gennaio 2009


Dal blog nel blog: “Ogni giorno è un buon giorno?”, a cura di Marta e Doc

Buongiorno Marta, buongiorno a tutti. Vorrei aprire la pagina di oggi riallacciandomi al discorso della “appartenenza”, nell’accezione usata da un lettore del ‘profondo sud’ (nickname: Homosex) nel commento 21 del post con il video ‘storia delle religioni’.
Lì l’appartenenza è vissuta, mi è parso, come subordinazione ad un modus vivendi formale, fatto di rigide convenzioni non scritte ma altrettanto o forse più vincolanti.

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Riporto il suo intervento:”
“… il vulnus del discorso è proprio il senso di appartenenza.Vivo nel profondo sud italia e l’unico linguaggio religioso in acto è quello cristiano per cui, contro voglia, penso e agisco da cristiano. Dunque sono cristiano?Sì, nella misura in cui appartengo a qui vili e miserabili ‘confratelli’ corresponsabili di molte delle sciagure umane. Persino l’amore, per i cristiani, è una tortura che deve far soffrire, deve far sentire in colpa. Per fortuna i cristiani non sono l’Umanità. Un caro saluto”.
Un grido nel deserto. Mi mette in difficoltà e mi porta a riflettere su quali forme di conformismo acritico la comunità mette in atto per proteggersi; dalla paura del nuovo, del non conosciuto, del diverso. (altro…)

Sinora abbiamo sempre pubblicato video musicali del nostro chitarrista preferito: Butchlazy, un grande sia con la chitarra acustica sia con quella resofonica. Questa volta lo “tradiamo”. L’amico Louis ci ha segnalato una musica mondiale. Forse (forse!) non tutti gli interpreti sono politically correct o degli esempi di vita, ma l’effetto val bene un piccolo tradimento… 😉


Dal blog nel blog: “Ogni giorno è un buon giorno?”, a cura di Marta e Doc

Per stare in tema….buongiorno a tutti.
Non so a voi, ma a me il nome di questo neo-nato blog mi ha riportato immediatamente alla mente il momento del risveglio. Non del “Risveglio”, ma del normale risveglio mattutino. Quello un po’ difficile, in cui, dopo che il corpo ha lasciato la tranquillità del sonno, mette in movimento il pensiero attorno alle varie “cose” da fare durante la giornata. Velocemente si passano in rassegna i vari impegni, vengono previste

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azioni e reazioni. Il tempo viene riempito prima che arrivi. Anche il tempo “vuoto” viene incasellato tra una cosa e l’altra. Sembra quasi una legge fisica da cui non ci si può sottrarre. Devo, in qualche modo, pensare prima ciò che dopo vivrò. Questo mi dà sicurezza… ma poi mi dà anche la sensazione di ripetere cose già viste, di vivere quasi sempre lo stesso giorno. Chi se ne intende lo definisce stress, lo stress del vivere moderno.
Ma…. torniamo indietro, al risveglio, (altro…)

È in libreria il nuovo libro di M.Y.Marassi

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Dopo India e Tibet, prosegue la migrazione del buddismo nello spazio, nel tempo e nelle culture. Ma qui, in Cina, l’occasione è così complessa che nel darne conto occorre mostrare con attenzione i partecipanti al gioco e il modo in cui viene condotto: l’inculturazione – operazione necessaria affinché il buddismo rinasca originale e autentico – ogni volta genera un buddismo legittimo in quel tempo e in quelle circostanze ma che in quelle forme è, di norma, un vicolo cieco per chi ad esse non appartiene. Non la storia come cronologia ma le avventure dello spirito in un Paese di cultura così diversa dalla nostra che tanti significati di quella non hanno riscontro in questa e viceversa. Restano così come orfani termini quali Dio, religione, filosofia, peccato… mentre ci giungono concetti e nomi che non sappiamo tradurre: 氣 qi, 自然 ziran, 仁 ren

PS: chi vuole collaborare a correggere imprecisioni, refusi o errori presenti in questo testo può segnalarli qui sotto, nei commenti, dopo aver controllato che non compaiano già nella
Errata corrige
PPS: Qui trovate metà del capitolo secondo, la parte sullo zazen.

Tutte le sante domeniche e le altre feste comandate, dalla vicina chiesa degli Agostiniani alle sette del mattino (e poi ogni mezz’ora, sino ad una sorta di incongrua apoteosi a mezzogiorno) si leva un festoso e rumorosissimo scampanìo, insistito, lungo, fastidioso soprattutto perché la chiesa non ha campanile e perciò non ha campane. L’invadente buongiorno è infatti orchestrato da un aggeggio ad orologeria collegato a due grandi altoparlanti. Specialmente d’estate, a finestre aperte, il suono è così forte che addirittura occorre sospendere la conversazione altrimenti si dovrebbe, letteralmente, urlare per farsi sentire anche da un interlocutore molto vicino.

La cosa mi è tornata alla mente sabato scorso leggendo l’articolo de La Stampa di Torino Poletto: “Niente minareti in città”. In sostanza, l’ottimo Poletto dice: “poiché a Torino i battezzati sono tra l’80 e l’85% della popolazione non sarebbe giusto che la maggioranza fosse disturbata dal richiamo alla preghiera del muezzin, solo per rispettare il diritto di una minoranza”. Però in certi quartieri di Torino le percentuali sono molto diverse, la maggioranza non è più cristiana ma islamica: certamente Poletto avrà già zittito le campane delle chiese in quelle zone.

PS: lo yatagan è una sorta di corta scimitarra ricurva tristemente famosa sulle coste del Tirreno sottoposte alle scorrerie dei Saraceni

Giornata della Memoria 2009

Una favola per sopravvivere: “Brundibar”
di Hans Krasa

Auditorium “Verdi” Milano,
24 gennaio 2009 ore 15,30

Teatro Comunale di Lonigo (Vicenza),
1 Febbraio 2009, ore 17,00

con il coro dei Pueri Cantores di Vicenza e
l’ orchestra “Verdi” di Milano
Direttore: Roberto Fioretto

Cecoslovacchia, 23 settembre 1943, nella cittadina di Theresienstadt si mette in scena l’operina per bambini “Brundibar” di Hans Krasa. I piccoli artisti e l’orchestra sono eccellenti, la sala è gremita, il pubblico applaude entusiasta, ma…. tutto ciò si svolge in un campo di concentramento; il pubblico, gli artisti, lo stesso Krasa, sono prigionieri ebrei, deportati da Cecoslovacchia, Austria, Germania, Danimarca.

Theresienstadt, Terezin in ceco, nel sistema dei lager nazisti rappresenta un’eccezione. Nonostante l’inverosimile ammassamento di prigionieri e l’uso del terrore come sistema di controllo (sia pure in termini meno espliciti che altrove) vi si mantenne un certo ordine sociale. Nel costante pericolo e tra spaventose difficoltà, autorevoli personalità furono capaci di irradiare attorno a loro l’idea di un’esistenza ancora possibile, sostenuta dall’arte e dalla cultura.

I piccoli deportati ebrei, interpreti o spettatori di questa vita artistica, ricevettero un aiuto fondamentale per la loro breve esistenza. Attraverso l’arte, si liberarono nelle persone forze animiche nascoste che crearono momenti di gioia, vitalità e coraggio.

(altro…)

Ho spalancato le porte

Ora il vento entra vorticoso

Mi toglie il fiato.

Ho paura

Ma non ho scelta

Non ho scampo.

Chi vive veramente

E chi ama follemente

Non ha garanzie.

cs

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