L'arte da parte


Rubrica a cura di Dario Rivarossa

Una galleria di opere d'arte poco conosciute - quando va bene - o sconosciute, per riflettere sul complesso rapporto tra Immagine e Irrappresentabilità. Ospite d'onore il cristianesimo; ma il buddismo, in modo esplicito o velato, ha sempre la sua da dire.

d.r.


E’ uscito il nuovo numero (12) di Buddazot, l’unico fumetto VERAMENTE buddista, a cura di Paolo Sacchi.

Questo numero ha una novità di cui avevamo avuto un assaggio nel fumetto augurale per il 2008: il colore.

L’ultima puntata de L’arte da parte. Un ringraziamento all’amico dr.

È l’ora che volge il desìo…

Questo bellissimo mutante visto di schiena non è un X-Man. È un angelo, e non uno qualsiasi: è il “ministro divino” che sta sulla porta del Purgatorio di Dante, nell’interpretazione grafica di un artista siciliano di nome Beppe Madaudo.

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Un illustratore e pittore colto, a volte forse un po’ troppo raffinato, che per la Divina Commedia ha fatto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare. Dopo una ricognizione maniacale su tutta l’arte dedicata al poema dell’Alighieri in sette secoli,

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Monsieur Rendon

— Monsieur Redon, siamo qui per acquistare un quadro.
— Ottimo. Li dipingo proprio per venderli.
— Un quadro molto particolare, su un tema di cui lei è specialista.
— Oh-la-la, sentiamo.

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— Vorremmo (mio marito ed io: le presento mio marito, Auguste) che lei ci facesse un quadro da appendere in camera da letto, esattamente sopra il letto, per benedire il nostro riposo.

— Beh, se per voi il letto è un luogo di riposo…

— La facevo una persona più seria. Vorremmo che lei ci dipingesse Dio.
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Precursore e Messia dell’arte rinnovata

F

ontainebleau (Francia), anno di grazia del Signore 1537.

La scena si svolge su un terrazzo della reggia, una limpida sera d’estate. In cielo brilla la luna piena. Un uomo in piedi osserva la luna; un gigante dai riccioli rossi, con un

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volto fascinoso e una corporatura perfetta. Ha qualcosa dell’Autoritratto di Albrecht Dürer, ma non è ovviamente Albrecht Dürer, morto nove anni fa. Accanto al Rosso c’è una dama di corte, seduta; indossa un prezioso abito giallo oro, la sua pettinatura è formata un complesso incrocio di trecce. Anche lei è intenta a fissare il satellite, ma spostando periodicamente lo sguardo sull’uomo.

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— È una notte meravigliosa, non trovate? — sussurra la dama.

Senza rispondere, lui si china a raccogliere una pigna caduta sulla terrazza. Drizza di nuovo il suo corpo maestoso, torna a guardare il cielo, poi, con un mezzo sorriso, palleggia per qualche secondo la pigna nella mano. E la scaglia con violenza contro la luna.
— M… ma, ma che fate?
— Voglio uccidere il chiaro di luna.
La dama ridacchia. — Avete sempre delle curiose invenzioni!

Di nuovo, l’uomo non risponde. Forse pensa alla sua prossima avatar, quando avrà tratti più mediterranei; in complesso, un po’ meno bello ma altrettanto irruente e fascinoso. Allora, potrà gridare ai quattro venti di voler uccidere il chiaro di luna, e troverà gente disposta ad applaudirlo. Potrà passare da una “maniera” all’altra ancora più facilmente di adesso, da nervose forme geometriche a pennellate guizzanti come serpenti. E permettersi trasgressioni che, attualmente, lo farebbero finire al rogo. Chissà, una Madonna che sculaccia Gesù Bambino.

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— A che pensate? All’amore? — sospira lei, che sperava in un minimo di attenzioni in più.
— Pensavo a quante opere d’arte si potrebbero realizzare con le parole.
— Vi dilettate anche di poesia?

— Noli me tangere! No, niente poesia, Madeleine. Ma voi non rimarreste profondamente colpita da nuove parole come… sì… “espressionismo”, “sur-realismo”… Molto meglio della “maniera” di cui tanto si ciancia oggidì, non vi pare?
— Se proponete un gioco, Jean-Baptiste, allora io conio “futurismo”.

Lui annuisce, ridendo all’idea di quel nome da precursore che si ritrova; anche se quasi nessuno lo chiama così, a parte la sua compagna di questa notte.

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— Vi burlate di me?

— Nient’affatto, Madeleine. Anzi, vi andrebbe di posare per me? Nella parte della vostra omonima in una Pietà? Riserverò a me il ruolo peggiore, quello del morto.
— Oh sì, ne andrei fiera.
— Bene, si comincia domani all’alba. Nel frattempo…
— Signore!
— Abbiamo ucciso il chiaro di luna: chi potrebbe vederci?

dr

Ma-che-angelo?

Le spine e’ chiodi e l’una e l’altra palma
col tuo benigno umil pietoso volto

Questi due versi sono tra i testi più belli in assoluto che siano stati dedicati alla Sindone.

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Ogni tanto in questa rubrica torniamo sul tema (magari in modo un po’ “velato”). Il motivo è che nel Sacro Lino custodito a Torino, oltre a un pizzico di orgoglio campanilista, è racchiuso in sintesi tutto ciò che vorremmo dire, e tutto ciò che non riusciremmo mai a dire, con queste riflessioni dedicate alla sottile linea di confine tra immagine e irrapresentabilità.

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Budda-daismo meneghino

Che cosa c’è nelle brume della Lombardia, che incanta lo sguardo e lo rende leggero? Sarà che il sottile velo di nebbia, per antitesi, suggerisce l’idea che la vera nebbia è ciò che chiamiamo “realtà”.

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Sarà che la pianura, non interrotta da colline o monti, sembra il simbolo di un universo i cui confini si sperdono chissà dove. Allora l’animo del longobardo, tantopiù se artista, non si sente sopraffatto dalla malinconia, anzi impara a danzare lieve lieve nell’aria frizzante, padrone delle cose perché libero, e tanto più libero quanto più sa sorridere di sé.

Forse è questo il filo tenue che unisce le vite e le opere di autori che apparirebbero così lontani nel tempo o negli interessi. Tutti milanesi per nascita o per adozione, ognuno creatore di un suo segno inconfondibile. Si chiamano Giuseppe Arcimboldo, Achille Campanile, Dino Buzzati.

Arcimboldo è quello che dipingeva teste umane componendole di frutta fiori animali oggetti. È stato ripescato dai surrealisti come antesignano (a nostro avviso, erroneamente) della pittura dell’inconscio. È quindi diventato famoso (ma erroneamente, a nostro avviso) come un tipo bislacco che faceva cose buffe per un decadente senso del divertimento. Eppure ci sarà stato un motivo, a parte scacciare la noia, per cui l’Imperatore lo copriva d’oro.

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Il Codice Da Tokyo

  • Assioma 1: il sole tramonta a Occidente, poi risbuca al mattino a Oriente. Così che l’Oriente è allo stesso tempo la negazione e la realizzazione luminosa dell’Occidente.
  • Assioma 2: nel XIX secolo, il punto di contatto tra Occidente e Giappone è rappresentato dai commercianti olandesi.

Il simbolo per eccellenza dell’arte giapponese è il pittore Tokitaro, alias Tetsuzo, alias Shunro, alias Sori, alias Hokusai, alias Taito, alias Iitsu, alias Manji, per gli amici “Hokusai”. La sua vita (1760-1849) non fu meno sfuggente del suo nome; suo padre era forse un artista o forse un pulitore di specchi alla corte dello Shogun; sua madre, forse una concubina, forse la figlia di uno dei gloriosi 47 Ronin passati nella leggenda. Certo è che di fronte allo Shogun, cioè Generalissimo, il pittore non dimostrava un eccessivo timore reverenziale, visti certi sketch che si permetteva in sua presenza. Una familiarità che però non gli impedì di vivere povero e libero.

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Buddista della scuola di Nichiren e fedele devoto della Stella polare considerata come divinità, Hokusai potrebbe essere considerato il massimo esponente dell’arte non-cristiana. Ma, per l’Assioma 1, proprio questo potrebbe essere il suo legame più profondo con le miniature e gli affreschi prodotti in Occidente. Del resto, per l’Assioma 2, qualche rapida occhiata all’arte occidentale Hokusai potrebbe averla gettata in occasione delle sue visite – proibitissime – a mercanti olandesi che gli richiedevano – proibitissime – pitture da esportare.

Ma soprattutto la non-cristianità ovvero, per l’Assioma 1, la profonda cristianità della sua opera nasceva dal profondo, dal modo in cui si poneva di fronte alla realtà.

Alcuni disegni di Hokusai sembrano infatti la versione speculare, identica e contraria, di temi che hanno caratterizzato per secoli le incisioni e pitture occidentali. Si prendano le raffigurazioni moralistiche in cui la donna si specchia, e nello specchio si riflette il muso del diavolo: nella Ragazza alla toeletta di Hokusai (1797 circa; British Museum), invece, a riflettersi nello specchio è il volto sorridente di una divinità benigna. O ancora, la Madonna minacciata dalla Bestia apocalittica diventa la deliziosa Dea cinese Taichen Wang Furen e drago con lo strumento musicale qin (1798). Sarà un caso se la dea cinese è in piedi su una nuvola, e un lembo della sua veste suggerisce la forma di un serpente, come quello al tallone di Maria? Gli ingredienti sono sostanzialmente gli stessi, l’atmosfera è l’opposta.

Desiderio di negare il male del mondo? O piuttosto, sguardo di chi è avanzato in un cammino di liberazione? “Tra il samsara e il nirvana non c’è la più piccola differenza” insegnava Nagarjuna: la donna rimane donna e il drago rimane drago, ma sono visti entrambi da una prospettiva ribaltata. Il male esisterà sempre, ma siamo in grado di circoscriverlo, come l’oscuro cetaceo nella Caccia alla balena presso Goto, della serie “Mille immagini del mare”.

In numerose opere degli anni ’30 inoltre Hokusai inserisce alberi in posizioni strategiche, p.es. all’inizio di una strada o in primo piano al centro dell’immagine. In Giornata autunnale a Choko, della serie “Otto vedute delle isole Ryukyu”, a capo di un ponte che introduce in una natura incontaminata crescono due piante, una secca e una rigogliosa; fanno pensare agli alberi sullo sfondo della Risurrezione di Piero della Francesca, uno dei più sereni artisti occidentali. Dalle tenebre alla luce, per l’Assioma 1.

Resta da individuare l’autore stesso, nella fantasmagoria di immagini da lui create. Sulla copertina della sua ultima opera, il Libro illustrato sull’uso del colore (1848), compare un attivissimo pittore che tiene pennelli con entrambe le mani, tra i denti, tra i piedi! Non può essere altri che Hokusai, sebbene parecchio ringiovanito. Il suo profilo, le basette e i baffi sono identici a quelli del letterato che contempla il monte Fuji (1834-35; nella foto), il quale indossa una veste decorata con uccelli che potrebbero essere fenici. Quest’ultimo è un soggetto raro in Hokusai, ma raggiunge il suo trionfo in uno degli ultimi capolavori del maestro, la Fenice dipinta nel tempio Ganshoin a Obuse (1842-45). L’uccello è arrotolato su se stesso in modo da somigliare a un volto umano che ride. Risus paschalis, dicevano nel Medioevo occidentale. Ultima deduzione dall’Assioma 2: era un commerciante olandese anche Baruch Spinoza.

dr

Questo articolo riassume la conferenza tenuta il 1° febbraio 2007 al Liceo scientifico “Galileo Galilei” di Perugia nell’ambito del seminario di studio “Dante tra poesia e scienza”, organizzato dai docenti del triennio Ilva Simoncini (Italiano) e Gildo Castellini (Scienze). Il secondo incontro del seminario si terrà al Liceo Galilei di Perugia il 1° marzo, sui canti VIII e XI del Paradiso, con conferenza dal titolo “La provvidenza: la complessa matematica della storia”.

1) L’universo di Dante (che lui a sua volta riprende da Tolomeo), visto con gli occhi di oggi, ha parecchi problemi.

La Terra si trova al centro dell’universo, e intorno le ruota la Luna, e fin qui il modello è comprensibile. Dopo la Luna ci aspetteremmo Marte, e invece c’è Mercurio: in pratica è come se l’uomo, dopo aver raggiunto la Luna, dovesse mirare a Mercurio; progetto che la NASA non ha mai accarezzato. Quanto a Marte, secondo Dante si troverebbe più lontano del Sole, perciò dovrebbe essere più facile inviare una sonda sul Sole che su Marte. Le stelle si trovano tutte sulla stessa superficie, come quelle di un presepe, ecc.

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Eppure, in mezzo a questa cosmologia un po’ sorpassata, spunta qualche idea moderna. Per esempio il nono cielo, detto Primo Mobile (non previsto da Tolomeo), è invisibile ma trasmette il movimento al cosmo intero. In fondo, anche adesso la Fisica afferma l’esistenza di realtà che non si vedono: buchi neri, materia oscura… e che sono fondamentali per il funzionamento dell’universo. Quanto al fatto che la Terra sia collocata al centro, di per sé non è un errore: Einstein insegna che nessun osservatore ha un punto di vista privilegiato, quindi va altrettanto bene prendere come punto fisso la Terra o il Sole, con buona pace di Galileo.

1 bis) Che però l’universo di Dante sia più complesso del previsto lo dimostra il canto 22 del Paradiso, quando il poeta osserva sotto di sé tutti i pianeti e rimane stupito dai loro movimenti e rapporti reciproci. In teoria dovrebbe essere tutto assai lineare, con la Terra immobile al centro e i cieli che le ruotano intorno seguendo orbite regolarissime, e invece Dante si accorge che la faccenda è più intricata. Come se non corrispondesse all’ipotesi di partenza.

2) Soprattutto, Dante rivela la sua modernità scientifica quando parla degli angeli. O che c’entrano con la scienza? C’entrano, perché per Dante gli angeli sono i motori dell’universo; sono loro stessi a costituire le leggi fondamentali dell’universo, svolgendo il ruolo che oggi noi assegneremmo al Big Bang, alla luce, alla teoria della relatività.

Tre punti, riscontrabili in Paradiso, canti 28 e seguenti:

  • Il numero degli angeli è incalcolabile, supera le nostre capacità matematiche. Lo stesso vale per il cosmo, secondo la scienza del XX-XXI secolo.

  • La disposizione degli angeli in paradiso costituisce il modello dell’universo, ma modello e universo non combaciano, anzi sembrano opporsi: i cerchi angelici hanno una forma, l’universo ne ha un’altra, così che la corrispondenza va trovata con il ragionamento. Allo stesso modo, tutta la Fisica attuale è altamente speculativa, non immediata. Esempio: quando Newton diceva che le mele cadono a terra, è una cosa che possiamo constatare con i nostri occhi. Quando invece l’attuale teoria delle “corde” o “stringhe” sostiene che nello spazio esistono una decina di dimensioni, si tratta di pura matematica astratta: noi di fatto vediamo solo tre dimensioni, le altre sono “arrotolate”, eppure la loro presenza impercettibile renderebbe ragione dei macro-fenomeni del cosmo.

  • Dante inoltre dice che l’universo fu sconvolto meno di 20 secondi dopo la creazione, a causa della caduta di Lucifero, la quale ebbe anche conseguenze fisiche, non solo morali. Così, con un linguaggio medievale spontaneo, Dante anticipa la teoria del Big Bang, secondo cui tutto si è giocato nei primi tre minuti, che hanno condizionato ogni sviluppo successivo.

3) Due passi nella fantascienza.

  • A ben pensarci, il Paradiso dantesco è rivoluzionario: non è un “al di là” ma coincide con il cosmo fisico. Dante visita la luna, i pianeti, le stelle e vi trova… forme di vita intelligente (che per lui sono le anime dei beati), esseri luminosi come gli alieni di Incontri ravvicinati o Cocoon.

  • E ancora, arrivato all’Empireo, vede tutti i beati radunati in una sorta di mega-stadio. Questo oggetto è creato dalla luce di Dio che si riflette sulla superficie del Primo Mobile. Ma un’immagine tridimensionale prodotta da un raggio riflesso si chiama “ologramma”: è senza dubbio il primo ologramma della storia.

4) Nella visione finale di Paradiso 33, Dante vede tutte le cose “conflate”, concentrate all’interno di Dio stesso. Con un passo ulteriore, negli ultimissimi versi, contemplando il mistero di Cristo Dio-Uomo, dice che in lui i confini di Dio coincidono con quelli della materia, “si convenne l’Imago al Cerchio”. Sì, la materia è infinita, è un attributo di Dio stesso – e qui ci sta bene un parallelo con la filosofia di Baruch Spinoza.

Riassumendo: si parte da un modello del mondo che sembra riduttivo, poi invece ci si allarga sempre di più, fino a concepire un universo infinito.

… E chiamatelo “medievale”!

dr

L’arte che “alluminar” chiamata è in Parisi

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Miniature di cemento, estese per centinaia di metri quadrati.
A realizzarle è stato l’ultimo degli artisti medievali, un frate cappuccino di nome Ugolino: Ugolino da Belluno. Le sue opere, come quelle dipinte sui codici del Tre-Quattrocento, uniscono esemplarità dei temi, devozione e audacia. È tutto un fiorire di decorazioni vegetali, animali irrequieti, simboli sacri, note gregoriane, e i misteri del cristianesimo come nessun altro aveva mai osato raffigurarli. Padre Ugolino ha negli occhi le basiliche romaniche, e intanto tiene Wittgenstein sul comodino.

Il suo nome, al secolo, era Silvio Alessandri; nato nel 1919, ci ha lasciati nel 2002. Ha lavorato con il bronzo, con il mosaico e con l’“affresco graffito”, una tecnica da lui inventata che consiste nello stendere su un muro vari strati di cemento colorato, e poi grattare le superfici fino a ottenere il disegno. La sua cifra stilistica, che lo rende riconoscibile dappertutto – da Centocelle a Granada – sono le “figure ombra”, cioè immagini sdoppiate in cui all’elemento in primo piano se ne associa uno, più scuro, che ne amplifica il significato.
Spesso si tratta di semplici effetti stroboscopici, come quando la figura ombra di un uccello in volo è lo stesso animale in posizione diversa, in modo da creare l’illusione del movimento. Altre volte emerge un significato spirituale: “dietro” un frate che predica c’è san Francesco; dietro il povero che chiede, c’è Gesù.
Ma soprattutto, questo gioco ottico viene applicato al Mistero per eccellenza, la morte e risurrezione del Cristo. A volte la prima fa da ombra alla seconda, altre volte il contrario. E sempre, sempre, sempre, da questo Crocifisso-Risorto si dipana un groviglio di spine, il tutto avvolto da una luce rossa.

Che cos’è? “Togliti i sandali, perché questo è terreno sacro”. È il roveto ardente, enigma in cui salta il normale rapporto tra significante e significato (“Perché il roveto non brucia?”). Così, più Ugolino si sforza di definire nei dettagli l’Incomprensibile, più esso fugge in lontananza. Più lo spettatore si lascia catturare da quei grotteschi crocifissi, da quei luminosi risorti, meno si accorge dell’esplosione muta e vermiglia che avvolge ogni cosa. Non a caso, nella parte alta degli affreschi compare più volte la scritta JHWH in caratteri ebraici, il Nome impronunciabile, oppure, altrettanto impronunciabile, il JHS cristiano.
Ancora più spesso, Ugolino decora intere pareti o archi con sequenze di note, del tipo usato per il canto gregoriano, ma… senza pentagramma. Pura effusione lirica.
Il limite è che pitture che sarebbero perfette su una pagina miniata, diventano un po’ oppressive su una parete enorme. Per questo, più delle fin troppo squillanti absidi ammirate dai Papi, da Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, si lasciano gustare alcuni dettagli defilati. Come gli uccelli, degni di Hokusai, affrescati nella chiesa di Santa Maria della Marina a San Benedetto del Tronto.
Un capolavoro è la cappella dell’eucaristia della chiesa di San Francesco a Sassari (nella foto). Qui frate Ugolino, con genialità dadaista, ha abbinato un sepolcro paleocristiano in marmo a uno scuro tabernacolo barocco, poi sui muri ha dipinto tralci di vite, uccelli e un cervo, in bianco, nero, grigio e varie tonalità di terra e ocra.
E Lui, Lui dov’è? Da nessuna parte, quindi dappertutto.

dr

Per assenza di prove


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È come se Einstein venisse ricordato esclusivamente per aver detto: “Dio non gioca ai dadi”, e quindi sia nell’immaginario collettivo che sui libri di testo lo si identificasse con un propugnatore dell’universo medievale, senza mai fare cenno alla teoria della relatività! Sarebbe un bel po’ assurdo…
Beh, è proprio quello che è successo a sant’Anselmo di Aosta con il suo Proslogion. Dappertutto, il suo nome è collegato a una sola e unica idea: la cosiddetta “prova ontologica” dell’esistenza di Dio, secondo cui Dio deve necessariamente esistere, perché è perfetto. Dal monaco Gaunilone in poi, nella storia della filosofia è stato una continua querelle per stabilire se si tratti di un’intuizione geniale o di una vaccata pazzesca.Peccato che la “prova ontologica” sia solo una goccia nell’oceano del Proslogion, e che anche questo specifico argomento, all’interno del libro, venga rapidamente ribaltato. Ora, è vero che Anselmo, nel famoso capitolo II, paragrafo 2, definisce Dio aliquid quo maius nihil cogitari potest, qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande. Però, anzitutto l’uso del termine “qualcosa” dovrebbe mettere in guardia; e soprattutto, l’esistenza di Dio viene affermata non come una dimostrazione scientifica ma come un flash, un’improvvisa, inafferrabile lama di luce nella mente dell’autore. (more…)

Fantasia
 
 

Fantasia

Sta per chiudersi il 2006, anno in cui ricorre il VII centenario della “nascita al cielo” di Iacopone da Todi. L’evento non può non essere celebrato anche in questa rubrica, tutta giocata sulla imbarazzante linea di confine tra immagine e irrapresentabilità, tra teismo e non-teismo. In questo contesto… que farai, fra’ Iacovone? Èi venuto al paragone.

Il grande poeta umbro è rimasto famoso soprattutto per i suoi colpi di martello: la santa follia dello “iubelo del core”, le invettive contro Bonifacio VIII e contro i francescani imborghesiti, i dolori della Madonna, le descrizioni impietose della condizione umana, dalle sofferenze del parto allo spappolamento del cadavere. Ma rimane spesso da indagare un altro aspetto dei suoi testi: il vertice dell’esperienza mistica, in cui viene scardinata ogni categoria umana. (more…)