Vangelo della settimana


lettera

Vangelo e Zen

7 marzo 2010

Vangelo secondo Giovanni 8,21-32

Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22. Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?». 23 E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24 Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati». 25 Gli dissero allora: «Tu chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che vi dico. 26 Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui». 27 Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28 Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. 29 Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30 A queste sue parole, molti credettero in lui. 31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

  • fedeltà, conoscenza, verità, libertà

“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Con queste poche parole Gesù ci lascia un insegnamento sempre attuale; ai nostri giorni, attualissimo! E’ la fedeltà che apre alla conoscenza, è la conoscenza che introduce nella verità, è la verità che ci rende liberi. Generalmente nel mondo si vede al contrario: anzitutto ci si proclama liberi, prima di conoscere; quindi si conosce e si ritiene verità ciò che si confà con questo proprio dirsi liberi. Facciamo quindi un breve pellegrinaggio fra queste quattro sante parole: fedeltà, conoscenza, verità, libertà.

(continua…)

lettera

Vangelo e Zen

28 febbraio 2010

Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42

Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».

  • L’acqua

Il brano del Vangelo odierno, di cui sopra riporto solo alcuni versetti, suscita molte riflessioni che fanno del bene a noi, oggi. Anzitutto risalta la frivolezza umana, in voga al tempo di Gesù come nel nostro, la quale fa questione di appartenenza etnica e religiosa davanti ai bisogni primordiali come la sete. La donna di Samaria si fa delle domande se deve o no dare da bere a Gesù assetato, perché i Samaritani, benché ebrei, avevano una posizione religiosa diversa dagli altri ebrei. L’appartenenza religiosa diviene ragione discriminante se dare o non dare un po d’acqua a un assetato. Anche noi, gli uomini dell’era mondiale e assertori feroci dell’eguaglianza, possiamo nascondere, sotto i nostri proclami di uguaglianza, l’inveterata discriminazione da motivi religiosi, culturali o etnici. Infatti, davanti a un uomo o donna che ci sta davanti coll’evidente intenzione di chiederci qualcosa, possiamo sentirci più interessati a investigare la sua appartenenza etnica che la sua situazione esistenziale. O, per lo meno, prima la sua appartenenza e poi la sua reale condizione umana, che inevitabilmente vediamo tinta dalla sua appartenenza. Ci diciamo antirazzisti e proclamiamo il nostro rispetto verso l’immigrato con permesso di soggiorno e posto di lavoro. Senza ricorrere a chi approfitta del mancato permesso di soggiorno per far lavorare i clandestini in nero e sottopagarli, tuttavia nell’africano giunto in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mare con il pericolo della vita, in quell’uomo forse stremato dalla stanchezza e dalla fame possiamo vedere innanzitutto o solamente il criminale che ha varcato i nostri confini senza il regolare visto. Il suo dramma come uomo, forse come padre, non ci tocca. Nemmeno ci lasciamo visitare dalla domanda – che non può non sorgere – se io fossi nato e cresciuto nelle sue condizioni, che avrei fatto? E i confini nazionali che delimitano quelli di dentro e quelli di fuori, i nostri e gli estranei, confini che a volte diventano muri sorvegliati da uomini con mitra, obbediscono a che cosa dell’uomo? All’eguaglianza? Alla fraternità? All’umanità?

(continua…)

lettera

Vangelo e Zen

21 febbraio 2010

Vangelo secondo Luca, 4,1-11

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».

  • La tentazione

Non pochi teologi hanno sostenuto che la tentazione di Gesù sia stata solo virtuale perché, uomo perfetto e divino, non poteva prestare il fianco al tentatore. Quindi, Gesù avrebbe solo recitato o, meglio, avrebbe finto di essere tentato senza esserlo, per darci l’esempio di come dobbiamo reagire alla tentazione. Pare un discorso sciocco, consequente le interpretazioni sciocche di teologi sciocchi. Ma così non è, sia perché quelli che nella storia hanno interpretato in questo modo sono tanti, sia perché questa è una tentazione con cui tutti abbiamo a che fare. Sì, perché quando parliamo di verità divina, di illuminazione perfetta, di giustizia equanime, ossia dell’Assoluto, ci aggredisce la tentazione di mistificare l’Assoluto come altro dalla realtà e declassare la realtà come altro dall’Assoluto. Quindi, l’Assoluto e la realtà come nemici inconciliabili fra loro. Dal cedimento a questa tentazione consegue la religiosità della fuga, del vittimismo, dell’illusione. Un esempio concreto: ciascuno di noi può amare di più l’immagine di se stesso confezionata dalla sua brama di appariscente bellezza, che il se stesso reale, quello regalatogli da sua madre e dalla natura. Il se stesso immaginato, essendo irreale, non è disturbato dalle prove né dalle sofferenze; quello reale sì. La tentazione sempre in agguato nelle religioni è proprio questa: disaffezionare dalla realtà e affezionare all’immaginario. Così è nata la teologia di quel Gesù della tentazione, ritenuto più santo se la tentazione fu virtuale e meno santo se invece fu reale. Così pullulano le religioni che promettono benessere e miracoli, ed è impopolare la religiosità che distilla il vigore dell’esistenza dalla fatica della vita ordinaria condotta nella fede che non necessita di vedere.

(continua…)

lettera

Vangelo e Zen

7 febbraio 2010

Vangelo secondo Marco 2, 13-17

13 Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. 14 Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì. 15 Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16 Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?». 17 Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori».

  • L’uomo reale

Ci fu insegnato che Gesù sta coi buoni e diserta i cattivi. Per lo meno tutti e quanti siamo portati istintivamente a pensare così; invece Gesù stava allegramente coi peccatori. Anche biasimato da quelli che invece tenevano per i buoni, i farisei, lui continuava a far festa coi peccatori. I gabellieri erano gente di cattiva fama per i loro soprusi nel riscuotere le tasse. Gesù ne vide uno intento a contare l’incasso. Lo chiamò e questi lo seguì, senza fare gli studi del seminario che preparano a pensare, dire e fare secondo gli schemi predefiniti. Caravaggio, un altro dei “peccatori”, in San Luigi dei Francesi a Roma ci ha lasciato un quadro impareggiabile che descrive la scena del raggio di luce che parte dalla mano di Gesù e si riflette sulla fronte corrugata del gabelliere.

Va detto subito che Gesù stava altrettanto volentieri coi farisei Nicodemo o Simone, con i fanciulli che invece gli apostoli sgridavano perché chiassosi, con le donne, coi samaritani. Nel Vangelo non c’è alcun accenno di Gesù in allegra compagnia coi sacerdoti né coi politici. Credo perché questi non si si sarebbero presentati come uomini, ma come “ufficiali”. Gesù stava volentieri con l’uomo reale che comunicava con lui rimanendo nella sua realtà, ossia senza mettersi la maschera della bella figura.

(continua…)

lettera

Vangelo e Zen

29 Novembre

Vangelo secondo Luca 7, 18-28

Non ho visto nemmeno una puntata della fiction Don Matteo (RAI 1), ma sento dire che riscuote molto successo, audience 7.863.000. Il regista Luca Bernabei crede che il successo venga dal fatto che don Matteo incontra le persone non da quel che dovrebbero essere per giudicare quello che sono, ma da quello che sono per comprendere come dovrebbero essere. La differenza sembra minima; invece è abissale. Il vangelo di questa domenica ci presenta un grande asceta che viveva ai tempi di Gesù di nome Giovanni, a noi noto come Giovanni Battista, al cui nome sono dedicate molte città cominciando da quella che attende i mondiali di calcio: Johannesburg. Giovanni, ben presto aveva lasciato la casa paterna per aggiungersi al gruppo degli Esseni, asceti che vivevano nelle grotte presso il Mar Morto. Queste grotte, riscoperte a metà del secolo scorso, oggi sono una delle principali attrazioni per pellegrini, turisti o studiosi che visitano la Palestina. Gli Esseni ricercavano la giustizia e la pace dentro la più radicale negazione del mondo, convinti che il mondo è definitivamente perduto nella malizia e nella lussuria. Un giorno l’esseno Giovanni, probabilmente percependo insoddisfazione in quell’austerità misantropa, lasciò il deserto e si recò alle rive del fiume Giordano, una posizione geografica e morale equidistante sia dal deserto sia dalle città dove vivevano gli uomini. Quando al fiume ricorrevano i palestinesi, alla ricerca della frescura dell’acqua colà così rara e preziosa, Giovanni predicava loro la via della penitenza austera da lui praticata nel deserto. I penitenti scendevano nel fiume e Giovanni li battezzava nell’acqua; ma a quel battesimo mancava lo Spirito. Forse, immergendo nell’acqua quei corpi sudati, quelle mani e quei piedi incalliti nel lavoro e nel cammino, Giovanni aveva percepito un rimorso interiore per averli in precedenza disprezzati come corpi dediti agli affari di questa vita condannata alla perdizione. Decise, quindi, di mandare due suoi discepoli da quel Gesù, che egli aveva battezzato e che ora predicava come lui, ma non sulla riva del fiume, bensì nel bel mezzo delle città, circondato dalle folle. “Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?”, chiesero i due messaggeri. E Gesù: “Andate a riferire ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me”. Scandalizzati erano gli Esseni e sono gli esseni di oggi: coloro che amano più l’irrealtà che la realtà, che si affezionano più al se stesso della loro proiezione mentale che al se stesso reale, forse cieco, sordo, zoppo, lebbroso e perfino morto.

(continua…)

lettera

Vangelo e Zen

22 Novembre

Vangelo secondo Marco 1,1-8

Una espressione del vangelo di questa domenica mi risuona molto attuale. Eccola: “Voce di uno che grida nel deserto …”. A pronunciarla fu il profeta Isaia alcuni secoli prima di Gesù. Forse il profeta intendeva proprio il deserto fisico, quello che circonda la Palestina; tuttavia l’espressione è pregna di un senso che va ben oltre la geografia. Dice la sensazione che prova un uomo quando ha esaurito le sue energie per cambiare una situazione caotica e ingiusta, ma deve arrendersi allo scorrere inesorabile delle cose che non cambiano. Vuole gridare, ma la voce gli si mozza in gola perché attorno tutto resta indifferente. Rimane un senso pesante di impotenza e inefficacia. Non è detto che chi grida abbia tutta la ragione dalla sua parte. Può essere il contrario, ma è l’indifferenza e l’immobilità che snerva. L’appello della FAO di qualche giorno fa per l’enorme problema della fame fu voce che grida nel deserto. Questo breve vangelo vuole incoraggiare le grida mozzate di tanti settori dell’umanità, preziose e feconde mentre appaiono inutili e sconfitte in partenza. Sono la brace sotto la cenere che conserva il seme del calore e della luce, mentre attorno è freddo e buio.

(continua…)

lettera

Vangelo e Zen

1 Novembre

Vangelo secondo Luca 14, 1a.15-24

LNelle chiese cattoliche del mondo il 1 novembre è la Festa dei Santi, anche se cade in domenica; invece a Milano la domenica di turno ha la precedenza sulla festa. Il Vangelo che questa domenica ci regala è la parabola degli invitati al banchetto offerto da un signore che nella parabola indica Dio. Il banchetto è il simbolo della festa dell’esistenza compresa come comunione. Gli invitati di riguardo rifiutano l’invito, perché impegnati nei loro affari: chi ha comperato un campo e chi 5 paia di buoi, chi ha appena preso moglie. Comunque, tutti sono impegnati nelle loro cose e vicende. Per questi la vera natura della vita è gli affari privati e individuali. Il banchetto della comunione viene dopo: è solo un accessorio alla vita che rimane fondamentalmente affare privato. La ricchezza e gli onori del loro rango hanno spento o soffocato il gusto di stare assieme agli altri, se non c’è nulla da guadagnare.

Allora quel signore, Dio, dà ordine di chiamare al banchetto “poveri, storpi, cechi e zoppi” e, siccome la sala non è ancora piena, dice ai servi di uscire “lungo le strade e le siepi” e spingere ad entrare chiunque incontrassero. Lungo le strade e le siepi, allora come adesso, non si trovavano persone così per bene! Secondo Matteo, Gesù iniziò la predicazione del Vangelo gridando: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. I poveri sono quelli che accettano l’invito ed entrano alla festa. Per fare festa bisogna sperimentare la povertà: sperimentare la fame per gustare il cibo, la sete per brindare con allegria, il peccato per gioire all’incontro con la grazia. Per Gesù, l’accumulo delle ricchezze che ruba all’uomo l’esperienza di aver bisogno dell’altro e gonfia di presunta autosufficienza è maledizione. “Guai a voi ricchi perché siete sazi” (Luca 6,24-25).

(continua…)

Pagina successiva »