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	<title>La Stella del Mattino</title>
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	<description>Ambito Cristiano</description>
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		<title>Incontro Vangelo e Zen a Padova</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 00:48:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generali]]></category>

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		<description><![CDATA[

Lunedì 15 marzo ore 17.30 &#8211; 20.30

incontro con p.Luciano Mazzocchi presso la casa dei Missionari Comboniani via S. Giovanni di Verdara 139, Padova


Pratica dello zazen
Riflessione sul Vangelo
Eucaristia


Portare il vangelo e il necessario per lo zazen

(cuscino o plaid da ripiegare + stuoia o plaid da mettere per terra + calzini)

Un saluto a tutti,   Giuliano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2009/10/padova.jpg"><img class="imageright" title="padova" src="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2009/10/padova-300x225.jpg" alt="padova" width="240" height="180" /></a></p>

<h3>Lunedì 15 marzo ore 17.30 &#8211; 20.30</h3>

<p>incontro con p.Luciano Mazzocchi presso la casa dei <strong>Missionari Comboniani via S. Giovanni di Verdara 139, Padova</strong></p>

<ul>
<li>Pratica dello zazen</li>
<li>Riflessione sul Vangelo</li>
<li>Eucaristia</li>
</ul>

<p>Portare il vangelo e il necessario per lo zazen</p>

<p><em>(cuscino o plaid da ripiegare + stuoia o plaid da mettere per terra + calzini)</em></p>

<p>Un saluto a tutti,   Giuliano e Maria</p>

<p>::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::</p>

<p><a href="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2009/10/2009-2010-Pieghevole-LSM.pdf">Scarica il volantino <img src="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-images/logo_pdf_small.gif" alt="" />PDF</a></p>

<p>:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::</p>
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		<title>Lettera Vangelo e Zen</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 18:11:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo della settimana]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[lettera

Vangelo e Zen

7 marzo 2010

Vangelo secondo  Giovanni 8,21-32

Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire».  22. Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?».  23 E diceva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: x-large;">lettera</span></span></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: xx-large;">Vangelo e Zen</span></span></p>

<div align="right">7 marzo 2010</div>

<p align="center">Vangelo secondo  Giovanni 8,21-32</p>

<p><em>Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire».  <sup>22</sup>. Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?».  <sup>23</sup> E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo.  <sup>24</sup> Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati».  <sup>25</sup> Gli dissero allora: «Tu chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che vi dico.  <sup>26</sup> Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui».  <sup>27</sup> Non capirono che egli parlava loro del Padre.  <sup>28</sup> Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell&#8217;uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo.  <sup>29</sup> Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite».  <sup>30</sup> A queste sue parole, molti credettero in lui.  <sup>31</sup> Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli;  <sup>32</sup> conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». </em></p>

<ul>
<li><strong>fedeltà, conoscenza, verità, libertà</strong></li>
</ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify">“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Con queste poche parole Gesù ci lascia un insegnamento sempre attuale; ai nostri giorni, attualissimo! E&#8217; la fedeltà che apre alla conoscenza, è la conoscenza che introduce nella verità, è la verità che ci rende liberi. Generalmente nel mondo si vede al contrario: anzitutto ci si proclama liberi, prima di conoscere; quindi si conosce e si ritiene verità ciò che si confà con questo proprio dirsi liberi. Facciamo quindi un breve pellegrinaggio fra queste quattro sante parole: fedeltà, conoscenza, verità, libertà.</p>

<p><span id="more-1766"></span></p>

<ul>
<li><strong>fedeltà</strong></li>
</ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">La fedeltà è il rapporto con la vita e le cose, portato avanti in modo costante, al punto che uno giunge a conoscere della vita e delle cose, non solo il loro reale contenuto, ma anche il loro reale limite. Chi si ferma prima di conoscere delle cose anche il loro limite, tende a vaneggiare negli attaccamenti e a gonfiare illusioni. Anche la fedeltà religiosa comporta  la conoscenza del limite delle religioni. Altrimenti queste divengono fanatismo e perfino terrorismo. All&#8217;ultima cena Gesù dovrà lottare contro la pretesa dei suoi discepoli di assolutizzare il loro maestro e di attaccarsi alla sua persona. Disse chiaramente: “Ora vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada&#8230;” (Gv 16,7). Il non conoscere il limite delle cose è lo stesso che il non conoscerne l&#8217;unicità e il reale valore. E&#8217; lo stesso che il non amarle. Chi pretende di amare un&#8217;altra persona senza conoscerne i limiti, ama soltanto le sue pretese che proietta su quella persona. Oggi, l&#8217;assolutizzazione del cristianesimo è il virus che può vanificare il grande valore del cristianesimo.  Così è pure di ogni religione. Infatti, chi assolutizza una religione, proprio quel disconoscerne il limite automaticamente gliela rende come una gabbia dentro cui egli si adagia al sicuro. Sovverte le parole di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l&#8217;uomo e non l&#8217;uomo per il sabato” (Mc 3,27). Il sabato nel linguaggio di Gesù indica la religione.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Occorre scegliere un sentiero e percorrerlo fedelmente, attraversando i momenti del gusto e quelli del disgusto. Chi, invece, svolazza da una iniziativa a un&#8217;altra, rimanendo in tutte solo alla superficie, continuerà a dilettarsi delle propria superficialità, senza mai conoscere nulla fino in fondo. Svolazza proprio perché non vuole riconoscere il limite delle cose, per cui salta da frasca in frasca, illudendosi che è più bello così che andare fino in fondo a una cosa. Non sarà mai che chi fa un po&#8217; il fornaio, un po&#8217; il calzolaio, un po&#8217; il contadino ecc. possa preparare il buon pane, o le scarpe robuste e belle, o l&#8217;abbondante raccolto dei campi. Una serie pur numerosa di tanti un po&#8217; non procura mai una sola cosa veramente buona. Così chi fa un po&#8217; il buddista, un po&#8217; il cristiano, un po&#8217; l&#8217;ateo ecc. non sarà mai un vero cristiano, un vero buddista, un vero ateo. Meglio, non sarà mai un vero uomo. Il dialogo non è mai un po&#8217; di questo e un po&#8217; di quello; ma è tutto questo, tutto quello, sciolti nell&#8217;unica propria esperienza. Ciascuno deve camminare il sentiero o i sentieri che può, ma lo/li deve camminare fino in fondo. Altrimenti non conoscerà mai; o, peggio, prenderà l&#8217;aspetto superficiale per il fondo delle cose. Fondo e limite sono sinonimi.</p>

<ul>
<li><strong>conoscenza</strong></li>
</ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Nulla ostacola la verità, quindi la libertà, quanto l&#8217;ignoranza e il sotterfugio per rimanere o trattenere nell&#8217;ignoranza, comprese le pie bugie dette a fin di bene. Forse, il non aver paura della verità e, quindi, il non sentire il bisogno di occultare alcunché, è la vera fede in Dio, quella più pura . Dio è quello sfondo infinito dentro cui tutte le cose finite stanno bene senza aver vergogna del loro essere finite; anzi, gustando di essere così, facendo spazio alle altre cose. In Dio tutto è palese. “ Non v&#8217;è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” (Lettera agli Ebrei 4,13). Davanti agli uomini l&#8217;avvocato che abilmente riesce a scagionare dalla condanna il suo assistito e farlo passare come innocente, mentre sa che è colpevole, è ritenuto avvocato di grande valore. Invece, davanti a Dio, è meschino, traditore, venduto al guadagno. Infatti, l&#8217;unica via di liberazione e di pace per chi ha commesso un delitto, è il riconoscere l&#8217;errore compiuto, farne ammenda e, con la coscienza sgravata, ripartire in un rinnovato slancio. Dev&#8217;essere triste la morte di chi ha tenuto nascosto il suo errore; invece dev&#8217;essere serena la morte di chi nel pentimento ha riconosciuto e ha potuto rinascere a una nuova vita, limpida e corretta. La conoscenza sgorga dalla fedeltà; e sgorga senza far rumore, come si dischiude una gemma dallo stelo. Dalla fatica della vita ordinaria distilla quel conoscere che non fa rumore, perché non è qualcosa di aggiunto, ma è i nostri stessi piedi, le nostre stesse mani, il nostro stesso intestino, il nostro stesso corpo, corroborati nella palestra della fedeltà quotidiana. La via fedele che introduce nella vera conoscenza di Cristo, è proprio il vivere il Vangelo come ordinarietà, senza dar adito a esaltazioni cristiane. Senza mistificarlo. Le esaltazioni disperdono la verità. La fermentazione del mosto in buon vino esige che il tino non abbia dispersioni.  Esige il limite.</p>

<ul>
<li><strong>verità</strong></li>
</ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Oggi nella chiesa cristiana, in tutte le sue confessioni, c&#8217;è troppo gonfiarsi di ciò che realmente non si è. E&#8217; di questi giorni il rimbalzare della penosissima notizia di abusi sessuali da parte di ecclesiastici, con tanta sofferenza di vittime innocenti. Quel celibato, reso nei secoli condizione necessaria per divenire prete, è reale? Quel raggiungimento del benessere fisico e psichico così propagandato nelle pratiche religiose cosiddette orientali, è reale? C&#8217;è un atto di onestà che apre alle religioni la possibilità di ritornare vere: fare memoria del loro limite. Si dicono rivelate? Si dicono illuminate? Ebbene, queste prerogative sono reali per quanto reali sono nella vita di chi le pratica. Perché la verità non abita l&#8217;irreale. Gesù diceva: “Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7,16). Quelle parole, che risuonano così cariche di peso, pronunciate senza l&#8217;esperienza reale, restano vuote e false. </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">E&#8217; la fatica della ricerca quotidiana che matura alla conoscenza della verità. In noi la conoscenza più vera della verità si attua quando noi, conoscendo, nemmeno ci accorgiamo di conoscere perché ciò che abbiamo conosciuto è diventato noi stessi. Le giornate più belle della vita sono quelle vissute così appieno che nemmeno ci accorgiamo che le stiamo vivendo. E&#8217; vero ciò che non ci necessita di dimostrare che è vero. A volte sentiamo più vera una speranza da attuarsi nel futuro, che la realtà circostante che possiamo toccare con la mano. A rendere vero ciò che ancora non è, è il vigore del suo seme che sta mettendo radici in noi.  E&#8217; vero ciò che ancora non è frutto; ma è già il suo reale seme. E&#8217; vera la profezia di ciò che ancora non è, quando la religione che dice quella profezia si riconosce pellegrina di ciò che profetizza: china il capo, si toglie i calzari e a piedi nudi si incammina. </p>

<ul>
<li><strong>libertà</strong></li>
</ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">L&#8217;uccello che nella crescita ha temprato il suo corpo al volo, che ha conosciuto le leggi del vento e il movimento delle sue ali attraverso i tanti tentativi, quell&#8217;uccello che così si vibra nell&#8217;atmosfera, è libero. Così libero che, volando liberamente, scopre nuovi spazi per volare sempre più libero. Ugualmente i rami dell&#8217;albero crescono assumendo le più svariate forme. A noi sembrano tutte a caso; invece ogni rettilineo come ogni curva di un ramo altro non è che l&#8217;effetto dell&#8217;istintivo rapporto dell&#8217;albero, pregno di linfa viva,  con le vicende atmosferiche. L&#8217;adesione intima e vivace a ogni passo della vita è l&#8217;ambiente in cui noi sperimentiamo di essere liberi; liberi perfino dai nostri modi di voler essere liberi. La tendenza a ridurre la libertà ai nostri modi ci ributta nell&#8217;ignoranza dell&#8217;armonia cosmica e nella menzogna dell&#8217;egoismo. Allora è proprio bene sedersi in Zazen. “Apprendere se stesso è dimenticare se stesso. Dimenticare se stesso è essere inverato da tutte le cose. Essere inverato da tutte le cose è libertà nell&#8217;abbandonare corpo e spirito di se stesso e corpo e spirito altrui. E&#8217; risveglio che riposa da ogni traccia di se stesso, è risveglio che perpetua il non lasciare traccia di se stesso” (<em>Dogen, Genjokoan 6</em>). </p>

<p><em>p. Luciano Mazzocchi</em></p>
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		<title>Se la vita è senza fede</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 16:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vito Mancuso
riprendiamo un articolo apparso in “la Repubblica” del 26 febbraio 2010

A distanza di due anni dal duro attacco contro L&#8217;anima e il suo destino a firma di padre Corrado Marucci, &#8220;La Civiltà Cattolica&#8221; (quaderno n° 3831) torna a criticare frontalmente il mio pensiero. Lo fa con un articolo più profondo, meno aggressivo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Vito Mancuso</em><br />
riprendiamo un articolo apparso in “<a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/02/26/se-la-vita-senza-fede.html">la Repubblica</a>” del 26 febbraio 2010</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify"><span class="drop">A</span> distanza di due anni dal duro attacco contro L&#8217;anima e il suo destino a firma di padre Corrado Marucci, &#8220;La Civiltà Cattolica&#8221; (quaderno n° 3831) torna a criticare frontalmente il mio pensiero. Lo fa con un articolo più profondo, meno aggressivo e apparentemente meno insidioso del precedente, scritto da padre Giovanni Cucci sul mio ultimo saggio, La vita autentica. Dopo aver presentato finalità e struttura del mio lavoro a cui viene persino riconosciuto che &#8220;non mancano osservazioni interessanti e gradevoli&#8221;, &#8220;La Civiltà Cattolica&#8221; scrive che &#8220;la conduzione del discorso risulta molto ambigua ed equivoca, per non dire contraddittoria&#8221; e giunge a esplicitare la sua critica con questa domanda: &#8220;In fin dei conti, per Mancuso, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull&#8217;autenticità? Le risposte che giungono dal libro non consentono di stabilirlo, poiché si afferma in una pagina quanto viene negato alla pagina successiva&#8221;.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify">Sono accuse senza fondamento. Ma prima di argomentare la mia replica desidero chiarire quello che ritengo il vero obiettivo della rivista dei gesuiti, le cui bozze, com&#8217;è noto, passano al vaglio della Segreteria di Stato vaticana: l&#8217;obiettivo, a mio avviso, consiste nel mostrare ai cattolici che a me non è concesso &#8220;presentarsi come un teologo cristiano&#8221;. È questo il vero disegno della &#8220;Civiltà Cattolica&#8221;, e forse di qualcun altro dietro di essa.</p>

<p><span id="more-1763"></span></p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify">La questione sollevata è tale da riguardare da vicino ogni uomo pensante: &#8220;In fin dei conti, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull&#8217;autenticità?&#8221;. Padre Cucci, per il quale la risposta è un inequivocabile sì, mi accusa di presentare una risposta &#8220;ambigua&#8221;, &#8220;equivoca&#8221;, &#8220;contraddittoria&#8221;. Io, al contrario, ritengo di aver espresso il mio pensiero molto chiaramente, oserei dire &#8220;papale-papale&#8221; se non temessi che qualcuno poi concluda che mi sono montato la testa. Ecco ciò che ho scritto nel mio libro: &#8220;Per una vita autentica è necessario credere in Dio? Sono convinto di no&#8221;. Lo ribadisco: un uomo nell&#8217;intimo della sua coscienza può escludere esplicitamente ogni riferimento al divino e al contempo vivere nel modo più autentico, cioè servendo il bene, la giustizia, la ricerca della verità, la bellezza. E viceversa un uomo può professarsi credente, magari rivestirsi di sontuosi paramenti, e tuttavia rappresentare la negazione più drammatica del bene e della giustizia: la storia della Chiesa offre migliaia di esempi al riguardo, non pochi dei quali sono purtroppo ancora attuali ai nostri giorni. Se qualcuno avesse dei dubbi, provi a pensare da un lato al non credente Primo Levi e dall&#8217;altro a uno dei tanti prelati incriminati per pedofilia, e vedrà che in un istante gli si chiariscono le idee. Il senso del messaggio spirituale di Gesù, del resto, consisteva proprio in questo primato della concretezza etica rispetto alle idee dottrinali proclamate a parole: &#8220;Non chi dice ‘Signore, Signore&#8217; entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre&#8221; (Matteo 7,21), prospettiva che Gesù realizzava preferendo ai clericali del suo tempo (scribi, farisei, sacerdoti) altre tipologie più laiche di persone quali pubblicani, prostitute, poveri, pescatori. Per una vita autentica, caro padre Cucci, la fede in Dio non è necessaria.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify">Poi il mio ragionamento proseguiva così: &#8220;Ritengo, però, che non sia possibile una vita pienamente autentica senza credere nel bene e nella giustizia, e che se un uomo crede nel bene e nella giustizia deve poi giustificare a se stesso perché lo fa e provare a pensare quale sia la concezione dell&#8217;essere più ragionevole che giustifica tale suo affidamento esistenziale al bene e alla giustizia&#8221;. La vita quotidiana quale ciascuno sperimenta non è tale da mostrare inequivocabilmente il primato del bene e della giustizia, anzi al contrario sono spesso i furbi e gli ingiusti a prevalere. Per praticare il bene e la giustizia e risultare interiormente puliti occorre quindi una certa &#8220;fede&#8221; in questi valori, senza la quale è quasi inevitabile che la sola verifica sperimentale porti al cinismo, a non credere più a nulla, a sorridere amaramente al solo sentire parlare di etica. Affermo quindi che per una vita autentica, se non è necessaria la fede in Dio, è però necessaria la fede nel bene e nella giustizia quali dimensioni più alte del vivere. Affermo cioè che la pienezza della vita suppone il riconoscimento pratico del primato dell&#8217;etica e che il vero uomo non è il ricco, non è il potente, non è il dotto, non è il pio, ma e
il giusto, di quella giustizia che non è fredda legalità ma saggezza del bene. Per essere giusti, però, in un mondo che spesso giusto non è, occorre avere fede nella giustizia (o, che è lo stesso, nell&#8217;armonia dell&#8217;essere). Questo mio ragionamento per &#8220;La Civiltà Cattolica&#8221; condurrebbe a escludere la possibilità di Dio e di conseguenza a minare il mio statuto di teologo. Le cose però non stanno per nulla così, perché il mio percorso pone semmai le basi per una rinnovata fondazione del discorso teologico, andando a indagare la profondità dell&#8217;essere che il primato dell&#8217;etica (smentito dalla cronaca, ma avvertito dalla coscienza) porta con sé. È quanto sosteneva già Immanuel Kant nella Critica della ragion pura: &#8220;Io avrò fede nell&#8217;esistenza di Dio e in una vita futura, e ho la certezza che nulla potrà mai indebolire questa fede, perché in tal caso verrebbero scalzati quei principi morali cui non posso rinunciare senza apparire spregevole ai miei stessi occhi&#8221;. Una coscienza matura non fa il bene perché lo dice il papa, eseguendo quello che dice il papa, all&#8217;insegna della morale eteronoma; la coscienza matura fa il bene autonomamente, lo fa perché sente che è suo dovere farlo, senza temere, quando è il caso, di andare persino contro quello che dice il papa (come quei cattolici che nell&#8217;Ottocento si battevano per la libertà religiosa, condannata aspramente dai papi del tempo). Mi chiedo però di che cosa sia segno questo senso del dovere rispetto al bene che la coscienza avverte dentro di sé, mi chiedo che cosa dica dell&#8217;uomo. E rispondo dicendo che esso è l&#8217;attestazione di una dimensione più profonda dell&#8217;essere, la quale, se risulta così affascinante e normativa per la coscienza retta, è perché ne costituisce l&#8217;origine da cui viene e il fine verso cui tende, ovvero quel &#8220;principium universitatis&#8221; che Tommaso d&#8217;Aquino in Summa contra gentiles I,1 dice essere il nome filosofico di Dio.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify">&#8220;In fin dei conti, per Mancuso, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull&#8217;autenticità?&#8221;, si chiedeva padre Cucci. Spero che a questo punto il mio pensiero risulti chiaro anche per lui: soggettivamente no (la fede non è necessaria), oggettivamente sì (la giustizia è indispensabile). Questo mio legare Dio all&#8217;oggettività del bene e della giustizia, ben lungi dall&#8217;escluderlo come mi si accusa, riproduce la medesima prospettiva di Gesù: &#8220;In quel giorno molti mi diranno: «Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome?». Ma io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l&#8217;iniquità»&#8221; (Matteo 7,22-23). È solo la concretezza della giustizia quale forma stabile della nostra più intima energia vitale a condurre in quella dimensione eterna dell&#8217;essere che chiamiamo Dio, mentre non serve a nulla riempirsi la bocca delle più devote professioni di fede se, dentro, si è iniqui (&#8220;non vi ho mai conosciuti&#8221;).</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify">Rimarrebbe da affrontare il discorso altrettanto importante sulla logica alla guida della natura e della storia, se essa sia di tipo personale come vuole padre Cucci, oppure impersonale come sostengo io, e spero di poterlo fare in un prossimo articolo. Per ora concludo dicendo che sarei lieto se &#8220;La Civiltà Cattolica&#8221; rivedesse il duro e ingiusto giudizio su di me e sul mio piccolo saggio, ma temo che ciò non avverrà. In ogni caso non ho mai aspirato al patentino ufficiale di teologo cattolico-romano, visto che da tempo parlo di una teologia &#8220;laica&#8221;, cioè abitata dall&#8217;aria pulita della libertà di pensiero, unica condizione, a mio avviso, perché l&#8217;occidente torni a interessarsi della sua religione.</p>
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		<title>Lettera Vangelo e Zen</title>
		<link>http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/2010/02/lettera-vangelo-e-zen-46</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 11:15:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo della settimana]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[lettera

Vangelo e Zen

28 febbraio 2010

Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42

Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi.  Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: x-large;">lettera</span></span></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: xx-large;">Vangelo e Zen</span></span></p>

<div align="right">28 febbraio 2010</div>

<p align="center">Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42</p>

<p><em>Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi.  Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: &#8220;Dammi da bere!&#8221;, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest&#8217;acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest&#8217;acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell&#8217;acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l&#8217;acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».  </em></p>

<ul>
<li><strong>L&#8217;acqua</strong></li>
</ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify"><span class="drop">I</span>l brano del Vangelo odierno, di cui sopra riporto solo alcuni versetti, suscita molte riflessioni che fanno del bene a noi, oggi. Anzitutto risalta la frivolezza umana, in voga al tempo di Gesù come nel nostro, la quale fa questione di appartenenza etnica e religiosa davanti ai bisogni primordiali  come la sete. La donna di Samaria si fa delle domande se deve o no dare da bere a Gesù assetato, perché i Samaritani, benché ebrei, avevano una posizione religiosa diversa dagli altri ebrei. L&#8217;appartenenza religiosa diviene ragione discriminante se dare o non dare un po d&#8217;acqua a un assetato. Anche noi, gli uomini dell&#8217;era mondiale e assertori feroci dell&#8217;eguaglianza, possiamo nascondere, sotto i nostri proclami di uguaglianza, l&#8217;inveterata discriminazione da motivi religiosi, culturali o etnici. Infatti, davanti a un uomo o donna che ci sta davanti coll&#8217;evidente intenzione di chiederci qualcosa, possiamo sentirci più interessati a investigare la sua appartenenza etnica che la sua situazione esistenziale. O, per lo meno, prima la sua appartenenza e poi la sua reale condizione umana, che inevitabilmente vediamo tinta dalla sua appartenenza. Ci diciamo antirazzisti e proclamiamo il nostro rispetto verso l&#8217;immigrato con permesso di soggiorno e posto di lavoro.  Senza ricorrere a chi approfitta del mancato permesso di soggiorno per far lavorare i clandestini  in nero e sottopagarli, tuttavia nell&#8217;africano giunto in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mare con il pericolo della vita, in quell&#8217;uomo forse stremato dalla stanchezza e dalla fame possiamo vedere innanzitutto o solamente il criminale che ha varcato i nostri confini senza il regolare visto. Il suo dramma come uomo, forse come padre, non ci tocca. Nemmeno ci lasciamo visitare dalla domanda – che non può non sorgere – se io fossi nato e cresciuto nelle sue condizioni, che avrei fatto? E i confini nazionali che delimitano quelli di dentro e quelli di fuori, i nostri e gli estranei, confini che a volte diventano muri  sorvegliati da uomini con mitra, obbediscono a che cosa dell&#8217;uomo? All&#8217;eguaglianza? Alla fraternità? All&#8217;umanità?</p>

<p><span id="more-1758"></span></p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">La donna samaritana andava al pozzo per attingere acqua fresca da bere; l&#8217;ebreo Gesù stava seduto sull&#8217;orlo del pozzo, assetato. Il bisogno dell&#8217;acqua li accomunava. Gesù usa l&#8217;immagine dell&#8217;acqua, di cui il suo corpo era assetato, per annunciare alla donna di Samaria, a sua volta venuta ad attingere l&#8217;acqua da bere,  il preziosissimo insegnamento della vita di cui l&#8217;acqua è maestra. L&#8217;acqua è l&#8217;elemento fondamentale della vita; la vita è intrisa di acqua fin nelle sue fibre più recondite. Ebbene, l&#8217;acqua è sempre un dono che si riceve da una fonte: dall&#8217;alto scorre verso il basso svolgendo una funzione dopo l&#8217;altra. Gesù afferma:  “l&#8217;acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.  L&#8217;acqua, dono che si riceve, scorre e diviene dono che si dà. Solo ricevendo da monte e rilasciando verso valle c&#8217;è il ruscello che gorgoglia di vitalità e di limpidezza. Se viene privatizzata da qualcuno, l&#8217;acqua ristagna e imputridisce.  E&#8217; l&#8217;identica legge del respiro: solo inspirando ed espirando c&#8217;è il respiro. Il polmone inspira perché è vuoto ed espira ritornando vuoto. L&#8217;essere vuoto è il principio della vita. La grazia è dono che si riceve e rimane grazia perché è dono ricevuto che si restituisce, facendo ritorno al vuoto, alla gratuità. Se c&#8217;è accumulo, la corrente si ostruisce e la grazia imputridisce in attaccamento.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">L&#8217;acqua del ruscello che scorre balza da sasso a sasso. Anche la vita che scorre balza urtando contro le difficoltà della vita. Rimbalzando si rigenera. Difficoltà fisiche e spirituali: fra queste ultime ce n&#8217;è una difficoltà che spesso impaurisce le persone religiose. Questa difficoltà si chiama dubbio. L&#8217;uomo può pensare che progredendo nel cammino di fede la sua mente trovi pace in principi dogmatici; invece più il cammino si inoltra e più i dubbi si ergono impetuosi. Da ragazzo non conoscevo dubbi; ora da prete settantenne nuoto nei dubbi. E vi trovo la pace. Sì, perché il dubbio mi fa percepire che non c&#8217;è conoscenza che possa convincere la mia natura di essersi sistemata nella sua dimora, perché la dimora è la non dimora. L&#8217;infinito è profondamente mio come la mia finitudine. Un famoso detto dello Zen dice la stessa esperienza: Porta senza porta. </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Quanta snellezza dona all&#8217;esistenza umana la capacità di amare la propria finitudine, quindi i propri punti di vista, la propria appartenenza culturale e religiosa, i propri interessi anche economici, però lasciandoli scorrere e nell&#8217;infinito! “</p>

<blockquote><p style="font-size:18px" align="left" >湧るれば　流るるなり<br />流れのひびきは<br />有難きかな<br />ありがたきかな</p></blockquote>

<p></p></p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify"><blockquote>“Afururu naraba nagaruru nari,<br />nagare no hibiki wa,<br />arigataki ka na, arigataki ka na!”,<br /><br />“Se c&#8217;è la fonte, c&#8217;è il ruscello che scorre.<br />Gorgoglio della corrente!<br />Grazie! Grazie!”</blockquote></p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify"> <em>(Haiku scritto da p. Shigeto Oshida sul rotolo – kakemono – appeso nel suo eremo)</em>.   </p>

<p><em>p. Luciano Mazzocchi</em></p>

<p><blockquote></p>
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		<title>Lettera Vangelo e Zen</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 11:25:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[lettera

Vangelo e Zen

21 febbraio 2010

Vangelo secondo Luca, 4,1-11 

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: x-large;">lettera</span></span></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: xx-large;">Vangelo e Zen</span></span></p>

<div align="right">21 febbraio 2010</div>

<p align="center">Vangelo secondo Luca, 4,1-11 </p>

<p><em>Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l&#8217;uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».</em></p>

<ul><li><strong>La tentazione</strong></li></ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify"><span class="drop">N</span>on pochi teologi hanno sostenuto che la tentazione di Gesù sia stata solo virtuale perché, uomo perfetto e divino, non poteva prestare il fianco al tentatore. Quindi, Gesù avrebbe solo recitato o, meglio, avrebbe finto di essere tentato senza esserlo, per darci l&#8217;esempio di come dobbiamo reagire alla tentazione. Pare un discorso sciocco, consequente le interpretazioni sciocche di teologi sciocchi. Ma così non è, sia perché quelli che nella storia hanno interpretato in questo modo sono tanti, sia perché questa è una tentazione con cui tutti abbiamo a che fare. Sì, perché quando parliamo di verità divina, di illuminazione perfetta, di giustizia equanime, ossia dell&#8217;Assoluto, ci aggredisce la tentazione di mistificare l&#8217;Assoluto come altro dalla realtà e declassare la realtà come altro dall&#8217;Assoluto. Quindi, l&#8217;Assoluto e la realtà come nemici inconciliabili fra loro. Dal cedimento a questa tentazione consegue la religiosità della fuga, del vittimismo, dell&#8217;illusione. Un esempio concreto: ciascuno di noi può amare di più l&#8217;immagine di se stesso confezionata dalla sua brama di appariscente bellezza, che il se stesso reale, quello regalatogli da sua madre e dalla natura. Il se stesso immaginato, essendo irreale, non è disturbato dalle prove né dalle sofferenze; quello reale sì. La tentazione sempre in agguato nelle religioni è proprio questa: disaffezionare dalla realtà e affezionare all&#8217;immaginario. Così è nata la teologia di quel Gesù della tentazione, ritenuto più santo se la tentazione fu virtuale e meno santo se invece fu reale. Così pullulano le religioni che promettono benessere e miracoli, ed è impopolare la religiosità che distilla il vigore dell&#8217;esistenza dalla fatica della vita ordinaria condotta nella fede che non necessita di vedere.   </p>

<p><span id="more-1752"></span></p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Alla tentazione reale nel deserto reale, Gesù fu condotto dallo Spirito Santo. Così afferma il Vangelo sopra riportato. Lo Spirito Santo è il regista della tentazione, i diavoli ne sono gli esecutori: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo”.  Gesù ci ha insegnato a pregare: “Non ci indurre in tentazione”. “Non ci indurre”, ossia “Non ci far – lasciar annegare nella tentazione.” Se l&#8217;albero potesse pregare consapevolmente come l&#8217;uomo, domanderebbe sì di non essere lasciato soccombere alle intemperie delle stagioni, ma mai chiederebbe di essere trapiantato dal campo aperto in una serra chiusa dove i venti non disturbano. La via non è la fuga verso un luogo virtuale, immaginato perfetto, ma quella dell&#8217;approfondimento delle proprie radici. L&#8217;albero dalle radici profonde non teme il vento né la tempesta. La tentazione esige la libertà di pensiero, come il vento esige il campo aperto.  L&#8217;urto del vento stimola l&#8217;albero ad approfondire sempre più le radici e a irrobustire sempre più i suoi rami. Le tentazioni corroborano la fortezza dell&#8217;uomo forte. Elevo la preghiera che io sia un prete forte, e che le prove della vita mi corroborino nella fede, nella speranza e nell&#8217;amore. Elevo la stessa preghiera per la Chiesa, spesso così facile alla fuga davanti alle critiche che le sono rivolte, schermendosi dietro espressioni virtuali: l&#8217;infallibilità, la devozione verso l&#8217;autorità del papa ecc. Nella storia lo Spirito Santo, ripetute volte, ha condotto la chiesa nel deserto e l&#8217;ha affidata al tentatore. Nel deserto, sta in piedi solo ciò che ha l&#8217; energia per stare in piedi. Non ci si può distrarre; bisogna stare ai fatti.  </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">La tentazione alletta l&#8217;uomo a fingere. Nel suo messaggio all&#8217;inizio della quaresima Benedetto XVI ha ribadito che mentire e rubare non sono la natura originaria dell&#8217;uomo. La natura originaria dell&#8217;uomo, afferma il papa, è nobile: è rispetto, fedeltà, onestà. Il tentatore, invece, alletta a riconoscere la finzione come la propria natura. Ogni stelo d&#8217;erba, ogni foglia, ogni granellino di sabbia lo disdice: essendo uno stelo, una foglia, un granellino le cose sono nobili, sono se stesse. La tentazione è la maschera dell&#8217;inganno. Quando è scoperta, si copre aggiungendo altra maschera a maschera. A vincerla è solo il rimpianto di aria fresca, limpida, come quella che possiamo respirare oggi – 20 febbraio &#8211; dopo tante giornate grigie. Il nostro Parlamento intende votare due provvedimenti: 1) per i corrotti che si candidano ai ruoli politici e pubblici l&#8217;inasprimento della legge, 2) per se stessi – parlamentari in carica – l&#8217;immunità contro ogni critica su loro eventuali corruzioni. Maschera che copre maschera. Signore, in questa quaresima, mettici addosso tanta voglia di aria fresca e limpida da non poterne più, mascherati&#8230;  </p>

<p><em>p. Luciano Mazzocchi</em></p>
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		<title>Lettera Vangelo e Zen</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 11:26:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generali]]></category>

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		<description><![CDATA[lettera

Vangelo e Zen

14 febbraio 2010

Vangelo secondo Luca, 19, 1-10  

1 Entrato in Gerico, attraversava la città.  2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,  3 cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.  4 Allora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: x-large;">lettera</span></span></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: xx-large;">Vangelo e Zen</span></span></p>

<div align="right">14 febbraio 2010</div>

<p align="center">Vangelo secondo Luca, 19, 1-10  </p>

<p><em><sup>1</sup> Entrato in Gerico, attraversava la città.  <sup>2</sup> Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,  <sup>3</sup> cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.  <sup>4</sup> Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.  <sup>5</sup> Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».  <sup>6</sup> In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.  <sup>7</sup> Vedendo ciò, tutti mormoravano: «É andato ad alloggiare da un peccatore!».  <sup>8</sup> Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».  <sup>9</sup> Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch&#8217;egli è figlio di Abramo;  <sup>10</sup> il Figlio dell&#8217;uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»</em></p>

<ul><li><strong>Quel lato ridicolo che ci appartiene</strong></li></ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify"><span class="drop">Q</span>uesta domenica ci arriva, quanto mai opportuno, il Vangelo di Zaccheo a rompere il clima serioso delle discussioni teologiche. Zaccheo era piccolo di statura e, anche per la sua professione di esattore delle tasse, era inviso alla gente. Non ostante la fama impopolare, conservava una sua spontaneità. In altre parole, rimaneva se stesso, senza fare la vittima degli altri; e ciò è una qualità nobilissima. Aveva degli scatti da bambino. Voleva vedere Gesù che passava dalle sue parti e forse anche stringergli la mano, ma la gente lo cacciava indietro. Ecco allora la sua spontaneità scattare e mettersi all&#8217;opera. Corre avanti e sale su un albero al lato della strada. Nascosto fra le foglie avrebbe soddisfatto il suo desiderio di vedere Gesù. Immaginiamolo questo ometto che si arrampica sull&#8217;albero e, appollaiato, attende l&#8217;arrivo di Gesù con tutta la gente. Nessuno della folla lo scorge, ma Gesù sì. “Zaccheo, scendi. Questa notte voglio pernottare a casa tua”. La gente ode e vede: all&#8217;improvviso da fanatici seguaci di Gesù si trasformano in acerrimi critici: “Va a casa di un peccatore!”. Quella notte Zaccheo decise di cambiare di 180 gradi la rotta della sua vita: da sfruttatore divenne servo del prossimo, soprattutto dei poveri. Gesù batté le mani dalla contentezza.</p>

<p><span id="more-1755"></span></p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Si fa pericolosa una persona quando diventa troppo seria e perde il tatto fine dell&#8217;umorismo, verso gli altri e soprattutto verso sé. I difetti sono visti come imperfezione nemica, come aree esposte alla critica altrui, quindi da coprire. Allora l&#8217;uomo si fa esperto nell&#8217;arte di fingere. Si mette in posa e presume di essere la posa che ha assunto. Tendenza con cui ha a che fare ogni persona umana, ma è soprattutto in chi è preposto alla guida o al governo degli altri che la posa può assurgere a sistema. Chi non avverte un senso di profondo disgusto davanti ai comportamenti dei politici che non accettano alcuna critica, anche quando sono colti nella fragranza delle loro contraddizioni? Ma è soprattutto in religione che l&#8217;uomo può farsi serioso e, di conseguenza, esperto nell&#8217;arte di manovrare.  Se parli con un prelato cattolico, da tutti i pori egli ti trasuda la seriosa infallibilità della chiesa e del papa. Se parli con un pastore protestante, ti senti circuito, senza scampo, da citazioni bibliche. Se poi parli con un buddista, monaco o laico che sia, anche quando abbassa se stesso ed esalta te, di fatto percepisci che è l&#8217;illuminato che illumina il non illuminato. Ritornando alla chiesa cattolica, la condanna di Galileo fu così seriosa che ci vollero 300 anni perché un altro papa la rimuovesse. Bastava una goccia dell&#8217;umorismo di Zaccheo e quei prelati sarebbero saliti sul campanile di San Marco a Venezia, dove Galileo aveva sistemato il suo cannocchiale. Si sarebbero entusiasmati dell&#8217;immensità del cielo! Chi di noi non si commuoverebbe un giorno al sentire il papa dire ai fedeli dalla finestra del palazzo vaticano: “Purtroppo mi sono sbagliato, vi chiedo scusa!”, oppure “Questo punto non mi è chiaro. Potete darmi un qualche suggerimento?”. Immagino la partecipazione allegra dei fedeli. Del resto papa Gregorio Magno, dottore della Chiesa e da alcuni ritenuto la figura più nobile fra i più che trecento papi della storia, per preparare l&#8217;omelia della messa andava al mercato e chiedeva alle massaie come capivano quel passo di Vangelo.  </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Il Vangelo, pur nella sua brevità, ci descrive con cura vari aspetti umoristici delle cose che accadevano attorno a Gesù. Ci narra le liti che si susseguivano fra gli apostoli; in particolare viene messa in risalto la parte di Pietro, borioso e generoso insieme, proprio come tutti gli uomini che faticano, contadini, pescatori, muratori. Perfino si racconta un episodio in cui Gesù, adulto, si comporta come un adolescente. Gesù aveva fame; vede un fico e vi cerca fichi da mangiare. Ma non era la stagione dei fichi: quindi l&#8217;albero aveva tutta la ragione dalla sua parte ma se la prese; maledì il fico che seccò. Qualcuno seriosamente vuole tirare fuori anche da questo episodio sublimi insegnamenti. Di fatto, il maledire un fico perché non da frutti fuori stagione, chiunque lo compia, è un atto capriccioso. Ma perché dev&#8217;essere sacrilego ritenere che Gesù era un uomo per davvero: quindi con i difetti e limiti immancabili in ogni uomo? Gesù aveva una buona vena di umore; infatti al vedere Zaccheo appollaiato sull&#8217;albero sentì sinergia con lui, gli volle bene e gli chiese di pernottare a casa sua. L&#8217;atto di umore più sublime Gesù lo compì sulla croce, quando pregò così: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. C&#8217;è un umore divino nel vedere con benevolenza anche i propri uccisori. Non è, forse, il perdono un atto di umorismo divino, che crea il bene anche nella bolgia del male?</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Riporto un aneddoto da “Racconti dei Chassidim” di Martin Buber. Uno dei chassidim (pii ebrei della diaspora) fece visita a uno stimato maestro spirituale da cui voleva ricevere consigli illuminati, ma si scandalizzò perché il maestro calzava delle scarpette rosse, a cui sembrava tenere molto. Disgustato, si diresse verso un altro maestro, pure stimato da molti, al quale espose la pessima impressione avuta del maestro dalle scarpette rosse. Questi gli rispose: “Non sai che Dio nasconde le sue perle preziose sotto la cenere? Così il diavolo della superbia non gliele trova e non gliele porta via”. Se Dio le nascondesse in uno scrigno, di sicuro il diavolo capirebbe subito e allungherebbe la mano. </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Forse, oggi, nelle religioni Dio trova molti scrigni dorati: dichiarazioni, comparse, meriti, illuminazioni, santificazioni. La cenere scarseggia e Dio non sa dove nascondere le sue perle preziose. Ma anche dentro ciascuno di noi, forse, manca la cenere calda e umile per conservare nascoste e integre le grazie ricevute.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Chiudo con una goccia di umorismo religioso di cui mi ha testimoniato una anziana suora. Nell&#8217;anno 1990 io predicai una decina di ritiri spirituali alle Suore delle poverelle, congregazione fondata da un sacerdote bergamasco. In uno di questi ritiri, venne da me per il colloquio personale una suora oltre ottantenne. Ricordo che veniva da un convento di Savona. Mi raccontò che quando fu eletto papa Giovanni XXIII, bergamasco, lei e altre consorelle furono chiamate in Vaticano ad accudire alla cucina e al guardaroba del papa. Si premunì subito dicendomi che quanto mi raccontava era segreto, perché le avevano fatto giurare che non avrebbe detto a nessuno di fuori, ciò che accadeva nel piccolo stato del papa. Serioso anche quel giuramento, non è vero? Era una delle ultime notti del papa, prima della sua morte per tumore. Lei e le consorelle chiesero al segretario personale del papa, mons. Capovilla (tuttora vivente), di poter stare vicino al malato e pregare. Entrata, si accostò all&#8217;orecchio del papa e gli disse: “Santità, noi preghiamo che Dio la lasci ancora a lungo con noi”. Frase convenzionale, che probabilmente risuonano agli orecchi dei malati terminali come una recita. Il papa sussurrò: “Però non chiedete neanche un giorno in più di quelli che Dio vuole!”. Le suore annuirono e continuarono a pregare; finché il papa morente fece un cenno con gli occhi. La suora capì e si accostò alle sue labbra per sentire l&#8217;esile voce. “Però neanche un giorno in meno! Vi raccomando&#8230;!”. Goccia di balsamo l&#8217;umorismo di fronte alla morte.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Un anziano ha tradotto la beatitudine “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” con una espressione pregna di sano e genuino umorismo: “Beati sono coloro che sanno ridersi dietro. Non finiranno mai di ridere” (Beppe Montobbio). </p>

<p><em>p. Luciano Mazzocchi</em></p>
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		<title>Incontro Vangelo e Zen a Padova</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 12:50:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incontri / Ritiri]]></category>

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		<description><![CDATA[

Lunedì 15 febbraio ore 17.30 &#8211; 20.30

incontro con p.Luciano Mazzocchi presso la casa dei Missionari Comboniani via S. Giovanni di Verdara 139, Padova


Pratica dello zazen
Riflessione sul Vangelo
Eucaristia


Portare il vangelo e il necessario per lo zazen

(cuscino o plaid da ripiegare + stuoia o plaid da mettere per terra + calzini)

Un saluto a tutti,   Giuliano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2009/10/padova.jpg"><img class="imageright" title="padova" src="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2009/10/padova-300x225.jpg" alt="padova" width="240" height="180" /></a></p>

<h3>Lunedì 15 febbraio ore 17.30 &#8211; 20.30</h3>

<p>incontro con p.Luciano Mazzocchi presso la casa dei <strong>Missionari Comboniani via S. Giovanni di Verdara 139, Padova</strong></p>

<ul>
<li>Pratica dello zazen</li>
<li>Riflessione sul Vangelo</li>
<li>Eucaristia</li>
</ul>

<p>Portare il vangelo e il necessario per lo zazen</p>

<p><em>(cuscino o plaid da ripiegare + stuoia o plaid da mettere per terra + calzini)</em></p>

<p>Un saluto a tutti,   Giuliano e Maria</p>

<p>::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::</p>

<p><a href="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2009/10/2009-2010-Pieghevole-LSM.pdf">Scarica il volantino <img src="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-images/logo_pdf_small.gif" alt="" />PDF</a></p>

<p>:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lettera Vangelo e Zen</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 16:12:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo della settimana]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[lettera

Vangelo e Zen

7 febbraio 2010

Vangelo secondo Marco 2, 13-17 

13 Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava.  14 Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.  15 Mentre Gesù stava a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: x-large;">lettera</span></span></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: xx-large;">Vangelo e Zen</span></span></p>

<div align="right">7 febbraio 2010</div>

<p align="center">Vangelo secondo Marco 2, 13-17 </p>

<p><em><sup>13</sup> Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava.  <sup>14</sup> Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.  <sup>15</sup> Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano.  <sup>16</sup> Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?».  <sup>17</sup> Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori». </em></p>

<ul><li><strong>L&#8217;uomo reale</strong></li></ul>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify"><span class="drop">C</span>i fu insegnato che Gesù sta coi buoni e diserta i cattivi. Per lo meno tutti e quanti siamo portati istintivamente a pensare così; invece Gesù stava allegramente coi peccatori. Anche biasimato da quelli che invece tenevano per i buoni, i farisei, lui continuava a far festa coi peccatori. I gabellieri erano gente di cattiva fama per i loro soprusi nel riscuotere le tasse. Gesù ne vide uno intento a contare l&#8217;incasso. Lo chiamò e questi lo seguì, senza fare gli studi del seminario che preparano a pensare, dire e fare secondo gli schemi predefiniti. Caravaggio, un altro dei “peccatori”, in San Luigi dei Francesi a Roma ci ha lasciato un quadro impareggiabile che descrive la scena del raggio di luce che parte dalla mano di Gesù e si riflette sulla fronte corrugata del gabelliere. </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">
Va detto subito che Gesù stava altrettanto volentieri coi farisei Nicodemo o Simone, con i fanciulli che invece gli apostoli sgridavano perché chiassosi, con le donne, coi samaritani. Nel Vangelo non c&#8217;è alcun accenno di Gesù in allegra compagnia coi sacerdoti né coi politici. Credo perché questi non si si sarebbero presentati come uomini, ma come “ufficiali”. Gesù stava volentieri con l&#8217;uomo reale che comunicava con lui rimanendo nella sua realtà, ossia senza mettersi la maschera della bella figura.</p>

<p><span id="more-1745"></span></p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Si potrebbe concludere la riflessione su questo brano di Vangelo, affermando che Gesù era così buono da stare perfino coi peccatori. Ma ciò è tradire il Vangelo. Infatti Gesù risponde che il suo stare con i peccatori è    ovvio come per il medico stare coi malati. Il Vangelo non ci vuole dire che Gesù faceva il buono; fosse così, avrebbe ricalcato il fatto che si era abbassato per stare lì con quella gentaglia; invece vi stava allegramente, facendo festa. Come il fornaio fa il pane non perché è buono, ma perché è fornaio; così il calzolaio, così ogni madre e padre ha cura dei figli, così il melo fa le mele ecc. Gesù testimonia il Vangelo perché non antepone alcuno schema “buono” alla realtà. La realtà è Vangelo; dalla realtà sgorga il Vangelo. Immaginiamoci una mamma laureata in pedagogia dispiaciuta che i suoi bimbi non corrispondano alla descrizione del suo testo di pedagogia. Nei suoi bimbi vede la brutta copia delle sue idee, le sole che veramente ama. Mamma plastificata nelle sue idee! </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Spesso noi intendiamo la religione come la detentrice della vera forma, mentre la realtà ne è la bozza informe. Intesa così la religione viene da noi stessi posta sulla cattedra della verità, fatta coincidere con la verità stessa. E la verità fatta coincidere con il trono su cui noi collochiamo la religione. La religione pensata così deve rivestirsi di prerogative assolute: quella del popolo dell&#8217;elezione per gli ebrei, quella rivelata sulle scritture per i protestanti, quella infallibile della chiesa per i cattolici, quella della via dell&#8217;illuminazione per i buddisti, quella definitiva perché dettata dall&#8217;ultimo profeta per i musulmani. Tutte qualifiche che tengono solo se uno mentalmente le pensa così. Di fatto, tutte queste qualifiche sono apposte dall&#8217;uomo; non significano niente in più di quanto l&#8217;uomo può trarre dalla sua esperienza. Spesso avviene che con queste qualifiche a facile prezzo – infatti basta blaterarle &#8211; si esime dallo sperimentare e dal dissodare la sua esperienza.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">L&#8217;esperienza è l&#8217;uomo che si rigenera nel tempo. Il tempo – diceva Agostino – è l&#8217;anima che passeggia. Se l&#8217;anima non passeggia, tutto rimane uniforme, ripetitivo, noioso. L&#8217;uomo d&#8217;oggi non è più semplicemente quello delle esperienze passate, anche se il passato continua a scorrere dentro di lui, ma come passato. L&#8217;uomo d&#8217;oggi non corrisponde più, sic et simpliciter, all&#8217;uomo cristiano del cristianesimo di una volta o buddista del buddismo di una volta. Il Buddismo e il Cristianesimo che non si rigenerano nell&#8217;oggi, non comunicano più con l&#8217;uomo d&#8217;oggi. Sono diventati cimeli. Rigeneratori del Buddismo e del Cristianesimo al passo con il nostro tempo siamo noi. Occorre dimorare allegramente la tenda dell&#8217;uomo d&#8217;oggi e non retrocedere lasciandoci prendere dalla paura. </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Il cardinal Martini in una meditazione dettata ai sacerdoti, afferma che il prete (per estensione ogni uomo) è tentato a fuggire dalla modernità. “In che cosa consiste questa fuga? Nel non voler affrontare domande cruciali del nostro tempo o accettare incertezze o problemi un po&#8217; confusi tra cui dobbiamo muoverci: nella teologia, nella pastorale, nella politica&#8230; Da tale fuga nascono i fondamentalismi, gli integralismi, le rigidità, gli scuotimenti di testa di fronte alla ricerca del dialogo, dell&#8217;ecumenismo” (Prove e consolazioni del prete, Ancora, pag. 24). Oggi è un tempo di filtro di quanto, forse boriosamente troppo sicuri, abbiamo pensato nel passato. Qualcosa rimane purificato ed essenzializzato, qualcosa viene eliminato. E&#8217; questo tempo fecondo di rigenerazione. Popoli che per secoli concepivano sempre con la fusione degli stessi geni, ora si coniugano con geni di altre religiosità e culture. Per eccellenza il più avventuroso connubio è quello del Buddismo e del Cristianesimo.  Per eccellenza perché ambedue hanno l&#8217;autorevolezza della realtà, della verifica storica; eppure sono differenti; anzi, opposti. Infatti, oggi il percorrere lealmente l&#8217;una via, questa evoca l&#8217;altra. Non solo; ma dopo un certo cammino immette nell&#8217;altra. Per evitare questo confluire, bisogna ricadere nel fondamentalismo che fa di una religione un punto d&#8217;arrivo che esclude ogni altra proposta; occorre quindi bendarsi gli occhi e non vedere. Non vedere che cosa? Il tempo!   Porto un esempio che riguarda la chiesa cristiana di cui sono prete.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">L&#8217;uomo odierno è maturato in umanità al punto da percepire l&#8217;infondatezza e l&#8217;assurdità della supposizione che il genere umano abbia avuto inizio con un uomo e una donna, manufatti originari di Dio, i quali con la loro trasgressione abbiano condannato anche gli abitanti di Port au Maurice a morire sotto le macerie del terremoto. Il dogma del peccato originale, ritenuto causa di tutti i mali della storia. L&#8217;uomo, oggi, sa che il genere umano non ha avuto inizio da una sola coppia così perfetta da avere tra le mani la sorte di tutti gli uomini. Soprattutto non avverte il bisogno di un Dio prepotente come il dogma del peccato di Adamo ed Eva comporta. Anzi, lo rifiuta. L&#8217;uomo è maturato nello stesso ambito della sua comprensione di Dio. Sì, vi è maturato grazie all&#8217;ascolto più maturo della sua esperienza, in cui ha compreso di più se stesso. Perché Dio è l&#8217; “infinito” che io sperimento come l&#8217;altro aspetto che costituisce il “finito” della mia esperienza.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">L&#8217;uomo, oggi, non avverte il bisogno di un Dio compreso come l&#8217;altro da se stesso; ma come l&#8217;altro da come l&#8217;uomo superficialmente comprende se stesso, riducendo se stesso al solo suo aspetto di finitudine. Scrivendo così, sento anche un po&#8217; il bisogno di ridermi dietro, perché ridico quanto i mistici da sempre hanno detto. “Eternità son io stesso, quando abbandono il tempo. E me in Dio e Dio in me raccolgo”, “Chiedi, mio cristiano, dove Dio abbia posto il suo trono? Qui, dov&#8217;egli te, come suo figlio, fa nascere in te” (Silesio, “Il pellegrino cherubico”).  Anche Paolo, ad Atene, aveva testimoniato: “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). L&#8217;uomo d&#8217;oggi sente che parlare di un Dio onnipotente, onnisciente, sommamente buono ecc. è una fuga dalla realtà, perché la realtà non manifesta una presenza divina onnipotente, onnisciente, sommamente buona. E nemmeno, l&#8217;uomo d&#8217;oggi, la vorrebbe; anzi, è avulsa al suo più maturo grado di comprensione della realtà. Oggi l&#8217;uomo non può più riconoscere che l&#8217;essere sia piramidale, originariamente separato in superiore e inferiore. Rigetta che sopra di lui ci sia chi gli è maggiore e sotto di lui chi gli è inferiore. Liberato dal bisogno di adorare un essere superiore, l&#8217;uomo va sperimentando che ogni essere è dentro un rapporto fraterno di necessità reciproca e di libertà. Sperimenta che gli opposti, già ritenuti nemici inconciliabili, proprio grazie alla loro inconciliabilità, fecondano di vitalità l&#8217;esistenza. Così anche Dio, venerato come Dio, è la presenza che costituisce me stesso sempre più profondo e vero del me stesso che io misuro con la mia esperienza. Così, assaporando la mia esperienza, sperimento il bisogno di camminare nel tempo per maturare a dire, in modo sempre più vero e profondo, quanto non si finirà mai di sondare e dire. “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” .</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Gesù era allegro quando stava con gli uomini che stavano con ciò che realmente erano: partendo da ciò che realmente si è, si peregrina più nel profondo di ciò che realmente si è. Questo più è il bivio. Se è realtà che sgorga dalla realtà, la via religiosa è vera, feconda, bella. Se invece è apposto come qualcosa di altro dalla realtà, fosse anche per abbellirla ma comunque come qualcosa di non già intimo alla realtà così com&#8217;è, la via religiosa degenera in fondamentalismo. Ogni presunto raggio di verità che non è radicato nel reale, prima o poi impazzisce e uccide. Dobbiamo quindi usare con tremore e pudore quei termini che nella storia hanno seminato tanta sofferenza, quali <em>elezione, rivelazione, infallibilità, illuminazione o risveglio</em>. </p>

<p><em>p. Luciano Mazzocchi</em></p>
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		<title>Programma settimanale Vangelo e Zen</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 22:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incontri / Ritiri]]></category>

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		<description><![CDATA[villa Vangelo e Zen
programma settimanale

Lo Zen è purezza, il Vangelo è amore. La meditazione secondo lo Zen (Zazen) e l&#8217;ascolto del Vangelo educano a vivere i momenti felici e diffcili della vita così come sono, senza fuggire altrove, in semplicità e con amore.

La villa Vangelo e Zen offre a tutti, anche ai principianti, alcuni momenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><center><h2><strong>villa Vangelo e Zen</strong></h2>
<em>programma settimanale</em></center></p>

<p><div class="imageleft"><a href="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2010/02/programma_settimanale_vangelo_e_zen.pdf"><img src="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2010/02/programma_vz-230x300.jpg" alt="" title="programma settimanale vangelo e zen" width="230" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-1739" style="border:1px solid #333"/></a></div><p align="justify">Lo Zen è purezza, il Vangelo è amore. La meditazione secondo lo Zen (Zazen) e l&#8217;ascolto del Vangelo educano a vivere i momenti felici e diffcili della vita così come sono, senza fuggire altrove, in semplicità e con amore.</p></p>

<p align="justify">La villa Vangelo e Zen offre a tutti, anche ai principianti, alcuni momenti di meditazione (Zazen) e di ascolto del Vangelo. Anche tu puoi partecipare. Sei la/il ben venuta/o.</p>

<p align="justify">E&#8217; disponibile da <a target="_blank" href="http://www.lastelladelmattino.org/cristiano/wp-content/uploads/2010/02/programma_settimanale_vangelo_e_zen.pdf"><img src="/cristiano/wp-images/logo_pdf_small.gif" border="0" align="absmiddle"> scaricare in formato PDF</a></p>
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		<title>La crisi della spiritualità orientale</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 11:15:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generali]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo di Giampiero Comolli pubblicato qui


Centri di yoga e di meditazione buddhista, scuole di tai chi, monasteri tibetani e templi induisti, sparsi per le nostre città e le nostre colline, frequentati non solo da immigrati ma prima ancora da tanti italiani che hanno trovato nelle antiche tradizioni dell’Asia una nuova via di ricerca religiosa, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Articolo di Giampiero Comolli pubblicato <a href="http://www.riforma.it/innerpage.php?id=article20100126163218">qui</a>
</em></p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm"><span class="drop">C</span>entri di yoga e di meditazione buddhista, scuole di tai chi, monasteri tibetani e templi induisti, sparsi per le nostre città e le nostre colline, frequentati non solo da immigrati ma prima ancora da tanti italiani che hanno trovato nelle antiche tradizioni dell’Asia una nuova via di ricerca religiosa, un sostituto della fede cristiana, giudicata inadeguata o insufficiente di fronte alle ansie spirituali della nostra epoca… Come tutti sanno, negli anni Ottanta e Novanta del secolo appena trascorso le tradizioni spirituali dell’Oriente si sono propagate tra noi con grande rapidità: molti europei e molti italiani le hanno accolte come un’alternativa vincente rispetto alle proposte religiose delle chiese cristiane e alle proposte culturali dell’Occidente. Sono sorti così in Europa e in Italia nuovi movimenti spirituali di ispirazione orientale. E la loro diffusione è stata talmente rapida e incisiva, da far credere, almeno ai più entusiasti, che fosse ormai imminente una nuova epoca, più pacifica, feconda e serena, proprio perché la via salvifica offerta dalla sapienza orientale sarebbe divenuta per noi cultura egemone e principale riferimento religioso.</p>

<p><span id="more-1729"></span></p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ma poi qualcosa deve essersi inceppato: negli ultimi anni, infatti, la grande fase espansiva della proposta orientale sembra essersi almeno in parte rallentata, la sua forza di attrazione non risulta più così preponderante, così vincente. Intendiamoci, non è che i gruppi o le scuole dove si pratica lo yoga o la meditazione zen siano in declino e in ripiegamento. Anzi, i centri di ispirazione asiatica risultano sempre più radicati nel nostro Paese come una presenza ormai stabile e feconda: tant’è che in essi sono state creativamente elaborate nuove forme di buddhismo o di induismo di tipo occidentale, adatte ai bisogni e alle aspettative degli adepti e dei praticanti nostrani. Prova di questo avvenuto radicamento è la giusta richiesta della stipula di intese con lo Stato da parte di induisti e di buddhisti italiani: richiesta a cui colpevolmente le nostre istituzioni non hanno dato ancora piena e attuativa risposta. Eppure questa fase di consolidamento dell’Oriente italiano si direbbe oggi affetta anche da una certa stasi: i numeri dei praticanti non crescono più con la velocità di una volta, il discorso intorno alle religioni orientali risulta meno presente sui media e nel dibattito pubblico; capita meno di un tempo di incontrare nomadi dello spirito di ritorno da estatici viaggi in Asia&#8230;</p>

<ul><li><strong>I segni di una crisi in atto</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Tutti piccoli, non vistosi ma in ogni caso significativi segni di una crisi in atto o perlomeno di una certa stanchezza che sembra affliggere il mondo dell’Oriente italiano. Tanto che vale la pena di chiedersi il perché. Ne vale tanto più la pena se si tiene conto che alla lieve crisi della proposta orientale sembra fare riscontro, almeno in Italia, un nuovo, sia pur contenuto aumento di fiducia nei confronti delle chiese cristiane. È cresciuta infatti l’attenzione per il discorso (culturale, politico, oltre che di fede) da esse proposto, come se le chiese potessero costituire di nuovo un valido punto di riferimento di fronte alle sfide del nostro tempo. Quindici o venti anni fa non era esattamente così, se mai l’inverso: l’annuncio cristiano sembrava aver perso, almeno per i tanti che guardavano all’Asia, ogni attrattiva: veniva da loro giudicato un annuncio finito, morente, rispetto alla vitalità e alla validità della sapienza orientale. Ora invece ci troviamo di fronte a una situazione almeno in parte invertita: è l’alternativa orientale che per qualche verso non pare più così adeguata come risposta ai problemi che ci affliggono. Si tratta dunque di capirne le ragioni. Ma per capirlo occorre innanzitutto esaminare i fattori che negli anni passati hanno determinato il grande successo della proposta orientale.</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">È bene ricordare che già a fine Ottocento (basti pensare alla nascita della Società teosofica) gruppi di intellettuali europei individuavano nella sapienza orientale una via di salvezza per il declino dell’Occidente.</p>

<ul><li><strong>La fascinazione dell’Oriente</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ma è solo con gli ultimi decenni del secolo scorso che l’attenzione, o la fascinazione, nei confronti delle tradizioni spirituali asiatiche perde il suo carattere elitario per assumere dimensioni di massa. I nuovi movimenti spirituali che guardano a Oriente nascono infatti come ricerca di una diversa proposta salvifica e innovativa dopo la crisi delle ideologie politiche e rivoluzionarie che fino a tutti gli anni Settanta erano stati dominanti in Europa. Orfani del sogno di poter cambiare il mondo attraverso la politica, molti militanti si volgono a Oriente in cerca di una palingenesi alternativa, di una nuova rigenerazione. Ma perché proprio a Oriente? Perché il mondo occidentale – che si è rivelato immodificabile per via politica – appare loro affetto da una degenerazione rovinosa, da una crisi perniciosa, irrisolvibile sulla base delle sue sole risorse interne.</p>

<ul><li><strong>Contro un Occidente dualista e oppositivo</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Fondato infatti su un paradigma dualista e oppositivo, che fa sorgere dolorose scissioni e devastanti conflitti fra mente e corpo, natura e cultura, individuo e società, razionalità e irrazionalità, l’Occidente – così si diceva allora – insegue il fine perverso di uno sfruttamento economico e di uno sviluppo tecnologico sempre più accelerati e fini a se stessi, con il risultato di creare alienazione individuale, ingiustizia sociale e devastazione ambientale. Lungi dal migliorare la società, il progresso occidentale trascina il mondo intero verso la rovina: e il futuro si profila come uno scenario apocalittico, a meno di non invertire il corso della storia. Ma in che modo? Appunto mettendosi in «pellegrinaggio» verso la via salvifica della millenaria saggezza orientale. L’O­riente, infatti, non è dualista ma monista: insegna che mente e corpo, natura e cultura, eternità e storia, umanità e divinità costituiscono un Uno, un grande Tutto, dove i conflitti – quelle contraddizioni che per l’Occidente paiono insuperabili – possono invece ricomporsi in una superiore armonia cosmica.</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Se l’Occidente sostiene che non vi può essere progresso sociale senza contesa politica – col risultato di creare società sempre più repressive e conflittuali – per contro i maestri induisti, buddhisti, taoisti insegnano che la sofferenza individuale e universale può essere dissolta con la pratica non certo della contesa ma tutto all’opposto dell’unificazione. Hanno così elaborato particolari tecniche psicofisiche – la meditazione buddhista, la respirazione taoista, gli esercizi yoga… – che non solo creano pace interiore, ma diffondono pace nel mondo intorno, permettono di uscire dalle tensioni rovinose della storia per accedere a una condizione extrastorica di divina consapevolezza: una Serenità suprema e luminosa che libera dal dolore non solo i singoli praticanti, ma il mondo intero, perché fra noi e il mondo, fra noi e la natura, fra noi e il Divino, non vi è divisione, ma appunto Unità, Totalità.</p>

<ul><li><strong>Un’alternativa per gli orfani della politica</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Agli orfani dell’impegno politico, quindi, l’antica saggezza orientale si presenta non solo come un’alternativa al fallimento delle ideologie movimentiste che non erano riuscite a rivoluzionare il mondo: ma appare anche come la risposta adeguata, la soluzione giusta alle nuove ansie spirituali, alle nuove inquietudini religiose sorte in concomitanza con la crisi dell’impegno politico. Proprio la perdita della speranza di poter agire politicamente per una società migliore fa nascere infatti nuovi interrogativi, di carattere spirituale o religioso, prima semplicemente ignorati: chi sono io? Perché la sofferenza? Qual è il senso ultimo della vita e della morte? L’ex-militante che si sente preso da simili ansie, il più delle volte non prende nemmeno in considerazione l’annuncio cristiano, guarda invece alle vie di salvezza offerte dall’Oriente, e lì crede di trovare la risposta alla sua ricerca di spiritualità. Non si volge verso la proposta delle chiese perché nei confronti del cristianesimo tutto ha già elaborato da tempo un giudizio irrimediabilmente negativo.</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ai suoi occhi infatti le chiese cristiane paiono centrare il loro messaggio sul senso di colpa e del peccato: chiedono pentimento e sottomissione, propongono una via religiosa che impone la mortificazione del corpo, la repressione dei desideri e della sessualità, la sottomissione dell’anima: «Tu sei già angosciato per i fatti tuoi, e la Chiesa, invece di aiutarti a esprimere i tuoi desideri, a liberare le tue potenzialità, ti dice che devi soffrire ancora di più e fare penitenza per i tuoi peccati…». Non solo: il cristianesimo pretende anche una «fede cieca»: chiede infatti di credere a qualche cosa che non si vede, che non si può provare: l’esistenza di Dio, la risurrezione nell’aldilà… Propone di conseguenza una speranza vaga e astratta, rimandata a un futuro indimostrabile. Per contro la saggezza orientale non esige la fede, non chiede di credere: offre la possibilità di sperimentare qui e ora un rasserenamento e un’illuminazione che cominciano subito, i cui effetti benefici si possono avvertire già nell’immediato, grazie a una serie di esercizi concreti (la meditazione, la respirazione, lo yoga…) che apportano al tempo stesso miglioramento fisico e consapevolezza spirituale.</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">È proprio questa unificazione fra pratiche corporee e pratiche mentali quella che permette all’adepto di percepire fin dal primo momento una trasformazione positiva del proprio Sé, una palingenesi, che comincia con un lento dissolversi delle tensioni interiori, per poi dischiudere, al limite ultimo, le porte dell’Illuminazione suprema: quel Risveglio definitivo che permette l’identificazione beatifica con il Tutto, il raggiungimento di una Consapevolezza totale, di una Pace assoluta e incondizionata.</p>

<ul><li><strong>Le ragioni del successo della proposta orientale</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Proprio questa impostazione pratica e unificante – basata sull’insegnamento di una tecnica psicofisica che apporta benessere al tempo stesso corporeo e spirituale, senza bisogno di una confessione di fede – costituisce il punto di forza vincente, la causa prima che ha determinato il rapido il diffondersi delle tradizioni orientali nel nostro Paese. Tale punto di forza non è venuto meno fino a oggi, e su di esso si basa il radicamento, il consolidamento dei gruppi di ispirazione orientale, rinvigoriti anche dalla presenza di nuovi, più giovani praticanti, che per questioni anagrafiche non hanno vissuto la crisi del movimentismo politico. Ai delusi dell’impegno rivoluzionario, infatti, si è aggiunta negli anni successivi una nuova leva di adepti: persone che – senza più il sogno di voler cambiare il mondo – avvertono su di sé tutto il disagio, il peso di una società, come la nostra, la quale pretende dagli individui prestazioni efficienti (sul piano sociale, lavorativo, sessuale…) in un contesto di diffusa competizione e generalizzata conflittualità. Chi non riesce ad accettare le regole di questa contesa perenne – che esige molto dai singoli e che emargina i perdenti – comincia a soffrire, fisicamente, mentalmente e spiritualmente. Avverte un disagio crescente e almeno apparentemente irrisolvibile, che lo spinge a chiedersi dove mai stia andando la propria vita, che senso abbia tutto ciò per lui.</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ed ecco che le pratiche dello yoga o della meditazione buddhista offrono un’inaspettata via d’uscita a tanto disagio personale: acquietano le contratture del corpo, placano la mente, rasserenano le emozioni, donano un nuova consapevolezza spirituale, dove tutte le tensioni si dissolvono, sia pure alla lunga, nella riconciliazione di una Quiete beata e illimitata. Tali esercizi psicofisici fanno dunque accedere il praticante a un’inattesa dimensione di armonia cosmica, dove il conflitto con gli altri e con se stesso si placa, dove la propria solitudine si scioglie nell’unità del Tutto, e dove quindi trova finalmente risposta la domanda più difficile: chi sono io?</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ma se la capacità di rispondere a una domanda tanto ardua costituisce la ragione principale che spiega la persistenza e il radicamento in Occidente dei gruppi di ispirazione orientale, diventa allora inevitabile chiedersi: perché tali movimenti non hanno avuto ancora più successo? Che cosa ha rallentato il loro progressivo dilagare? Come mai oggi si avverte una sia pur contenuta perdita della loro forza attrattiva? La questione risulta talmente complessa che le ipotesi di spiegazione vanno cercate sicuramente su più piani.</p>

<ul><li><strong>La commercializzazione delle discipline orientali</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">La prima causa di crisi che ha colpito i gruppi di ispirazione orientale dipende proprio dal carattere specifico delle pratiche di rigenerazione al tempo stesso corporea e mentale da essi offerte. In quanto tecniche psicofisiche, infatti, tali pratiche hanno potuto facilmente, rapidamente essere assunte, copiate, manipolate e riproposte anche in ambiti che non avevano più direttamente a che fare con l’Oriente: palestre di ginnastica moderna, fitness club, alberghi termali, villaggi turistici, dove la meditazione zen e gli esercizi yoga vengono oggi insegnati insieme allo stretching, alle arti marziali, alla danza del ventre, alla ginnastica dolce… Questi nuovi centri benessere, di conseguenza, hanno tolto esclusività alle scuole di tradizione orientale, trasformando yoga, buddhismo e taoismo in un prodotto commerciale e di consumo che convive con altri metodi fisiodimanici elaborati invece in Occidente. In questo modo però le antiche dottrine dell’Asia hanno perso la loro purezza originaria, la loro dimensione più spirituale, oltre che il fascino della loro origine esotica, per ridursi a metodi di benessere utilizzabili insieme a tanti altri, contaminabili con altri metodi, da praticare e abbandonare a piacimento. Se una simile commercializzazione in chiave consumistica delle tradizioni orientali ha favorito la loro diffusione e conoscenza facendone pratiche alla moda, ha però al tempo stesso indebolito la loro identità di vie sapienziali, religiose, la loro natura di metodi difficili, esoterici, conoscibili solo attraverso l’insegnamento dei maestri più autentici, quelli che a loro volta si sono formati alla scuola di un maestro di antica tradizione.</p>

<ul><li><strong>L’inadeguata riflessione sul rapporto maestro-allievo</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Proprio tale richiamo alla figura del maestro ci introduce a un secondo motivo di crisi, ancor più grave del primo. Occorre sottolineare che, appunto in quanto metodi complessi e di arduo apprendimento, le discipline orientali non possono essere praticate da soli, e nemmeno vagando a capriccio da un centro all’altro. È indispensabile ricevere l’insegnamento come un dono offerto dalle mani di un maestro, un guru, la cui funzione risulta fondamentale, imprescindibile, non solo perché conosce a fondo i segreti del metodo, ma prima ancora perché, con la sua stessa persona, ne dimostra l’efficacia. Il maestro delle tradizioni orientali, infatti, non può limitarsi a essere il bravo insegnante di una tecnica da apprendere. Se la disciplina che insegna porta alla Liberazione suprema, alla Rigenerazione totale, allora il maestro deve proporsi come immagine vivente di quella stessa liberazione: deve cioè presentarsi all’allievo ed essere da lui percepito come un liberato in vita, come un autentico illuminato, come la prova in carne e ossa che il risveglio alla Consapevolezza finale è possibile.</p>

<ul><li><strong>Il maestro come simbolo</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Con la sua stessa presenza, il suo sguardo, il modo di muoversi, parlare, agire, il maestro mostra la Verità ultima sotto spoglie umane, ne diventa incarnazione e simbolo vivente. Il che però produce un effetto paradossale. Il discepolo che segue un maestro per raggiungere la Liberazione totale del proprio Sé, finisce con ciò stesso per dipendere in modo onnipervasivo dal maestro. Se vuole intraprendere il cammino verso la Liberazione, deve sottomettersi a lui, affidarsi totalmente a lui: non solo accogliere con piena fiducia il suo insegnamento ma anche offrirsi, addirittura abbandonarsi alla sua persona intera. Solo grazie a tale abbandono, il discepolo potrà alla fine liberarsi anche dal maestro stesso e divenire a propria volta un maestro, un liberato in vita. Tale tensione contraddittoria – tale dialettica paradossale fra dipendenza dal maestro e liberazione dal maestro ma solo grazie al maestro – è ben conosciuta da tutte le tradizioni orientali, che hanno sempre messo in atto i dovuti accorgimenti perché il rapporto fra maestro e allievo non decada nel plagio, nella dipendenza da un cattivo maestro che, invece di portare i propri discepoli alla liberazione, li assoggetta per sempre.</p>

<ul><li><strong>I rischi possibili</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ebbene, sui rischi e le possibili degenerazioni determinate da questa difficilissima dinamica fra maestro e allievo, è probabile che nei centri di ispirazione orientale diffusi in Occidente non si sia riflettuto abbastanza. Non lo si è fatto perché molti di questi centri sono nati grazie alla presenza di un singolo maestro che troppe volte ha agito incontrastato e in solitudine, senza il continuo confronto, senza quella continua supervisione reciproca, che avviene invece in Oriente, grazie alla presenza di numerose scuole sempre in collegamento fra loro. Isolato, e al tempo stesso padrone assoluto della propria scuola, il maestro occidentale ha così finito troppe volte, anche suo malgrado, per trasformarsi in un nume onnipotente e oppressivo, vale a dire in cattivo maestro che non solo ha ostacolato il cammino di liberazione dei propri allievi (provocando in molti casi turbamenti e illusioni sfociate poi in dolorose disillusioni), ma ha anche impedito, più che favorito, la formazione di nuovi possibili maestri che ne potessero in futuro prendere il posto.</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Sottomessi al carisma eccessivo di un unico maestro, molti centri (non tutti, ovviamente) sono entrati così in una dinamica involutiva, si sono ripiegati sulla ripetizione sempre identica degli stessi insegnamenti, sulla riproposizione continua del medesimo maestro fondatore, presentato quale unico e insostituibile guru. In questo modo però tali centri non sono stati in grado di rinnovarsi, di stabilire una dinamica di apertura verso il mondo esterno. Certo, questo processo degenerativo non ha colpito indistintamente tutte le scuole. Ma ciò che finora è mancato, probabilmente, è un dibattito condiviso ed efficace sulla natura del rapporto fra maestro e allievo. Non è stata elaborata di conseguenza una strategia adeguata per contrastarne i rischi. E tale assenza di strategia ha indebolito alla lunga la capacità propositiva, la forza attrattiva di tanti centri, impegnati più nella propria autoconservazione che non nell’impegno per fondarne di nuovi.</p>

<ul><li><strong>La riduzione a comunità di nicchia</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Tale ripiegamento su di sé ha poi prodotto un’ulteriore trasformazione nell’identità di questi gruppi: da comunità in espansione, da nuclei allo stato nascente di mutamenti che avrebbero dovuto diffondersi in modo benefico nella società intera, i centri di ispirazione orientale si sono ridotti spesso a piccole nicchie dove trovare rifugio, sollievo, consolazione rispetto a un mondo esterno vissuto non solo come troppo ostile, ma anche come ineliminabile fonte di dolore. Fondati anni addietro sulla base del convincimento che per cambiare il mondo occorreva innanzitutto partire da sé, cambiare se stessi, molti centri avevano assunto un’identità di avanguardia: si presentavano come piccole comunità utopiche dove si sviluppavano nuove forme di consapevolezza, di convivenza armoniosa e pacifica che lentamente avrebbero influito sul resto del mondo, inaugurando una nuova era di pace universale. A poco a poco però queste pulsioni utopiche sembrano essersi spente per fare posto a una proposta più semplice e ristretta: offrire spazi protettivi dove dedicarsi alla cura di sé, dove i singoli possono trovare consolazione individuale rispetto a un ambiente troppo stressante, a un mondo troppo ostile. Ma tale metamorfosi in piccoli mondi paralleli di compensazione, conforto e rasserenamento per persone troppo stressate, ha finito col rendere i gruppi di ispirazione orientale relativamente marginali e ininfluenti rispetto ai nuovi problemi che agitano la nostra società.</p>

<ul><li><strong>La mancata risposta alle domande di identità</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Questi problemi negli ultimi anni hanno sempre più assunto una connotazione sociale. Le dinamiche, le tensioni di una società multietnica, multiculturale, multireligiosa e globale, infatti, hanno fatto emergere in modo pressante interrogativi che riguardano non più solo la nostra identità individuale, ma prima ancora la nostra identità collettiva. Al posto della domanda sul «chi sono io» in quanto individuo, si è fatta avanti in modo dirompente una nuova domanda sul «chi siamo noi» in quanto comunità. È diventato inevitabile cioè chiedersi che cosa significa oggi essere occidentali, europei, italiani; che cosa implica volersi definire cristiani o atei o laici, di sinistra o di destra, del Nord o del Sud; come ci si deve concepire in quanto società civile, comunità religiosa, nazione, etnia; come ci si deve rapportare, in quanto collettività, rispetto a chi è altro da noi, perché straniero, migrante, rifugiato, di altra etnia, di altra religione… Sempre più ineludibile e pervasiva, tale domanda di identità collettiva interpella non solo la politica, le istituzioni, i partiti, le associazioni, le chiese, ma agita anche le coscienze dei singoli, crea ansie, tensioni e incertezze in noi tutti. È una questione che, per essere affrontata e risolta, esige l’elaborazione di adeguate strategie di integrazione sociale, di convivenza civile, di reciproco riconoscimento fra comunità diverse presenti in un unico territorio.</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ma proprio perché centrata sulle nuove possibili prospettive con cui definire e progettare oggi una comunità, una società, un’unione di gruppi diversi, la questione dell’identità collettiva appartiene a una dimensione, a una logica, che non coincide con le dinamiche che regolano invece il piano individuale. È dunque una domanda che non può essere risolta riportandola semplicemente alla misura delle relazioni interpersonali. Implica un progetto politico, una visione di società che non può accontentarsi di delineare una comunità in pace in quanto costituita da un insieme armonioso di singole menti illuminate.</p>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ora, che i problemi del mondo non possano risolversi agendo solo sul piano della trasformazione individuale, le chiese cristiane lo hanno da sempre saputo e proclamato. E infatti hanno di volta in volta elaborato progetti (giusti o sbagliati che fossero) di liberazione, di giustizia, di pace per «le genti», per le comunità del mondo intero, e non solo per singole anime in ricerca. Li hanno potuti elaborare perché il loro riferimento primario è sempre stata la Scrittura, la quale ci mostra il Signore parlare a «tutto Israele», ci mostra Gesù proclamare l’Evangelo «alle folle», «alle moltitudini» dei poveri, dei malati, dei peccatori, e non solo a singole persone in affanno (a differenza degli antichi sapienti orientali, che trasmettevano i loro insegnamenti non a popoli, non a comunità intere, ma a discepoli solitari o a piccoli gruppi scelti di laici o a pochi monaci riuniti in una grotta, in un eremo della giungla). Ed è per questo che oggi le chiese sembrano avere la capacità di proporre progetti (adeguati o meno), per rispondere all’enorme questione del­l’identità collettiva che ha investito il nostro mondo.</p>

<ul><li><strong>Chi sono io?</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Ma è proprio tale capacità che sembra invece fare difetto ai gruppi di ispirazione orientale. E qui veniamo a un’ulteriore ragione di crisi, forse la più seria di tutte. Questi gruppi infatti hanno sempre elaborato le loro proposte a partire da una domanda di identità individuale, dal quel «chi sono io? » inteso come domanda totalizzante, capace di congiungere la dimensione del singolo con quella del Tutto. La strategia di convivenza civile proposta dal mondo del­l’Oriente italiano si basa infatti sulla convinzione che per liberare gli altri occorre innanzitutto liberare se stessi, e quindi lavorare primariamente su di sé. Non per egoismo, ma perché solo partendo da se stessi si potrà esprimere autentica compassione, benevolenza, equanimità verso tutti gli altri esseri viventi, verso la totalità del mondo. Ma fra il singolo individuo che lavora su di sé e il Tutto cosmico, esiste appunto la dimensione intermedia, e irriducibile, delle «genti», le quali non costituiscono soltanto una somma di singoli. E le «genti» oggi cercano risposte in quanto «genti», in quanto collettività, non solo in quanto insieme di individui. Ebbene, proprio causa della loro impostazione di partenza, i gruppi di ispirazione orientale questa risposta non sembrano ancora in grado di elaborarla, a differenza delle chiese. E ciò li ha indeboliti.</p>

<ul><li><strong>Nuove prospettive per l’Oriente italiano?</strong></li></ul>

<p align="justify" style="margin-bottom:0,5cm">Per questo dunque la fiducia nei confronti delle chiese è andata crescendo, mentre sembra essere diminuita quella nei confronti del­l’Oriente italiano. Ciò non significa che l’area di ispirazione orientale sia costitutivamente incapace di elaborare una risposta alle nuove domande di identità collettiva. Qua e là, infatti, s’intravedono indizi che una presa di coscienza del problema è in atto. E nuove iniziative in tal senso cominciano a essere assunte: si fanno strada, ad esempio, riflessioni su «bud­dhismo e società civile»; mentre per promuovere la pace nel mondo si propongono «meditazioni camminate» in luoghi pubblici (e non più solo meditazioni sedute negli spazi chiusi di un centro). Tutti piccoli, ma non irrilevanti segni che il mondo dell’Oriente italiano rimane in movimento. E se ha perso parte del proprio fascino non è detto che in futuro non sappia trovare nuove forze propositive. Il che sarebbe un bene per la società intera, la quale sempre trae giovamento dall’apporto di una nuova, feconda prospettiva culturale. E sarebbe un bene anche per le chiese. Il dialogo interreligioso infatti ne risulterebbe intensificato. E in un dialogo ben condotto, come si sa, ci si arricchisce sempre vicendevolmente.</p>

<p><em>Da: <a href="http://www.riforma.it/innerpage.php?id=article20100126163218">http://www.riforma.it/innerpage.php?id=article20100126163218</a>
</em></p>
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		<title>Lettera Vangelo e Zen</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 11:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierinux</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>

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		<description><![CDATA[lettera

Vangelo e Zen

31 gennaio 2010

Vangelo secondo Matteo 2, 19-23

Il brevissimo Vangelo di oggi ci narra delle difficoltà di una famigliola profuga in Egitto, Giuseppe, Maria e Gesù; e del loro tribolato rientro al loro paese. Niente di speciale: la famiglia di Nazaret si comportò come tutte le famiglie che devono migrare da un paese all’altro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: x-large;">lettera</span></span></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-family: Monotype Corsiva,cursive;"><span style="font-size: xx-large;">Vangelo e Zen</span></span></p>

<div align="right">31 gennaio 2010</div>

<p align="center">Vangelo secondo Matteo 2, 19-23</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.8cm;" align="justify"><span class="drop">I</span>l brevissimo Vangelo di oggi ci narra delle difficoltà di una famigliola profuga in Egitto, Giuseppe, Maria e Gesù; e del loro tribolato rientro al loro paese. Niente di speciale: la famiglia di Nazaret si comportò come tutte le famiglie che devono migrare da un paese all’altro, in cerca di pace. “”Morto Erode…, (Giuseppe) prese il bambino e sua madre e rientrò al suo paese”: prima o poi i prepotenti muoiono, per la libertà degli oppressi. Un antico proverbio dice: al soffio del vento il bambù china la testa fino a terra. Il vento passa e il bambù si rialza&#8221;. Gesù disse: “Beati i miti, erediteranno la terra!”(Mt 5,5).</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Il messaggio della mitezza mi offre l’occasione per soffermarmi davanti alle considerazioni e domande espresse da alcuni amici alla lettura della mia lettera di fine-inizio anno sulla precarietà. Per queste considerazioni clickare:
<a href="http://www.lastelladelmattino.org/buddista/index.php/3779#comments">http://www.lastelladelmattino.org/buddista/index.php/3779#comments</a>
</p>

<p><span id="more-1726"></span></p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">
La domanda che mi appare particolarmente interessante è quella sul rapporto cultura e religione. Quel rapporto mal compreso e soprattutto malvissuto ha prodotto molta sofferenza. Nel 1648 cattolici, luterani e riformati posero fine alla guerra dei 30 anni, firmando la pace di Westfalia. L’unica intesa raggiunta dai seguaci di Gesù, colui che aveva proclamato beati i miti, fu che ciascuno emigrasse nel territorio governato da un principe della sua stessa religione. L’identificazione della religione col territorio, con la sua cultura e politica, avrebbe garantito la pace. Per questa ragione i distretti del Nord Est della Germania tuttora sono rilevantemente protestanti e quelli Ovest Sud cattolici. Alcuni anni prima, nel 1633 Galileo Galilei era stato costretto ad abiurare la tesi eliocentrica, contro cui cattolici e protestanti, pur nemici fra loro, avevano combattuto  di comune intesa. Anche il dialogo rispettoso e incisivo con la tradizione confuciana già avviato in Cina all’inizio del secolo da parte del gesuita italiano Matteo Ricci, alla fine dello stesso secolo venne sconfessato e interdetto dall’autorità papale. Secolo buio, quel settecento, iniziato con il rogo di Giordano Bruno! Anche oggi siamo continuamente turbati dalla violenza che erompe nell’uomo quando questi non rispetta la distinzione fra religione, cultura ed etnia. Tale connubio è una morsa letale, non lascia scampo. E’ proprio della religione il rapporto verso la verità universale: la verità universale così ben espressa dal cielo che tutto e tutti avvolge; è proprio della cultura il rapporto per l’armonia particolare della vita di un popolo in un dato momento storico e geografico: la cultura così ben espressa dal territorio; è proprio dell’etnia il legame del sangue. Chi non rispetta la distinzione vitale fra religione e cultura, mistifica la cultura particolare in verità universale, o al contrario codifica i messaggi universali della religione nei modi concreti della propria cultura. Secolo buio il settecento! Eppure la Santa Sede, prima di condannare la via del dialogo con i riti confuciani in Cina per opera di padre Ricci, in un momento di luce a quel riguardo aveva raccomandato ai missionari: “Cosa potrebbe essere più assurdo che trasferire in Cina la civiltà e gli usi della Francia, della Spagna, dell&#8217;Italia o di un&#8217;altra parte d&#8217;Europa? Non importate tutto questo, ma la fede che non respinge e non lede gli usi e le tradizioni di nessun popolo, purché non siano immorali” (1649). Il non rispetto del vuoto che separa religione e cultura soffoca, stupra la bellezza della vita. L’alveo di quel vuoto è la coscienza di ciascuno.  </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">La verità è ovunque, intrinseca nella realtà. Ogni religione, senz’altro anche grazie allo stimolo della cultura, coglie un raggio della verità eterna, lo custodisce con cura, lo intensifica come agisce il laser, e lo riversa sull’universo. La religione è solo un’ancella della verità, che ne svolge una mansione. Ma la verità è presente ovunque! Il Vangelo cristiano coglie il raggio di luce che si chiama perdono. Endo Shusaku, uno dei più stimati e amati romanzieri giapponesi del secolo scorso, cattolico, addita come chiave che dischiude al messaggio proprio del Vangelo cristiano, il versetto: “Colui al quale si perdona poco ama poco” (Lc 7,47). Gesù disse queste parole al fariseo Simone che si era scandalizzato perché Gesù si era lasciato lavare i piedi da una donna peccatrice. “Questa donna ha peccato molto, ma ha amato molto e le è perdonato molto”. Così i 99 giusti che non necessitano di alcuna penitenza non portano gioia in cielo, mentre il peccatore che si converte ne porta molta, annuncia Gesù (Lc 15, 7). Nel Vangelo è l’esperienza esistenziale della vita, con la gamma dei suoi sentimenti che vanno dalla benevolenza all’odio, l’ambiente dove il raggio di luce cristiano guida l’uomo alla reggia della verità. Chiamiamo carisma un aspetto particolare del tutto, così intensamente curato da introdurre alla verità tutta intera. Come se uno curi con tanta passione il suo orto, al punto che quella cura gli diventa la palestra esperienziale dove tutta la sua condotta di vita si purifica e si fa vera. Il carisma non è la verità tutta intera, ma un aspetto vissuto così intensamente che si fa profumato, saporito, colorito e, così, invoglia a camminare verso la verità tutta intera. Ripeto: il Vangelo è il carisma di amare talmente la storia al punto che questa diventi la via maestra verso la verità tutta intera. Ma quando l’uomo comunica con la verità tutta intera, la via maestra come ogni altro sentiero è diventata inutile; anzi di ostacolo, qualora uno vi si fosse attaccato. Gesù disse di sé: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). La via conduce verso la verità e questa infine si riversa nella vita. Una verità a se stante, che non sia al servizio della vita, è falsa. Falsi pervertimenti sono tutti i dogmi che hanno condannato a morte gli eretici, in tutte le religioni.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Il buddismo è un carisma verso la verità tutta intera differente dal Vangelo. “Quando nel momento in cui si fa zazen, unendo le mani, incrociando le gambe, in silenzio …, in questo zazen si manifesta senza veli il vero modo di essere di tutto l’universo …  In questo modo, … tutto, sia le cose che gli esseri umani, vivendo nelle forma che gli è veramente propria, … momento per momento fanno sbocciare l’assoluto modo in cui essere.” (E. Dogen, Bendowa, IV). Nell’esperienza dello zazen l’uomo comunica con “l’assoluto modo di essere”.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Carismi differenti che sono veri messaggi religiosi in quanto guidano e accompagnano il praticante a comunicare con la verità. Quando ciò avviene, le religioni si ritirano, avendo svolto il loro ruolo. L’uomo religioso è vero e libero se, guidato dalle religioni, procede oltre le religioni. Allo scopo il dialogare seriamente almeno con un’altra tradizione religiosa diversa da quella in cui uno è cresciuto, si rende molto proficuo. Favorisce lo svezzamento dalla religione di appartenenza. Senza quello svezzamento, le religioni restano un impedimento, come è un maestro che, forse per troppo zelo educativo, non lascia partire i discepoli verso la loro autonomia. </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">La religione è un carisma della verità; la cultura è l’armonizzazione della vita, dei rapporti sociali e quelli con la natura; armonizzazione messa in atto da un popolo che abita lo stesso territorio. E’ bello amare un appezzamento di terra dedicandosi alla sua cultura; mentre, guardando il cielo, ci si dischiude alla verità che avvolge e nutre pudicamente tutte le culture. La verità è grande, senza limiti. A me è dato di amarne un raggio e di testimoniarlo anche agli altri, mentre gli altri mi testimoniano il raggio a loro dato.</p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Stamattina (26 gennaio) il TG 1 trasmise una breve documentazione sulla diffusione del Buddismo in occidente. In questo reportage il Dalai Lama affermava pressappoco così: <Tutte le religioni hanno in comune i valori fondamentali. E’ bene che ciascuno rimanga nella religione di sua appartenenza …> Comprendo bene e ammiro le parole del Dalai Lama, così libere da voglie di proselitismo. Tuttavia, oggi, l’uomo di una appartenenza religiosa si trova a vivere a fianco di un altro di altra appartenenza, e ciò suscita e stimola l’interesse verso il suo modo differente di vivere il rapporto con l’assoluto. Ciò al punto che l’uomo scopre di avere dentro di sé, forse tenuta assopita dalla sua tradizione che privilegia un altro aspetto, la stessa sensibilità religiosa dell’altro. Quindi percepisce come suo il modo differente in cui l’altro comunica con la verità. A questo punto, l’uomo banale sempre disturbato dalla fregola del nuovo e del sensazionale, trova piacevole buttare via l’appartenenza precedente e tuffarsi nelle delizie della novità. Ma l’uomo che riflette, pur con la fatica di ogni impresa seria, penetra maggiormente dentro di sé, finché giunge al livello profondo dove scopre che le due appartenenze religiose sono una. Ossia, percepisce di appartenere a una per lo stesso motivo profondo per cui appartiene all’altra. E se ciò è vero, procede a capo chino e mani giunte in quell’oltre dove ambedue le appartenenze non sono più necessarie. Meglio, dove le due appartenenze, rispettosamente si ritirano perché il loro assistito è  guarito. </p>

<p style="text-indent: 0cm; margin-bottom: 0.5cm;" align="justify">Testimonio che, oggi, il Vangelo e lo Zen mi sono divenuti inseparabili. Anzi, l’uno dà vita all’altro. Con la preghiera che non confonda mai le appartenenze religiose con la verità. </p>

<p><em>p. Luciano Mazzocchi</em></p>
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