto differente. Quello che si può capire della morte riflettendoci a trent’anni non è quello che si può capire guardandola in faccia a ottanta. Oggi la vecchiaia non è più compresa come l’anticamera della morte, ma come un prolungamento della giovinezza, soltanto con qualche acciacco in più. Questo appiattimento delle età della vita su un’unica stagione apparentemente appetibile (quella del vigore e della salute) lungi dal risolvere il problema del trascorrere del tempo toglie spessore (profondità) alla dimensione dell’esistenza.

L’intervista che abbiamo letto riporta le parole di un vecchio monaco non lontano dalla morte che a sua volta cita le parole di un vecchio antico saggio in procinto di morire. In questa luce, credo si possa dire che “il regno dei cieli è vicino” contenga, fra i suoi significati, anche quello di “la morte è vicina”. Questo non significa assolutamente identificare il regno dei cieli con la morte, in un’idolatria dell’estinzione o dell’eterno riposo che attribuisce il valore della vita alla sua fine. Significa invece comprendere la vita (la propria e tutte le vite) in relazione alla vicinanza (ineluttabilità) della morte (propria e di ogni altra esistenza). La profondità è data proprio dal contrasto, che non è contraddizione di poli che si escludono ma relazione inscindibile di alterità non sovrapponibili, fra la realtà della vita e la realtà della morte. Ciò che appare come l’assurdo del non senso è la vera ricchezza (o se preferite la generosa povertà) dell’esistenza. Questa è la vicinanza che ci accompagna sempre, di cui sempre siamo al cospetto. Fare zazen non è altro che stare lì seduti: non c’è nulla da aggiungere, perché ogni aggiunta è comunque inghiottita da questa vicinanza. Così comprendo la profondità di cui parla il Roshi.

In questa luce vedo il problema fondamentale dell’identità. Una delle frasi più importanti del testo dice: “All’inizio dell’Abhidharmakosa troviamo la definizione di dharma. ‘Poiché tutte le cose conservano un’identità propria, sono chiamate dharma’. Qui, identità propria significa jiko o un’identità che tutto abbraccia. Così la definizione di dharma deriva dal fatto di custodire un’identità propria”. Il concetto di dharma, che è la base del buddismo, viene assimilato da questo antico testo, che Uchiyama Roshi riprende, alla scoperta della propria vera identità. Cioè, il rivelarsi a me stesso di chi sono è il dharma, la legge costitutiva della vita/morte. O, in altre parole, il dharma non è altro da me stesso, non è una legge che cala su di me dall’esterno o che sorge in me dall’interno, né una norma che io devo applicare al mondo circostante e a me stesso. Ma se così è, allora devo comprendere cos’è questo io, che è il nome che do alla mia identità. Questo io così inteso, non è l’io della contrapposizione io/tu, né l’io di questo particolare momento, né l’io della memoria che collega tutte le mie diverse esperienze, né l’io di un’idea di me proiettata nel tempo e oltre il tempo. Questo io che è dharma (o jiko o identità universale che dir si voglia) è il mio essere qui ora tutto completo in virtù della relazione infinita con tutto che fa sì che ora io qui sia. Per questo abbiamo letto le parole “nessuna spiegazione del buddhadharma può mai essere un discorso che tratta di discriminazione e di distinzione”. Di questo fatto io non ho una riprova scientifica, né posso farne una verifica dimostrativa. Mi rendo conto di non essere autogenerato e autosostenuto, so che sono grazie alla relazione di ciò che mi ha fatto nascere, di ciò mi circonda e mi sostiene, l’aria, il nutrimento, il rapporto con gli esseri e le cose che mi costituiscono così come sono… Ma il mio ambito non so se e dove finisce. Non so, perché non posso averne la prova, se e come il battito d’ala di una farfalla a Bogotà è costitutivo della realtà della mia vita. Ma non è questo il punto. Non si tratta di ricostruire la trama infinita delle cause e degli effetti in una visione meccanica dell’interdipendenza. E neppure si tratta di sapere, nel senso di conoscere, di acquisire conoscenza positiva. Si tratta invece, parlando di jiko – identità universale, di sapere (che qui è sinonimo di credere, non nel senso di aderire a un credo fideistico, ma, sapendo di non sapere, di rimanere in ascolto, di aprire le mani del pensiero, come direbbe il Roshi) che la forza vitale che fa vivere me nel mio mondo non è altro dalla forza vitale che fa vivere te nel tuo mondo. Per cui comunicare non vuol dire che io e te viviamo nello stesso mondo, che esiste una visione obbiettiva del mondo su cui dobbiamo concordare, e che scambiandoci le nostre opinioni sui nostri punti di vista del mondo finiremo per metterci d’accordo. Vuol dire invece che siamo comunicati (non distinti, non separati) dal fatto che la forza vitale che fa vivere me con tutta la trama delle mie relazioni non è altro dalla forza vitale che fa vivere te con tutte le tue relazioni.

Questo non è un discorso accademico. Oggi più che mai stiamo verificando che il confronto delle visioni, la dialettica delle ragioni, il riferimento alle idee sono mezzi di comunicazione quanto mai aleatori. Persino chi è consapevole che siamo tutti figli dello stesso Dio, sceglie di adorare non Dio ma il nome che lui gli dà. Ignorando Dio idolatra dio, god, gott, allah, yhwh… e in nome di quel nome si appresta a scannare (per amor di dio, ovviamente) chi crede in un nome differente. Lo stesso vale per concetti e parole quali giustizia, pace, libertà, che oggi la vergogna dovrebbe indurre a non pronunciare.

Non ci scandalizziamo, perciò, sentendo dire che “ognuno sta vivendo nel suo proprio mondo. Ancora, ognuno cerca di comunicare con ognun altro, e ciascuno lo fa con le sue proprie parole. Noi lo chiamiamo “comunicare”, però, è in realtà una cosa del tutto diversa”. Non è l’affermazione dell’incomunicabilità esistenzialista. È invece l’invito a riconoscere la propria identità (l’identità di ogni cosa) come dharma, cioè “un regno illimitato dove tutte le miriadi di cose sono reciprocamente interconnesse”.

Allora prendersi cura del proprio mondo, non essere autoindulgente, è aver cura del mondo. Questa cura, questo rispetto per la propria vita che è la vita del mondo, parte da qui, dal sedersi al cospetto di questa scarna ricchezza, dal trovare in essa e non in orpelli aggiuntivi la motivazione e lo scopo per la propria pratica di ogni giorno.

Desidero concludere con alcuni versi, che traggo da un più lungo poema di Uchiyama Roshi, intitolato La profondità senza limite di vita/morte:

Per coloro che accettano così com’è il paradosso di aver cara d’istinto la vita ben sapendo innegabile la verità che tu devi morire, non c’è limite alla profondità della vita.