settembre 2007


L’abisso

«C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno trai tor­menti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricor­dati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vo­gliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non ven­gano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo ri­spose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

(continua…)

La Presidenza del Consiglio Provinciale di Roma promuove per il 6 Ottobre dalle ore 10,00 alle 19,00 presso la Provincia – Via IV Novembre, 119/A – una giornata dal titolo

“La Parola e il Silenzio tra Oriente e Occidente”

L’anelito a scoprirsi e mantenersi in contatto con il grembo fecondo del silenzio sembra abitare l’essere umano di ogni epoca e luogo. Ma è oggi, più che mai, in un periodo dalle molte e, per lo più, distratte parole, che reincontrare il silenzio e, a partire da esso, ritrovare parole forti e significative, dovrebbe essere percepita come urgenza e responsabilità di ciascuna/o.

Lo faremo attraversando sguardi provenienti da tradizioni ed esperienze diverse come il buddismo, il taosimo, l’induismo, il monachesimo cristiano, la regia cinematografica con Giangiorgio Pasqualotto, Mariangela Falà, Raffaele Torella, Arrigo Anzani, Saverio Costanzo, coordinati da Antonia Tronti (vedi invito allegato).

Alle 15,00 verrà proposta un’esperienza pratica di “camminata silenziosa” meditativa dal Colosseo a Palazzo Valentini”.

Roma, 27 Settembre 2007 In allegato l’invito. Un caro saluto dall’Associazione All’aperto.

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Segnaliamo l’aggiornamento del programma 01 – 07/10/2007.

  • 24 settembre, lunedì. Nella basilica di San Pancrazio, Roma, è stata celebrata l’Eucaristia in suffragio di Patrizia, sposa di Franco Michelini Tocci (fratello di Anna Michelini Tocci). Alla celebrazione erano presente molte persone che Patrizia assisteva con umanità e professionalità. Nel pomeriggio nella cappella dei Missionari Saveriani è stata celebrata l’Eucaristia in suffragio e ringraziamento nella memoria di Carlo Scabelloni. Carlo, per anni coordinatore del gruppo Vangelo e Zen di Roma insieme con la moglie Raffaella, ha lasciato in tutti il ricordo vivo della sua bontà e saggezza, attraverso cui sempre sapeva sciogliere i nodi delle incomprensioni interpersonali, portando morbidezza dove questa era mancata. Carlo, grazie! Raffaella, grazie.

  • (continua…)
Free Burma!

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Le immagini che giungono dalla Birmania sono tali da interpellarci nella nostra più autentica umanità.

La rivolta contro un regime dispotico e brutale, guidata dalla forza della fede e dalla determinazione pacifica e coraggiosa di tutto un popolo: tutto ciò, trasmesso attraverso i giornali, le televisioni e internet in tutto il mondo, rende ben visibile il senso profondo della nonviolenza, ma anche fa temere un grave bagno di sangue.

Per riflettere e meditare su quanto avviene, e per testimoniare la vicinanza e la solidarietà con i monaci e col popolo birmano, proponiamo per domani 27 settembre alle ore 20,30 un incontro pubblico a Torino, presso il chiostro della Consolata in via Maria Adelaide 2.

  • Elvio Arancio, della Confraternita islamica sufi Jerrahi-Halveti, direttore editoriale di ‘Interdipendenza’;
  • Sarah Kaminski, dell’Università di Torino, consigliere della Comunità Ebraica di Torino;
  • Angela Lano, giornalista, collaboratrice di Repubblica e di altre testate;
  • Giuseppe Platone, pastore valdese, direttore di Riforma;
  • Bruno Portigliatti, presidente onorario dell’Unione Buddhista Europea;
  • Marco Scarnera, della Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Torino;
  • D. Ermis Segatti, referente per la Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Torino;
  • Claudio Torrero, co-presidente del Centro Studi Maitri Buddha, direttore responsabile di ‘Interdipendenza’

www.interdependence.it

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Tratto da repubblica.it

Un messaggio sta circolando in queste ore per sms e sui blog per chiedere a tutti un segno di solidarietà per i monaci buddisti Una maglietta rossa per la Birmania “In tutto il mondo, venerdì 28″.

ROMA – Una maglietta o un nastro rosso in sostegno della Birmania. E’ la parola d’ordine che corre sui blog e sui cellulari, una catena di sms per un gesto di solidarietà a favore dei monaci buddisti e del popolo birmano.

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Questo è l’invito che sta circolando in queste ore via sms:

In support of our incredibly brave friends in Burma: may all people around the world wear a red shirt on Friday, September 28. Please forward!

(a sostegno dei nostri amici incredibilmente coraggiosi in Birmania: venerdì 28 settembre indossiamo tutti quanti, in tutto il mondo, una maglietta rossa).

Un testo analogo in lingua italiana circola anche nei blog: “Venerdì 28 settembre indossiamo una maglia rossa. Chiunque legga questo messaggio lo trasmetta a quante più persone sensibili a questo gravissimo problema gli sarà possibile. GRAZIE DI CUORE”.

Mentre gli studenti delle scuole superiori fiorentine che stamattina hanno partecipato all’iniziativa “La stazione delle idee” alla stazione Leopolda di Firenze hanno adottato un nastro rosso, ocra, giallo o rosa come segno disolidarietà per la Birmania. Un nastro verrà consegnato questo pomeriggio dagli studenti anche al ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, che interverrà alla manifestazione.

La sezione italiana di Amnesty International, con l’obiettivo di mobilitare opinione pubblica e governi, ha indetto due sit-in a Roma e a Milano e ha lanciato un appello on line in favore di un gruppo di parlamentari, monaci e artisti arrestati nelle ultime ore a Yangon, a Mandalay e in altri centri del paese.

I sit-in – si legge in una nota dell’organizzazione – si svolgeranno domani a Roma (dalle 17.30 di fronte all’ambasciata del Myanmar, in via della Camilluccia 551) e sabato a Milano (dalle 16.30 in piazza della Scala).

(27 settembre 2007)

Il Vangelo della severità

Diceva anche ai discepoli: «C’era un uomo ricco che aveva un ammi­nistratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministra­tore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò quell’ammini­stratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, per­ché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si af­fezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona».

(continua…)

  • uomo e creato una benedizione

Bernardo Antonini da Servitium (rivista dei Servi di Maria), numero di Luglio-Agosto 2007

Benedire è come vivere e maledire come soffocare la vita. Benedire non è semplicemente compiere un gesto o un rito, e tanto meno un evento magico: è invece riconoscere l’esistenza e la vita, accoglierla e fecondarla e, in questa esperienza, per chi crede, anche Dio è complice. Scriveva padre Turoldo a mons. Tonino Bello: «Vorrei ringraziarti perché non benedici mai, ma dici bene di tutti i poveri».

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La benedizione ha la stessa sorgente della vita e lo stesso orizzonte. Nella mia vita ho avuto molto presto motivo di allontanarmi dalla famiglia. Com’era consueto un tempo nelle famiglie contadine, i convenevoli della partenza erano sobri, a volte perfino austeri. Ogni volta che partivo, mio padre (e così fino a quando, secondo lui, ero diventato una persona importante) salutandomi, mi diceva: «Comportati bene [fa’ puìto, in dialetto]». Era questa la sua benedizione, il viatico che mi ha accompagnato per tutta la vita; è stato lui, con il suo silenzio e la sua fatica (dall’alba al tramonto, salutato dalla stella boara!) a custodire la mia fragilità e perfino la mia fede.

Non oso inoltrarmi nell’intrico delle distinzioni e delle precisazioni; mi basta pensare che la benedizione è una modalità fondamentale dell’esistenza, ha bisogno di piccole cose o di grandi gesti, di parole forti o suoni dolci e perfino del silenzio o, forse, la benedizione non ha bisogno di niente. La radice del benedire è così profonda che, nell’emergere in segni visibili, rischia di snaturarsi nei recinti rigidi del sacro o nel fascino ambiguo della magia. Difficile dire quando e forse neppure serve. È certo, però, che benedire o essere benedetti esige un’apertura totale alla vita, una complicità esplicita nel rischio, una prodigalità gratuita e folle che solo la nostra consapevole debolezza può trasformare in dovere.

Ricordo quando da bambino partecipavo alle Rogazioni (ovviamente anche come mocolo cioè chierichetto) e mi stupiva quella fila di contadini oranti e quelle croci sparse a segnare la fecondità della terra. Loro, i contadini, lo sapevano che la terra è feconda (anche di fatica), che il sole e la pioggia e la neve sono la benedizione di Dio, anche senza le processioni e l’aspersione del prete, ma sapevano anche che bisogna vigilare sulle astuzie del maligno e sulla fragilità del vivere nostro e di tutte le creature.

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Benedire o maledire sono parole entrate nel tessuto profondo della lingua e della storia, confinate magari poi in significati tenui o marginali, e tuttavia un poco conservano sempre il sapore della radice che le ha generate. La benedizione può assumere modi assai diversi ma, nell’esperienza umana e nella storia della cultura, essa rimane una categoria essenziale che dà fondamento alle relazioni ed è da esse fondata, mentre delle relazioni mantiene tutta la ricca complessità e la fragilità che sempre minaccia la vita. Forse, anche per questo, alla esperienza della benedizione si accompagna quel sottile filo di magia, secondo il quale, sempre e quasi meccanicamente, il benedire deve generare fecondità e vita. A volte però questo filo o viene spezzato da una abitudine superficiale o oltrepassato verso recinti arbitrari di sacralità, dove la benedizione entra nella spirale della ritualità e della mistificante dipendenza sacrale. Onestà intellettuale e analisi rigorosa sono la garanzia per poter evitare sia giudizi frettolosi come pure abbandoni incondizionati, liberi dal timore di arrivare a lambire anche recinti ritenuti inviolabili. Forse, sarebbe qui opportuno chiamare in causa il sacro (o il santo), non per solidificare una distinzione – anche spazio temporale – che attraversa in modo ambiguo tutta la storia dell’umanità, ma per arrivare a cogliere nella profondità del creato, e non dall’esterno, la sacralità dell’esistenza di ogni essere che la benedizione riconosce e di cui si prende cura. È in tale contesto che Francesco può benedire Dio per e con tutte le creature, perché sono esse stesse, per prime, le creature di Dio. Perfino la morte, quasi creatura di Dio, è benedetta e Dio per essa, sorella nostra. Anche per questo il Figlio dell’uomo ha potuto aver fame e sete, essere malato e prigioniero, violentato e ucciso. E quanto ha bisogno questo nostro tempo – come sempre del resto – di riscoprire la capacità di benedire ed essere benedetti, come intreccio universale di mani a cura di ogni debolezza umana (e perfino di ogni malvagità!) e sostegno indefettibile di sogni e speranze.

(continua…)

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