dom, 28 feb 2010
lettera
Vangelo e Zen
Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42
Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».
- L’acqua
Il brano del Vangelo odierno, di cui sopra riporto solo alcuni versetti, suscita molte riflessioni che fanno del bene a noi, oggi. Anzitutto risalta la frivolezza umana, in voga al tempo di Gesù come nel nostro, la quale fa questione di appartenenza etnica e religiosa davanti ai bisogni primordiali come la sete. La donna di Samaria si fa delle domande se deve o no dare da bere a Gesù assetato, perché i Samaritani, benché ebrei, avevano una posizione religiosa diversa dagli altri ebrei. L’appartenenza religiosa diviene ragione discriminante se dare o non dare un po d’acqua a un assetato. Anche noi, gli uomini dell’era mondiale e assertori feroci dell’eguaglianza, possiamo nascondere, sotto i nostri proclami di uguaglianza, l’inveterata discriminazione da motivi religiosi, culturali o etnici. Infatti, davanti a un uomo o donna che ci sta davanti coll’evidente intenzione di chiederci qualcosa, possiamo sentirci più interessati a investigare la sua appartenenza etnica che la sua situazione esistenziale. O, per lo meno, prima la sua appartenenza e poi la sua reale condizione umana, che inevitabilmente vediamo tinta dalla sua appartenenza. Ci diciamo antirazzisti e proclamiamo il nostro rispetto verso l’immigrato con permesso di soggiorno e posto di lavoro. Senza ricorrere a chi approfitta del mancato permesso di soggiorno per far lavorare i clandestini in nero e sottopagarli, tuttavia nell’africano giunto in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mare con il pericolo della vita, in quell’uomo forse stremato dalla stanchezza e dalla fame possiamo vedere innanzitutto o solamente il criminale che ha varcato i nostri confini senza il regolare visto. Il suo dramma come uomo, forse come padre, non ci tocca. Nemmeno ci lasciamo visitare dalla domanda – che non può non sorgere – se io fossi nato e cresciuto nelle sue condizioni, che avrei fatto? E i confini nazionali che delimitano quelli di dentro e quelli di fuori, i nostri e gli estranei, confini che a volte diventano muri sorvegliati da uomini con mitra, obbediscono a che cosa dell’uomo? All’eguaglianza? Alla fraternità? All’umanità?




The Morning Star
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