giugno 2014


Tanto tempo fa, in quel di Monza, Massimo e Giovanna, due baldi e (allora) giovani zazenisti ebbero la splendida idea di tradurre in italiano una piccola opera, dal titolo Lo zen di Dogen come religione, scritta da Kosho Uchiyama, abate di Antaiji sino al 1975, quando il monastero era ancora situato alla periferia di Kyoto.

Erano tempi, quelli della traduzione, in cui il PC era ancora un oggetto quasi misterioso, posseduto solo dai precursori. Così il testo nacque su carta e tale rimase per molto tempo. Sino a quando Marta, nomen omen, lo copiò nel suo PC rendendolo così facilmente accessibile per correzioni e aggiornamenti. Si rendeva necessaria una copertina e, naturalmente, fu il Doc a prestare la sua matita mentre Ahr trasformò il tratto di quella matita in segni digitali, componendo l’insieme della copertina. Intanto Jf correggeva le parole giapponesi aggiungendo gli ideogrammi, Marta rifiniva il testo, controllava e ritraduceva d’accapo le note… e mym, come sempre, rompeva le … Cioè: coordinava il lavoro con grande pignoleria.
Un lavoro che siamo lieti di offrirvi in un agile e-book in formato pdf, in attesa che il nostro immensurabile webmaster, entro la fine del mese di tetlicatepec ce lo trasformi in formato e-pub.
Il testo originale nacque nel 1977, due anni dopo che Uchiyama aveva lasciato a Koho Watanabe la guida di Antaiji, proprio mentre il monastero rinasceva sulle montagne dove si trova tuttora, seppur molto cambiato.
Non ostante siano trascorsi quasi 40anni dalla sua composizione, il testo rimane attuale, evidenziando così la sua valenza religiosa.
In formato pdf:

Grazie a Max ora anche informato e-pub:

Veni, vidi, locuti sumus!
Inizio con un poco di latinorum, in risonanza con le numerose citazioni in tedesco, in greco, in francese, in aramaico, in spagnolo, in inglese, in latino naturalmente e qualcosina pure in sanscrito, suoni che dopo tre giorni di full immersion ancora mi sfarfallano tra un orecchio e l’altro.
Incontro di grande interesse, sia religioso che antropologico.
Un dotto gesuita, p. Fausto Gianfreda, ha tenuto tre conferenze magistrali di alto  livello.  Raramente,  forse mai,  ho sentito  parlare così bene, e con tanto

camaldoli-eremo

entusiasmo, di concetti così difficili, per di più rimbalzati da un autore all’altro, da un secolo all’altro. Questo ha fatto risaltare, più del solito, la mia scarsa cultura.
La parte più interessante è stata quella finale, il terzo giorno. Il programma era di parlare delle differenze che ciascuno di noi riscontrava nella “compassione” secondo l’accezione della religione dell’altro. Ho iniziato io, ho parlato un quarto d’ora e… è successo di tutto. Ad un certo punto, il moderatore -sacerdote anch’egli e monaco di Camaldoli- si è spogliato del suo ruolo super partes ed è intervenuto con una veemente predica, di parte, di quasi mezz’ora. La cosa curiosa è che la completa assenza di volontà (attitudine?) di considerare un punto di vista (in questo caso: il mio) insolito ed eccentrico rispetto alle consuete visuali teologiche, è stata poi definita “un dialogo molto interessante e onesto”.
Riconosco senza difficoltà che in un convegno in casa dei monaci camaldolesi, dialogando con un erudito padre gesuita, mettere in dubbio, in alcuni episodi della Scrittura, la capacità di esprimere compassione da parte di Gesù e in particolare del Dio di Abramo, non è stato un atto di accorta diplomazia. Mi avevano chiesto di dire quello che pensavo su un argomento preciso, l’ho fatto in modo rispettoso e chiaro.
Purtroppo questa parte, più animata, dell’incontro, non la trovate nel testo scritto del mio intervento (un testo che contiene due novità) perché è stata improvvisata. La trovate nell’ultima parte, la n°7, del CD (a pagamento) che potete richiedere a: foresteria@camaldoli.it
Nella quale però manca più di mezz’ora del confronto (duello? :-) ) finale. In particolare è stata tagliata tutta la “predica” del moderatore, p. Joseph. Peccato: ricordava che al Dio di Abramo, sino a quel tempo -seppur raramente- si offrivano sacrifici umani. Il senso dato infatti da p. Joseph alla storia di Abramo e Isacco era che, fermando la mano di Abramo, Dio volle dire, anche, che lui rifiutava il sacrificio di esseri umani.