Cultura cristiana

* Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1988.
E’ un testo in cui Bonhoeffer abbozza una sorta di teologia senza dio, ruotando attorno al detto usato da Grotius per affermare il diritto naturale dei popoli etsi deus non daretur. Molto in profondità si ricollega al testo di Hisamatsu, Una religione senza dio. Satori e Ateismo, inserito nel gruppo dedicato al dialogo interreligioso nel quale si parla del buddismo come di una religione che prescinde dal teismo, una sorta di etsi deus non daretur ante litteram.

* C. Carretto (a c. di), Racconti di un pellegrino russo, Cittadella Editrice, Assisi 1996.
Dal punto di vista edificante e dell’indirizzo religioso che esprime è di ottima fattura, in molti tratti universale, nel senso di non appartenente ad una religione particolare. Il suo pregio più grande, penso, consiste nell’essere fruibile da ogni classe culturale di lettori pur avendo un taglio profondo e per certi versi specialistico. Dal punto di vista letterario risente di un “clima” culturale (è stato composto probabilmente attorno al 1850) di settarismo e negazionismo nei confronti della altre religioni che arriva sino ad affermare riguardo alla “preghiera del cuore”, ripetizione mantrica della frase “Signore Gesù Cristo abbiate pietà di me” seguendo il ritmo del respiro: «I monaci dell’India e di Buchara hanno preso la loro tecnica dalla preghiera del cuore, ma l’hanno deformata e guastata» (p.70). Affermazione impronunciabile da chi contemporaneamente pratichi cultura storico religiosa e onestà intellettuale. La parte meno apprezzabile, soprattutto perché rischia di passare inosservata o scusata dalla forma fintamente ingenua con cui il testo è costruito, è l’insieme di legami tra il magico e il terreno, tra la preghiera ed i suoi effetti, che rischiano di far degenerare il libro da testo di devozione popolare a quello di superstizione popolare.

* F.Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio, con postfazione di Quinzio, Adelphi, Milano, 2002.
E’ un libro originale, direi unico, nel quale l’autore espone una sua intuizione – per la quale tra l’altro ottenne la massima scomunica che gli venne revocata solo pochi mesi prima della morte- intuizione che possiamo riassumere nella concezione di Dio come espressione perenne del puro dopo. Ovvero Dio senza passato e senza presente. È un passo poderoso verso una fede non idolatrica che, tutto sommato, non ha piena originalità se posto a confronto con le opere di Dōgen o anche con sutra quali il Sutra del Diamante ed il Sutra del Cuore. Per la teologia occidentale è senz’altro una opzione originale (come dimostra a mio parere anche la scomunica) che si ricollega in qualche modo a quanto detto da Bonhoeffer nella teologia etsi deus non daretur. Sia che lo si traduca con l’erroneo ma interessante “come se dio non fosse” oppure secondo l’esatto ma meno stimolante “anche se dio non fosse”. La visuale di Tartaglia, sebbene presentata con una certa macchinosità, si ricollega alla tradizione che passa per Eckhart il quale pregava Dio di liberarlo anche da Dio. Oppure quando, sempre Eckhart parla di “povertà perfetta” nella quale l’uomo, per amor di Dio si allontana da Dio.

* Gianfranco Ravasi, Le porte del peccato, Mondadori, 2007, p. 243, € 17,5.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Monsignor Ravasi affronta in questo testo un argomento di grande interesse religioso ed antropologico: i sette peccati capitali. Il libro è scritto con uno stile piacevole e ricco di citazioni. Esso affronta la storia dei sette peccati capitali attraverso la storia, la teologia, la filosofia, la letteratura, l’arte, il cinema. Ci sono degli autori con cui Ravasi si misura e dai quali attinge a piene mani come: Dante, Shakespeare, S. Tommaso, Gregorio Magno e il filosofo contemporaneo Galimberti. I sette peccati come espressione e manifestazione dei sette vizi. L’autore è particolarmente bravo a liberare l’argomento, nei limiti del possibile, da uno contesto strettamente religioso. I sette peccati vengono analizzati ad uno ad uno, seguendo quella che è la classificazione canonica, ovvero, superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, pigrizia. Per ogni peccato si vede prima l’aspetto semantico, da un punto vista filologico ma non solo, si tracciano anche i derivanti aggettivi e i loro significati. Possiamo pensare all’ira e come ad essa si colleghino altri atteggiamenti e quindi altri aggettivi come collerico, rabbioso, irrascibile. Successivamente il peccato viene analizzato nel suo essere vizio. Qui il testo è particolarmente interessante e, ci sentiamo d’aggiungere, poco teologico e molto filosofico, infatti, il vizio non viene visto come fenomeno a sé, ma si sottolinea come esso non abbia dei confini delineati. Il sapere riposarsi, il fermarsi è una virtù, ma se questo fermarsi diventa un vizio ecco che ci troviamo nella pigrizia. La cosa che fa riflettere molto è la catena di cause che due diversi atteggiamenti dai confini sfumati possono dare origine. Non vengono proposte vie per la virtù, il libro non vuole essere un manuale di morale. Il vizio è radicato nell’uomo e non c’è alcuna via di fuga. Se il testo attinge ad altre discipline oltre alla teologia, non mancano riferimenti ad essa: nel trattare l’ira, per esempio, Monsignor Ravasi analizza il problema dell’ira di Dio che ricorre spesso nella Bibbia. L’autore, che è anche un esegeta, interpreta la Bibbia in una chiave fortemente allegorica, dunque l’ira diventa giustizia, la giustizia diventa rassicurazione per i più deboli. Ovviamente l’interpretazione è di stampo religioso e purtroppo non ha nessuna intenzione di aprire fronti di discussione al riguardo che potrebbero avere un loro interesse. L’autore ha come suo scopo di liberare l’argomento dei peccati capitali da quella pesantezza teologica, infatti parla più di vizi che di peccati, nello stesso tempo vuole riportare il tema nell’ambito della morale. Però, è consapevole che la morale, come la teologia, potrebbe ricoprire questo tema di pesantezza ed astrattezza ecco perché ogni vizio viene visto nel suo sviluppo linguistico e storico, arrivando ad osservarlo nella società d’oggi. Alla fine di questo percorso i vizi vengono visti come una componente costitutiva dell’uomo, come lo è la virtù, sta all’uomo d’oggi, inserito in questo mondo, decidere.

(A cura di Gennaro Iorio)

* Carlo Maria Martini , Non sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostro, Ed. Portalupi, 2005, P. 184, € 18.
Si può insegnare una preghiera?

Vorrei iniziare con questa domanda la scheda al libro del cardinal Martini.
Il titolo del testo è particolarmente interessante: non sprecate parole.

Una preghiera, come ogni altra pratica religiosa, se diventa un feticcio, una ripetizione meccanica senza alcun pathos delle parole che qualcun altro ci ha insegnato, perde di senso e diventa un’altra cosa.

Questo punto è centrale nel testo ed attorno al senso profondo del pregare esso si sviluppa.

Il testo non è voluminoso e lo stile è piacevole: essendo una trascrizione di esercizi spirituali tenuti dal cardinale.

La preghiera non è una tecnica psicologica per sentirsi meglio, infatti, troviamo nel testo:

“Tutti noi, come il discepolo innominato, abbiamo detto tante volte: «Signore, insegnaci a pregare!». Che cosa chiedevamo?
– Penso che molta gente, quando pone tale domanda, non di rado desidera anzitutto raggiungere quella unità interiore, quel raccoglimento, quel possesso di se, quella gioia di tenersi bene in mano che è caratteristica di una preghiera profonda. Si tratta di atteggiamenti positivi e utili, ma siamo ancora nell’ambito di una preghiera psicologica, tesa a ottenere alcuni benefici: imparare a essere calmo, tranquillo, raccolto, pacificato, coordinato, senza una sarabanda di pensieri che mi frulla per la testa. Di fatto coloro che si dedicano alle pratiche yoga o zen imparano simili cose: il raccoglimento, il dimenticare tutto, l’astrarsi dal mondo esteriore, il concentrarsi su un unico punto, magari sul nulla, l’eliminare ogni pensiero per vivere nella calma più assoluta.
Forse noi pure abbiamo bisogno di tali atteggiamenti per pregare bene. Ci vuole un minimo di concentrazione e unità, proprio perché la preghiera è anche salute psicologica.
– Noi vogliamo tuttavia chiedere a Gesù di insegnarci a pregare nello Spirito, soprattutto di insegnarci la disposizione interiore e quali siano le richieste da presentare.
Spesso quando inizio la preghiera apro il testo della lettera ai Romani, là dove si dice che nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare (cf. 8,26a) e dico: Signore, vedi che non so pregare. Però tu hai promesso lo Spirito in aiuto alla mia debolezza e lo Spirito intercede per me «con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (8,26b-27). Noi vogliamo tuttavia chiedere a Gesù di insegnarci a pregare nello Spirito, soprattutto di insegnarci la disposizione interiore e quali siano le richieste da presentare.

Quindi per me, per noi imparare a pregare vuol dire imparare ad affidarci allo Spirito che ci muove a recitare il Padre Nostro, fino a raggiungere quel bellissimo stato d’animo su cui ho meditato molte volte, in tanti momenti della mia vita: «Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20)”.

Il passo che abbiamo riportato ci dà la possibilità di vedere un punto essenziale del libro: l’atteggiamento di umiltà senza il quale, per il Cardinale, non è possibile alcuna preghiera.

Dobbiamo osservare il riferimento superficiale allo Yoga e allo Zen. Non vedo l’esigenza di accennare a delle pratiche religiose in modo così incompleto e superficiale.
Il Padre Nostro è analizzato in modo analitico e queste riflessioni sono molto interessanti. Segnalo in particolare il commento al versetto: ma liberaci dal male. Si affronta il tema della libertà e del Male.
L’autore utilizza molto come testo di riferimento Gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, il manuale spirituale scritto dal fondatore dell’ordine dei Gesuiti nel XVI sec.
Il Cardinale condivide il parere di chi vede nella preghiera del Padre Nostro la sintesi dei Vangeli. Personalmente mi sentirei di aggiungere: che essendo sintesi dei Vangeli è sintesi del Cristianesimo in toto.

(A cura di Gennaro Iorio)

* San Giovanni della Croce, La notte oscura, a cura di Grazia Sanguinetti in Ferrero de Gubernatis Ventimiglia, presentazione di Mons. Santino Chiappe, Piero Gribaudi Editore, Milano 1993.

La non paura della notte.

S. Giovanni della Croce in quest’opera compie e fa compiere un “cammino”. Non si tratta di un “cammino” semplice, accompagnato da una luce o da una guida.
L’uomo è solo in una notte oscura. Capiamo la forza semantica dell’aggettivo oscuro, soffermandoci durante la lettura a riflettere sul suo significato.
Se proviamo un senso di smarrimento significa che stiamo vivendo il testo da un angolatura mistica.
Questo testo, come altri appartenenti al campo della mistica, è una spina nel fianco per ogni formalismo religioso; per questo motivo e per altri, la mistica non è stata ben vista dalle gerarchie fino a poco tempo fa.
Lo stile con cui l’opera è scritta è piacevole, semplice, la struttura molto scorrevole.
Questa edizione non ha note, non ha una bibliografia, solo una breve introduzione.
L’idea di affrontare questo libro senza nessuna altra spiegazione è interessante, la nostra mente non è pronta; forse la condizione migliore per rapportarsi ad una letteratura mistica.
Adesso, dimenticando queste poche righe leggiamo i primi versi di questa opera che poi si svilupperà proprio a partire dalla loro spiegazione.

Strofe dell’Anima

1. In una notte oscura, anelante e infiammata in amori, – oh felice ventura! – uscii senza esser vista, essendosi acquietata la mia casa.

2. Sicura uscii nel buio, per la segreta scala, travestita, -oh felice ventura!- al buio e ben celata, essendosi acquietata la mia casa.

3. Nella notte felice, in segreto e senza essere vista, senza guardare cosa alcuna, senz’altra luce e guida che la fiamma accesa nel mio cuore.

4. La fiamma mi guidava più certa della luce a mezzogiorno… dove mi attendeva Colui ch’io ben sapevo in luogo solitario.

5. Notte che mi hai guidato! Notte più gentile dell’alba! Oh notte che hai unito l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!

6. Sul mio petto fiorito che per sé solo aveva custodito rimase addormentato mentr’io lo vezzeggiavo alla brezza dei cedri.

7. L’aria degli alti torrioni quando scioglievo i suoi capelli con la sua mano serena, il mio collo feriva e assopiva così tutti i miei sensi.

8. Dimentica di me ivi rimasi, il volto reclinato sull’Amato, tutto cessò e mi staccai da me, abbandonando i miei pensieri in mezzo ai gigli.

(A cura di Gennaro Iorio)

* Raimon Panikkar, La gioia pasquale, la presenza di Dio e Maria, a cura di Milena Carrara Pavan, Jaca Book 2007.

Un libro scritto da un kalyānamitra. Panikkar è autore di svariate opere, alcune di esse sono complesse e richiedono impegno. Ci sono, poi, altre opere scritte con uno stile più colloquiale, che solo in apparenza chiedono meno impegno. La Gioia Pasquale può essere inserita in quest’ultimo gruppo. Abbiamo detto un libro scritto da un kalyānamitra, “il buon amico” che ci accompagna con l’esempio sulla Via religiosa (Suttanipāta 45 ss.). Spieghiamo il motivo di questa scelta: in questa piccola opera Panikkar non utilizza un linguaggio complesso, non richiama altre tradizioni culturali, non utilizza una terminologia articolata, ma ci parla come un buon amico che ci guida attraverso argomenti delicati come la fede, l’amore, la gioia.

Se lo stile è colloquiale, gli argomenti sono estremamente complessi, al centro della riflessione panikkariana nella prima parte del libro vi è l’uomo come essere che ricerca la felicità:

“Perciò l’uomo è infinito da una parte, ma chiuso, radicato, prigioniero, direbbe qualcuno, dello stesso finito. E in questa ricerca dell’infinito nel finito è tutta la tensione, tutta la pericolosità, tutta la bellezza della vita umana. La virtù non è altro che questo, e il peccato non è altro che questo” (pag. 17).
Queste poche righe ci possono dare uno scorcio sulle tematiche del testo. Questa sete d’infinito paradossalmente ricercata da un essere finito è, come scrive Panikkar, la grandezza e miseria dell’uomo.
Se si legge il titolo del libro si coglie in modo immediato questo paradosso, ovvero, la gioia accostata alla Pasqua. La Pasqua rappresenta la resurrezione, ma questa avviene solo dopo la morte, solo dopo il martirio di Cristo. Alla fine di questo percorso vi è la Gioia della risurrezione. Panikkar analizza proprio questo significato di gioia e lo mette in rapporto alla vita quotidiana con tutte le sue problematiche annesse. Arrivando così a riflettere su cosa significa trascendente e che significato questo trascendente ha per la nostra vita:
“Se questa cosa in cui io credo non è superiore a me, più forte di me, allora non può sostenere la mia fede e non può salvarmi dal naufragio giornaliero (1). Un amore, dicevo, può farmi fare un salto in avanti: ma se io poi posso fare con questo amore quello che voglio, se risulta che l’oggetto del mio amore e più debole di me; se il ragazzo o la ragazza, o la scienza, o la disciplina, o lo sport, o qualsiasi valore in cui io credevo risulta più debole di me perché io posso, capovolgendo l’ordine, utilizzarlo per me, per il mio piacere o servizio o utilità, allora ciò che doveva essere un sostegno può servirmi, sì, momentaneamente per arrampicarmi e salvarmi dal pericolo di cadere, ma, una volta utilizzato, diventa un giocattolo nelle mie mani, un oggetto del mio egoismo, una bambola della mia passione, uno strumento per la mia vanità e il mio orgoglio, allora non mi serve più” (pag. 20).
E’ ciò che ignoriamo, è ciò che non possiamo ridurre a nostro giocattolo ad essere indispensabile per la nostra salvezza. L’ultima parte del testo è molto interessante e riflette sulla figura della Madonna. Panikkar esprime tutto il suo amore per questa figura e non fa un discorso teologico su di essa, ma invita a scoprirne la centralità nel Cristianesimo. Se riflettiamo sono davvero poche le parole riportate dalla tradizione della madre di Gesù, eppure lei è stata madre prima di ogni altra cosa. Il suo fascino,potrebbe essere proprio questo silenzio.

(A cura di Gennaro Iorio)

(1) Questa affermazione di Panikkar mi ricorda un’altra opera, Shōbōgenzō Raihai Tokuzui, di Dōgen, nella quale troviamo un’affermazione opposta, o quasi, a quanto scritto da Panikkar: “La fede sincera non è qualche cosa che viene a voi dall’esterno, e neppure che muove verso l’esterno da dentro di voi, significa semplicemente stimare e onorare il dharma mentre facciamo di noi stessi luce. È voltare le spalle al mondo e considerare la via come propria dimora. Se di voi stessi pensate di essere, anche di poco, più preziosi del dharma, il dharma non passerà in voi e neppure lo raggiungerete. Non vi è neppure un esempio di qualcuno che abbia considerato il dharma come qualche cosa di prezioso”.

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* Joseph Ratzinger. Benedetto sedicesimo. Gesù di Nazaret. Edizione italiana a cura di Ingrid Stampa e Elio Guerriero. Rizzoli, Milano 2007.
2007 Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano.
2007 RCS Libri S.p.A, Milano.

Titolo originale dell’opera: Jesus von Nazareth – Von der Taufe im Jordan bis zur Verklarung. Traduzione di Chicca Galli e Roberta Zuppet.

Il dialogo tra storia e teologia.

Benedetto XVI si misura nell’introduzione in modo, volutamente, non approfondito con il problema del rapporto tra teologia e storia. Possiamo leggere vari accenni a correnti teologiche, ma sono solo spunti, che il papa utilizza per presentare la sua posizione: l’affermazione della sussistenza storica di Cristo.

Per Benedetto XVI non si può eliminare la realtà storica di Gesù, il rischio di una tale opera è la fine stessa del Cristianesimo.

Nello stesso tempo il Papa è consapevole che evidenziare l’aspetto storico potrebbe portare il Cristianesimo ad essere esclusivamente un evento tra gli altri eventi della storia. Una religione non è solo questo, infatti Benedetto XVI ne è ben consapevole quando scrive: “Questo intrinseco valore aggiunto della parola, che trascende il momento storico, vale ancora di più per le parole che sono maturate nel processo della storia della fede. L’autore non parla semplicemente da sé e per sé. Parla a partire da una storia comune che lo sostiene e nella quale sono già silenziosamente presenti le possibilità del suo futuro, del suo ulteriore cammino. Il processo delle letture progredienti e degli sviluppi delle parole non sarebbe possibile, se nelle parole stesse non fossero già presenti tali aperture intrinseche.”

Passiamo alla struttura del testo: sono 10 capitoli scritti con uno stile piacevole e non difficile. Bisogna, comunque, tener presente che quest’opera è stata concepita come un lavoro diviso in due volumi -il secondo non è ancora pubblicato- quindi sarebbe impossibile dare un giudizio completo sulla struttura.

Il metodo è interessante, ovvero, si cerca di riunire l’interpretazione storica con quella esegetica; successivamente partendo dall’esegesi si trattano temi di teologia.

Interessanti i capitoli sulle Beatitudini e sul Padre Nostro. Quest’ultimo tema viene affrontato con interessanti riflessioni sul significato della preghiera.
Le beatitudini vengono analizzate in modo sintetico e non mancano spunti nell’attualità.

In tutto il testo è possibile leggere un serrato confronto con la religione Ebraica; ovviamente per Benedetto XVI Gesù è la nuova Torah.

Il Papa si misura con un autore ebreo, nello specifico con Neusner Jacob autore dell’opera A Rabbi Talks with Jesus. An Intermillennial Interfaith Exchange, Doubleday, New York 1993 (trad. it.: Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù). Quale maestro seguire?

L’utilizzo di un simile testo è una scelta sicuramente da ammirare. Nonostante il continuo riferimento alla religione ebraica si resta sempre in un certo contesto, un contesto conosciuto e dalle conclusioni deducibili.

Penso sia, sotto quest’ottica, un occasione persa; se colui che è il capo della Chiesa prendesse una posizione ecumenica sulla figura di Cristo un tale libro parlerebbe anche ad altri, di altre tradizioni di altre religioni.

La grande preparazione teologica di Benedetto XVI è evidente in tutto il libro, tuttavia negli ultimi capitoli emerge con più forza. Si analizzano i simboli del Vangelo di Giovanni come l’acqua, il pane, il pastore. L’ultimo capitolo è dedicato alla definizione e all’autodefinizione di Gesù ed è particolarmente interessante.
La bibliografia non è eccessiva, ma stimolante.

(A cura di Gennaro Iorio)

* Pietro Schiavone sj, Il discernimento. Teoria e prassi , Ed. Paoline, 2009.

L’autore, Pietro Schiavone, sacerdote della Compagnia di Gesù, è stato Ordinario di Teologia spirituale nella Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Ha commentato il testo degli Esercizi Spirituali attingendo sia al Magistero sia agli altri scritti del santo di Loyola (12 edizioni con le Edizioni Paoline).
Dopo tanti volumi editi, ora ci fa dono di un libro molto pregevole: è uno studio completo, ricco e profondo sul discernimento, senz’altro una delle pochissime opere co-sì complete sul tema.
L’autore – uno dei massimi esperti nel campo del discernimento – riversa in questo libro anni di ricerca e di insegnamento, di direzione spirituale e di pratica pastorale. Con grande abilità e proprietà di linguaggio, offre, fin dalle prime pagine, un’ampia chiarifi-cazione dell’espressione discernimento degli spiriti, soffermandosi a lungo anche sul si-gnificato del termine discrezione, esponendo le finalità, l’importanza e l’attualità dell’argomento, sia per la vita spirituale personale sia per l’opera di evangelizzazione. Ricco di riferimenti al Magistero e alla dottrina dei grandi mistici, il libro dedica un’attenzione particolare a Ignazio di Loyola e ai suoi Esercizi spirituali, punto di rife-rimento fondamentale per chi intende approfondire questi temi.
L’Em.mo Card. Salvatore De Giorgi ricorda, nella Prefazione, di avere presentato al Santo Padre Benedetto XVI l’autore come “degno discepolo di sant’Ignazio e insigne maestro di Esercizi Spirituali. Lo dicevo, continua il Presidente della FIES, con motivata convinzione e con gratitudine per il notevole e prezioso contributo che padre Pietro ha dato, dà e darà alla promozione degli Esercizi Spirituali secondo sant’Ignazio. Il pre-sente volume ne costituisce la convincente dimostrazione».
Lo studio si sviluppa in cinque parti, di cui le prime tre riguardano soprattutto la teoria, le altre due la pratica. Le cinque parti hanno questi sottotitoli: presupposti del discernimento; mezzi per discernere: le condizioni del discernimento; le regola del di-scernimento; tempi e metodi del discernimento.
Riportiamo ancora quanto scrive il Card. Salvatore De Giorgi nella prefazione.
“Subito dopo il Convegno ecclesiale di Loreto, Mons. Gaetano Bonicelli (Tempo di discernimento, in Orientamenti pastorali 35 (1987) 3-8, qui 5s.) ha annotato che “la parola ‘discernimento’ è stata una delle più fortunate tra quelle diffuse” durante il Convegno, che “Padre e maestro era stato il card. Martini”, che “non è senza significato che ci sia stato un biblista e un gesuita a farlo”. Dopo averlo citato, P. Schiavone ricorda che non pochi Santi “o hanno fatto gli Esercizi ignaziani sotto la guida di gesuiti o sono sta-ti da loro diretti”, ed elenca, tra gli altri, Teresa d’Avila, Teresa di Lisieux e Teresa di
Calcutta. Per quanto riguarda quest’ultima, in particolare, è noto che i PP. Perrier e Pi-cachy, futuri Arcivescovi di Calcutta, con i PP. Van Exem e Neuner, furono tra i po-chissimi che seppero “dell’oscurità” in cui viveva la Beata.
Si tratta di studio che i maestri di spirito, in generale e, in particolare, le guide degli Esercizi e quanti attendono allo studio della Teologia spirituale, sia docenti che alunni, non possono non tenere presente.
Auguro, anzi e ancora con lo stesso P. González, “la diffusione del libro anche in altre lingue”.
Ricordo, prima di concludere, che Benedetto XVI, nel discorso a noi tenuto nel febbraio 2008, in occasione della XXIII Assemblea Generale della FIES, dopo avere letto la definizione degli Esercizi, riportata nel Preambolo del nostro Statuto, ha ag-giunto: “Accanto ad altre pur lodevoli forme di ritiro spirituale è bene che non venga meno la partecipazione agli Esercizi Spirituali, caratterizzati da quel clima di silenzio completo e profondo che favorisce l’incontro personale e comunitario con Dio e la con-templazione del volto di Cristo. Su questa esigenza, che i miei Predecessori ed io stesso abbiamo più volte richiamato, non si insisterà mai sufficientemente”.
È anche e soprattutto in tempo di Esercizi fatti come vuole il Papa che, aggiungo io, si può esperimentare e, quindi, impadronirsi dell’arte del discernimento, oggi parti-colarmente necessario per non cedere alle subdole aggressioni del soggettivismo e del relativismo che confondono, offuscano e anestetizzano le coscienze e impediscono la ricerca della Verità che conduce alla Vita dell’unica Via che è Cristo” (pag. 8s.).
Riportiamo alcune linee della conclusione generale: “L’amorosa attenzione a dare, sempre e in tutto, la maggiore gloria al Dio creatore, redentore e santificatore (di men-sione trinitaria) è il fine ultimo di ogni intenzione, azione e attività ed è pure il primo dei cardini intorno a cui dovrebbe girare un processo decisionale.
Posto di particolare importanza deve occupare lo Spirito (dimensione pneumatolo-gica), che opera perché si arrivi a conoscere, abbracciare, fare la volontà del Padre, a i-mitazione del Verbo, che, per questo (Gv 4,34; 6,38-40), ha assunto la condizione di servo, si è umiliato, si è fatto “obbediente fino alla morte…” (Fil 2,7-8) (dimensione cristologica).
Segue, logica, la necessità di assicurare le condizioni che consentano di lasciarsi da Lui guidare per sintonizzarsi con il Verbo incarnato, modello incomparabile, ispirarsi all’esempio dei Santi e della “benedetta madre” [273,2] in particolare (dimensione mariologi-ca), accettare di confrontarsi con la comunità, riconoscere il peculiare compito dei Pastori (di-mensione ecclesiologica).
Il discernimento è mezzo privilegiato non solo per “trovare la volontà divina nell’organizzare la propria vita” [1,4] (dimensione vocazionale) e dare un personale contributo sia nell’edificazione del Corpo mistico (dimensione apostolica) che nella costruzione della città terrena (dimensione sociale), ma anche per vivere da figli (cfr. Rm 8,14) e, sotto la signoria di Gesù (cfr. 1Cor 12,3), prestare culto spirituale giorno dietro giorno e in ogni circostanza (cfr. Rm 12,1-2) (discernimento morale). Questo, oltre tutto, consentirà di incontrare Dio non solo in maniera diretta e nell’intimità della preghiera, ma anche in se stessi, nei fratelli e nella creazione Si diventerà contemplativi nell’azione, meglio, in ipsa actione, restando, cioè, concentrati sul compito (missione) da assolvere e, quindi, facendo (poiôn ha il greco) la divina volontà (cfr. Mt 7,21).
Grazie sempre all’attiva presenza dello Spirito, la speranza teologale acquisterà maggiore spessore, la fede risplenderà di più vivida luce, la carità brucerà nei cuori e animerà la vita in ogni suo aspetto, si gusterà quello che Paolo denomina “frutto dello Spirito” e si instaurerà cli-ma di “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22) (dimensione comunitaria).
Questa divina impostazione ha, in concreto, scardinato il sistema dei cultori del legalismo senza interiorità e, quindi, anemico. Ma ha anche avuto e continua ad avere significato di conse-gna nelle mani dei crocifissori. Il coraggio, però, di vivere secondo tali principi e di proporli, nonostante abbia visto ta-gliarsi all’orizzonte la sagoma della croce, ne dimostra la bontà e la permanente validità.
Dice anche, e senza ombra di dubbio, che, in tale stile di vita, il credente deve riconoscere caratteristici, inconfondibili segni di spirito buono”.
Il volume riporta nelle pagine finali una ricchissima bibliografia e un indice analiti-co dettagliato, che orientano il lettore alla consultazione di altri libri sull’argomento e alla ricerca dei passi cui prestare particolare attenzione.
Intanto il volume risulta utile non solo alle guide di esercizi spirituali, ma agli stessi esercitanti che intendono verificare le scelte della propria vita e la maniera come le stanno attuando: guidati dalle linee in cui è descritto il discernimento sia personale sia comunitario, saranno in grado di operare l’indispensabile conversione mai terminata.
(Recensione da: Tempi dello Spirito 2009, n. 181 luglio – settembre 2009, pp. 282-284). Qui trovate gli appunti bibliografici de Il discernimento. Teoria e prassi

* AA.VV., Il Papa chiede perdono, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2000.
Un testo di coraggio e che invita a saperne di più.
Vengono riportati vari passi di discorsi fatti da Giovanni Paolo II

durante il suo pontificato. Elemento centrale di questi discorsi è il perdono, che la Chiesa chiede e concede. Una forte opera di purificazione della memoria di un istituzione di cui Giovanni Paolo II fu a capo e di questa responsabilità sentì profondamente il peso.

Sono citati gli errori fatti nei confronti della scienza, come il caso Galileo; i massacri compiuti contro gli indios; il “razzismo” nei confronti della donna; i torti nei confronti degli Ebrei. Tutti argomenti ancora oggi aperti sui quali si deve far luce; ecco perché riteniamo un pregio di questo testo l’invito che ne scaturisce a saperne di più su ciò che viene scritto.

La prima parte del testo riporta i vari discorsi del Papa: la forma è frammentaria e poco scorrevole, la divisione per argomenti lo rende schematico, ma la struttura resta a compartimenti stagni. Di maggiore interesse scientifico la seconda parte, dove si fanno delle brevi schede di approfondimento sui vari temi toccati come l’inquisizione, Galileo, ecc. Restano solo degli accenni, come giusto che sia in un simile testo, ma danno un breve quadro di ciò che si sta dicendo.

L’auspicio è che un simile atteggiamento di umiltà ed eucumenismo diventi un elemento centrale della Chiesa, anche dopo Giovanni Paolo II, che tra le varie cose positive fatte durante il pontificato, ha posto il perdono sotto una nuova luce, una luce più viva.

(A cura di Gennaro Iorio)

* Ilario di Poitiers, Commento al Salmo 118, Milano, Paoline, 2007.

Ci sono libri che insegnano di più con l’atmosfera che creano, che con le singole parole che contengono.
e’ il caso di questo Commento al Salmo 118 di Ilario di Poitiers, scritto dal vescovo gallico dopo il 360 d.C.
I Padri della Chiesa non avevano l’ossessione di essere originali a ogni costo, e per questo riuscivano a esserlo in modo sottile. Anche Ilario in quest’opera raccoglie a piene mani dalla cultura classica e cristiana precedente, da Cicerone a Origene; quanto c’è di più valido è però il clima di spiritualità che accompagna la lettura.
Se ci si ferma al dettaglio, molto spesso il “commento” a un versetto si riduce a poco più di una parafrasi, con citazioni parallele da altri testi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ma, dopo aver percorso pagine e pagine di riflessioni molto lineari, senza eroici furori (che differenza con Origene!), sentiamo che accade qualcosa. Che la lettura è gradevole, è ricca, è profonda, anche se risulta difficile individuare quale singolo punto ci abbia colpito.
Ilario era fatto così. Persona dotta, in un’area geografica culturalmente in decadenza; persona serena, che solo tardi si accorse del ciclone che stava investendo la Chiesa (le collusioni tra potere religioso e potere politico, tramite una diffusione strumentale dell’arianesimo); persona coerente, capace di mediare tra opposte correnti teologiche, di prendere partiti poco fruttuosi, di finire in esilio.
La sua vicenda, in modo a volte evidente, a volte sottile, si è depositata nel Commento al Salmo 118, ispirando una visione della vita tesa verso la trascendenza, ma sempre in modo controllato. Anche i luoghi comuni dell’apologetica, come le polemiche antieretiche o antiebraiche, compaiono in modo stringato, per subito affievolirsi. Alla fin fine l’unico nemico di cui dobbiamo seriamente preoccuparci è quello che ci portiamo dentro. E l’unica ricompensa da attendere è “ciò che occhio mai non vide”. Di tutto il volume, di oltre 400 pagine, riportiamo questo ritratto di Gesù (pag. 292): “Colui che solo è senza peccato e sulle cui labbra – unico caso – non vi fu inganno, volle che si ricevesse da lui, quale lezione principale del suo insegnamento, la mansuetudine e l’umiltà, grazie alla quale si sarebbe trovata pace per le anime”.

(A cura di Dario Rivarossa)

* Marco Vannini Storia della mistica. Dall’Iliade a Simone Weil, Mondadori, 2004.

(A cura di Gennaro Iorio)


Essendo il testo di questa scheda notevolmente più lungo delle altre (circa 12 cartelle) ve lo proponiamo in pdf:Storia della mistica. Dall’Iliade a Simone Weil

* Massimo Baldini
Il linguaggio dei mistici, Queriniana, 1986.

(A cura di Gennaro Iorio)


Essendo il testo di questa scheda più lungo delle altre (circa 3 cartelle) ve lo proponiamo in pdf: Il linguaggio dei mistici

* Giuseppe Dossetti La coscienza del fine, Ed. Paoline 2010.
Herman Melville diceva che, per scrivere un grande libro, occorre un grande argomento. È ciò che avviene nel volume La coscienza del fine, che raccoglie gli Appunti spirituali 1939-1955 di Giuseppe Dossetti, appena pubblicato dalle Paoline (pagg. 286, euro 21). In sintesi: un grande personaggio affronta grandi temi in un periodo cruciale della propria vita, nonché della società italiana e internazionale.
Gli anni dal ’39 al ’55 sono quelli in cui Dossetti offriva un contributo politico fondamentale per la nascita dell’Italia post-bellica, lavorando alla stesura della Costituzione, poi cooperando / scontrandosi a muso duro con i vertici della Dc, incluso De Gasperi. Dopodiché, in modo progressivo, aumentò in lui l’esigenza di una scelta di vita di tipo monastico, che si sarebbe realizzata in forma definitiva nel 1956 (cioè all’indomani del limite cronologico di questa raccolta).
I temi politici sono appena accennati, dato che il libro contiene solo gli appunti di Dossetti relativi all’insorgere e agli sviluppi della sua vocazione. Sono testi anche un po’ ripetitivi, perché evidentemente rappresentavano uno sfogo privato, un approfondimento diluito nel tempo, e non erano concepiti per la pubblicazione. Ciò non toglie che il quadro che ne emerge sia affascinante. All’inizio ci si ritrova presi tra gli “eroici furori” di Dossetti, che mischia situazione politica, problemi personali, riflessioni teologiche, in modo spesso abbozzato e confuso, lasciando intravedere la sua personalità ricca, combattuta, a volte polemica, a volte autocompiaciuta, a volte mistica. Poi, pian piano, la scelta religiosa prende il sopravvento, dapprima più “gridata”, poi sempre più meditativa.
Il titolo della raccolta, La coscienza del fine, è azzeccatissima. Il tema compare fin dalle prime pagine, e si svilupperà in modo coerente fino al termine del libro; anzi, è davvero il perno di tutta la riflessione spirituale di Dossetti. Il giurista-deputato-monaco ha un modo di parlare di Dio che, pur basato su fonti precise, spicca per la sua potenza inconfondibile. Diciamo, una santa Teresina rivista e corretta da Teilhard de Chardin. “La speranza: è Dio che promette e che promette se stesso, la deificazione. La Parola che s’incarna, che penetra e si costruisce nell’universo umano. Perciò non si spera da soli; chi spera non è l’individuo, chi spera è l’organismo sovrannaturale, il mistero di grazia e di verità, il Cristo totale e plenum, questo è lo Sperante assoluto”, 23 ottobre 1952. “La trascendenza – la deificazione – l’autodistruzione della creatura: la morte non semplicemente come liberazione dell’anima dal corpo ma come rottura metafisica tra corpo e spirito, distruzione dell’unità dell’uomo (e in questo appunto la morte di una creatura è il massimo omaggio, il «Gloria» vero reso alla Trinità, alla Sua suprema trascendenza)”, 20 ottobre 1953.
Il Dossetti teologo è così energico, così lontano dagli spiritualismucoli alla moda, che leggerlo è un piacere anche quando non si è d’accordo con lui. Di lui si ama perfino… l’ipocrisia, quando per decine di pagine si sforza di “convincerci” della sua adesione totale all’istituto di vita consacrata laicale Milites Christi. È evidente invece che ha una voglia matta di andarsene per seguire la propria strada; e infatti, a pagina 264, finalmente scoprirà le carte.
Il libro si chiude con la Piccola Regola scritta l’8 settembre 1955, che diverrà la base della comunità religiosa da lui fondata nel 1956, la Piccola Famiglia dell’Annunziata. Con un’ultima chicca: tra le invocazioni della Regola, a ruota dopo Maria e gli angeli compare “sant’Abramo, padre dei credenti”.
P.S. Con un breve volo pindarico, gli scritti di Giuseppe Dossetti richiamano alla mente la Gerusalemme liberata. Il poema del Tasso si apre, si muove e si chiude sull’idea della riconquista del Santo Sepolcro. Negli ultimissimi versi della Gerusalemme, Goffredo di Buglione entra trionfalmente nella tomba di Cristo e si prostra in adorazione; ma, come si sa, “colui che cercate non è qui” (Vangelo di Matteo 28,6).
Tasso, Dossetti: un cristianesimo militante, anche un po’ fondamentalista, ma che al vertice della sua militanza trova null’altro che un profondo silenzio.

(A cura di DHR)

* Sabino Chialà Silenzi. Ombre e luci del tacere, Ed. Qiqajon 2011.
Sabino Chialà, monaco della comunità di Bose, ci regala un piccolo libro ricco di elementi d’interesse e di spunti che danno da pensare.
Il tema che vuole affrontare, il silenzio, è complesso e dai limiti tematici sfumati; l’autore ne è consapevole e per questo precisa che il suo vuole essere un testo introduttivo alla problematica.
Sono particolarmente interessanti i capitoli dedicati alla riflessione filosofica sul silenzio. Nella prima Chialà specifica che il silenzio é un’esperienza strettamente personale e, dunque, la sua comprensione, esclusivamente sul piano teorico, non è possibile. Continua, poi, sottolineando il fatto che non è possibile parlare del silenzio al singolare, anzi che è necessario parlare di silenzi al plurale. In questo punto il testo diventa interessante in quanto si sofferma su quelle che l’autore stesso definisce come le “ombre” del silenzio. Il silenzio può essere fonte di vita, ma nello stesso tempo anche di morte. Quando il silenzio degenera la sua natura in mutismo, mostra il suo volto peggiore: quello dell’indifferenza, quello dell’egoismo. Chialà è bravo a sfruttare i padri della chiesa e le loro massime per evidenziare come vi sono silenzi dalle radici malvagie e come ci siano luoghi dove al mutismo deve sostituirsi la parola. Emerge naturalmente il tema complesso del rapporto tra la parola ed il silenzio. Ma questo punto è solo sfiorato e non trova lo spazio che meriterebbe, tuttavia le poche cose che si dicono sono significative ovvero: il silenzio è antecedente e successivo alla parola. Vi è un rapporto di antagonismo tra la parola ed il silenzio, antagonismo che deve mantenere sempre la medesima tensione.
L’autore ha la capacità di centrare una questione: il silenzio è una dimensione interiore: è in questo luogo che essa si genera e si estingue.
Chialà evidenzia come il silenzio richieda uno sforzo, un silenzio salvifico che non sia indifferenza, ma apertura, ascolto. Sul tema dell’ascolto si aprono le pagine sul vivere l’esperienza del silenzio in quanto uomo religioso. L’uomo di fede deve porsi in ascolto nei confronti della parola Divina, una parola che chiede esclusivamente d’essere accolta. Il passaggio di critica alla parola che si fa speculazione teologica é molto bello e fa riflettere. Una breve bibliografia conclude il testo.
Questo piccolo libro lo consiglio caldamente a chi fa del silenzio la fonte e la foce del proprio essere.

(A cura di Gennaro Iorio)

* Thomas More Gesù al Getsemani, a c. di Domenico Pezzini, trad. Simona Erotoli, Ed. Paoline

Si può meditare sulla tristezza con sottile humour? Lo ha fatto Thomas More (Tommaso Moro) nell’ultima opera da lui scritta nella Torre di Londra, in attesa della decapitazione — anzi, nell’orrore dello squartamento, che era la pena prevista per il reato di “alto tradimento”, anche se poi re Enrico VIII fece commutare la sentenza.
L’opera non ha titolo, o meglio ha numerosi titoli, dato che l’autore continuò a ridefinirne i limiti ma mano che sentiva avvicinarsi l’Ora. Inizialmente pensato come un ampio trattato De oratione et passione Christi, l’ultima versione suona invece De tristitia, tedio, pavore et oratione Christi ante captionem eius (La tristezza, l’angoscia, la paura e la preghiera di Cristo prima di essere catturato); ma questo titolo non rende giustizia alla ricchezza del contenuto, per cui le Paoline, che lo hanno appena pubblicato, hanno optato per Gesù al Getsemani, a c. di Domenico Pezzini, trad. Simona Erotoli, pp. 224, euro 11.
Un testo relativamente breve, ma con un contenuto molto ampio, variegato ma sintetico, grave eppure leggero, venato di malinconia nonché di (auto)ironia, polisemantico e però cristallino. Che è poi il motivo per cui Dio ha creato l’Inghilterra.
Thomas More affronta in modo fluido, spontaneo, tutte le questioni che gli si affacciano alla mente rileggendo i racconti della Passione, in una sorta di sintesi finale del proprio pensiero. Dibattiti sulla coerenza o meno dei quattro Vangeli si intrecciano a considerazioni sociologiche, accenni a questioni teologiche “alte” si intrufolano tra argute osservazioni psicologiche, e vi si alternano citazioni dai Padri della Chiesa e dagli autori classici.
A tenere insieme il tutto è una grande lezione sul discernimento interiore (diakrisis ton pneumaton), resa ancora più acuta dalla situazione in cui si trova l’ex cancelliere caduto in disgrazia. Su questo tema, il De tristitia Christi si rivela come uno dei capolavori nella storia del cristianesimo.
Thomas More è stato uno dei pochi – ma grandi – teologi cattolici “laici” ossia né preti né frati, insieme a Dante Alighieri, Torquato Tasso (Il mondo creato), Salvador Dalí. A renderlo universalmente famoso è stato il trattato più o meno giovanile Utopia, che però, alla luce di quest’ultima opera, chiederà di essere interpretato in altra maniera, anche radicalmente diversa.
Infine, questo cattolico fedele fino alla morte ha concluso la propria vita con una profonda, acuta riflessione sulla misteriosa figura del ragazzo che si trovò ad assistere alla Passione di Gesù (Mc 14,51-52): venne catturato anche lui, ma indossava solo un lenzuolo, che si sciolse, lasciandolo nudo e consentendogli la fuga, dato che Gesù aveva promesso la salvezza a tutti coloro che erano con lui al Getsemani.
Nessuno poté trattenerlo. Ignoto, leggero, privo di tutto. Sarà questa immagine a fare da “viatico” a Thomas More in procinto di abbandonare la “veste” del corpo.

(A cura di Dario Rivarossa)

* Gregorio di Nissa Omelie sulle Beatitudini, con testo greco a fronte, a c. di Chiara Somenzi (coll. Letture cristiane del primo millennio, 47), Paoline, Milano 2011.

A leggere le Omelie sulle Beatitudini di Gregorio di Nissa, scritte attorno al 380 d.C., viene in mente un’osservazione di Raimon Panikkar: “Fino a qualche tempo fa [ossia fino agli infausti anni ’60 del Novecento, ndr], l’antropologia cristiana e quella buddista erano molto vicine”. Queste Omelie sulle Beatitudini perdono infatti il 90% del loro spessore se non si prendono molto sul serio le prime due Nobili Verità del Discorso di Varanasi. A questa similitudine di partenza, poi, Gregorio di Nissa aggiunge una inattesa similitudine anche in fase di arrivo. Certo, con lui che è fratello di san Basilio nonché uno dei tre Padri Cappadoci, colonne del cristianesimo orientale, siamo senz’altro in ambito teista, e tuttavia… il suo Dio è così trascendente che la Sua onnipresenza sfiora la onni-assenza, e il giudizio divino sull’operato umano viene a coincidere con un auto-giudizio; con il farsi puro e semplice “specchio” del vissuto.
Gregorio elimina tutti i fronzoli per concentrarsi, e concentrare l’attenzione del lettore, sull’“unica cosa necessaria”, il cammino di salvezza. Di fronte alla assoluta ineffabilità e inconoscibilità di Quello (il Divino al neutro, non Dio al maschile), tutto ciò che resta al fedele è imitare lo stile di vita terreno di Gesù di Nazareth che si trova condensato nel Discorso della Montagna. Le parole di Gesù, definito “l’unico Beato”. La nobile arte del discernimento, o dello “scrostamento” del cuore. Le omelie, a rigore, sono rivolte ai catecumeni, agli adulti che si preparano a ricevere il battesimo; ma poi emerge che l’intera vita del credente, prima e dopo il battesimo, è e rimane un discepolato, all’infinito. Una disciplina rigorosa ma serena, che aiuta a far ri-convergere tutto l’uomo, anima e corpo. Così tutte le realtà, comprese la condizione di Adamo e la fine del mondo, sono da cercare nell’adesso: sempre presenti, sempre sfuggenti.
Simpatico, poi, questo Gregorio di Nissa. Gli chiedevano di assumere incarichi di responsabilità all’interno della Chiesa; lui rifiutava, dichiarandosi inadeguato; allora quegli altri lo costringevano; e poi si lamentavano se lui combinava solo pasticci. Di fronte a questo testo, però, si è costretti a ribaltare l’ottica: se Gregorio falliva come paciere tra piccoli ecclesiastici faziosi, ciò non era dovuto alla sua incapacità di indicare la via, quanto alla loro incapacità di ascoltarlo.
Nell’edizione delle Omelie sulle Beatitudini appena pubblicata dalle Paoline, la traduzione e cura di Chiara Somenzi sono di alto livello, ma l’opportunità di avere il testo greco a fronte fa scoprire miriadi di altri tesori.

* Giuseppe Dossetti, Omelie delle feste del Signore – Tempo ordinario, Paoline, Milano 2011.

Un libro che si apre con un lampo di luce e si chiude nella luce ineffabile.
Sarà un caso, ma sono proprio questi i temi della prima e della ultima predica di don Giuseppe Dossetti contenute nella raccolta Omelie delle feste del Signore – Tempo ordinario appena pubblicate dalle Paoline. La prima, risalente alla solennità dellʼAnnunciazione del 25 marzo 1968; lʼultima, alla solennità della Trasfigurazione del 6 agosto 1996. Estremamente significativi anche gli anni: nel 1968 Dossetti aveva appena dato inizio alla propria esperienza di vita monastica, mentre il 1996 sarà lʼanno della sua morte, tanto che lʼomelia sulla Trasfigurazione può essere considerata il suo testamento spirituale.
Termina con le parole: “Il significato pratico, concreto della trasfigurazione è anche questo: poter adorare e assimilare i patimenti di Cristo nella pace. È stupendo, no? Nel riposo, non nella commozione, non nellʼagitazione; nella sofferenza reale sua e nostra, sì, ma nella pace. Questo è il primo fondamentale frutto della trasfigurazione del Signore, lʼinvito a parteciparne con larghezza di cuore, per potere poi insieme godere della sua luce infinita, della sua essenza divina che tutto lo trasforma e tutti ci trasforma, e che trasforma e illumina di una luce radiosa tutto lʼuniverso. E così sia”.

Nella storia della Chiesa contemporanea, Dossetti viene dato “in forze” allʼala progressista, ma questa è coercizione ideologica. “Progressista” può andare bene se indica il suo cristianesimo radicale, ridotto allʼessenziale, poco incline ai giochetti di potere. Ma se si guarda alla sostanza della predicazione dellʼex membro della Costituente ed ex vicesegretario Dc, con il suo ritorno puro e duro alla spiritualità dei Padri della Chiesa, allora con altrettanta pertinenza lo si può classificare tra gli ultraconservatori.
Illuminanti alcuni suoi testi della seconda metà degli anni ʼ70, riferiti alla cosiddetta pastorale del post-Concilio, ancora adesso in auge: “Se da una parte nella Chiesa ci sono certamente i doni dello Spirito Santo, dallʼaltra ci sono tanti altri segni, quegli sventurati, disgraziatissimi segni dei tempi di cui si parla oggi equivocando completamente sulla parola evangelica e andandoli a cercare dove non ci sono. A questo proposito bisogna raschiare via tutto il discorso di questi ultimi dieci o quindici anni… Ci siamo sempre detti che la nostra teologia è una teologia antica e che non siamo disposti ad accedere a riletture dei misteri fondamentali del cristianesimo secondo chiavi diverse… Qualcuno dei contemporanei ha inventato nuove chiavi, ma a me non interessano”.

Ironia della sorte, lʼintroduzione del libro è stata affidata a mons. Bruno Forte che, con tutto il rispetto, è appunto uno degli epigoni della teologia elegante e innocua, tutto il contrario di ciò per cui Dossetti si batteva.
La si raccomanda per la sua inattualità, questa sorta di autobiografia monastica di Dossetti che copre lʼintero arco della sua vita nella congregazione Piccola Famiglia dellʼAnnunziata, fondata da lui. Una inattualità che – insistendo su ciò che “conferma” e rende “stabile” il Vangelo da due millenni – è lʼunica prospettiva realmente attuale. Anche per chi cristiano non è, un confronto serio con il cristianesimo dovrà passare da pagine come queste, non da tavole rotonde in cui si chiacchiericcia su che tempo fa.

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