aprile 2010


In una conferenza tenuta al Congresso mondiale degli abati benedettini a Roma nel settembre 2000, Timothy Radcliffe – maestro generale dei domenicani dal 1992 al 2001 – affermava che i monasteri sono, o dovrebbero essere: «Luoghi in cui la gloria di Dio rifulge, troni per il mistero. Questo non per una sorta di diritto divino, né per qualche automatismo nominalistico, ma proprio a causa di ciò che i monasteri non sono e di ciò che

non fanno, perché l’invisibile centro della vita monastica si manifesta nel come i monaci vivono. I monaci, infatti, non fanno nulla di particolare, non comprendono se stessi né sono compresi come quelli che hanno una particolare missione o funzione nella chiesa: essi sono là e, felicemente, continuano a essere semplicemente là… Le loro vite non conoscono carriere e promozioni, non hanno altro traguardo che la venuta del Signore: sono fratelli e sorelle, non possono aspirare a essere nulla di più, non hanno altra via di progresso che quella dell’humilitas».
Se al posto di “humilitas” inseriamo “zazen” (humilitas viene da humus)

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Nella pagina Tesi on line vi è una new entry, un lavoro particolarmente rarefatto, che pone a confronto proprio le due parti più indicibili del cristianesimo e del buddismo. Ovvero quello che è nascosto nel termine “mistica”.

Lo offriamo volentieri ai frequentatori del blog della Stella pur sapendo che il tema non è di facile approccio. Anche per le dimensioni di questo lavoro -circa 180 pagine- che ne fanno uno dei più completi sino ad ora pubblicati in Italia sull’argomento.

Giorni addietro ho scritto ad un amico e concludevo dicendo: «Un saluto e, comunque tu l’intenda: buona Pasqua». Prontamente quell’amico mi rispose: «In effetti quelli (cristiani) che sanno delle mie simpatie buddiste mi chiedono se devono farmi o no gli auguri, come devo comportarmi in questi casi?? E se mi chiedono cosa festeggio? Ci sarebbe una festività buddista ricorrente prossima alla pasqua?»
Riporto qui sotto la mia risposta ai suoi quesiti.

«L’handicap di una religione per la quale la non appartenenza è un valore è che non offre rifugio identitario. Questo fa sì che nel tempo in ogni cultura si finisca per appioppare al buddismo anche la funzione di religione popolare, ovvero rassicurante: primi tra tutti di solito arrivano i funerali poi i matrimoni e via via tutti i riti di passaggio che all’uomo paiono irrinunciabili. Per cui, visto che ad essere sinceri si rischia di confondere -se non di offendere-, conviene dare la risposta più adatta a ciascuno. A seconda del livello intellettuale si può partire da un “il buddismo è un continuo passaggio/Pasqua per cui ci sentiamo molto vicini ai fratelli cristiani che vi dedicano tanta importanza” sino a “le tradizioni della mia terra sono legate alla mia anima prima che diventi buddista” oppure, giù per li rami sino a un “per me franza o spagna…. basta che se magna!” 😉
Se poi vuoi davvero qualche festività buddista a copertura della pasqua, i buddisti italiani riuniti nell’UBI(Unione Buddista Italiana) celebrano il Vesak di questi tempi. Non ci sono mai andato ma ne dicono bene.
Se abitassimo in Africa forse avremmo lo stesso problema riguardo al giorno dedicato alla danza della pioggia.
Se i riti (il funerale di mio padre l’ho fatto celebrare in chiesa, io mi sono sposato anche in chiesa) servono, direi di usare con dignità quelli che già ci sono, il fatto che siano “di” un’altra religione, purché fatti bene, non è un problema. Con la franza o… »
Buona Pasqua a tutti.