Dialogo inter-religioso
Libri di origine diversa ma tutti dall’interno o del cristianesimo o del buddismo oppure dall’interno di entrambi.
- Divo Barsotti, Meditazioni cristiane sulla spiritualità giapponese, EMI, Bologna 1979. Contiene un’analisi attenta, con intuizioni molto acute per una persona che è stata per poco tempo in Giappone. Per esempio, a p.32, è un ottima penetrazione nello spirito giapponese affermare che “… più che il buddismo è lo shinto che rappresenta la religione vera del giapponese”. Tuttavia le conclusioni a cui arriva sono, letteralmente, penose: sono le classiche chiusure settarie che hanno caratterizzato, direi inquinato, i rapporti tra cattolicesimo e resto del mondo nei secoli. Padre Barsotti dopo essersi interrogato sul rischio per la chiesa cattolica di avere dei cardinali negri (sic) australiani o polinesiani e sull’affidabilità di chi è cristiano da una sola generazione, conclude (p.124) dicendo “Dal momento che il cattolicesimo è la religione vera, il Giappone realizzerà pienamente sé stesso soltanto quando sarà cattolico ecc. ecc.”.

- Antony Elenjimittam, Esoterismo Monastico cristiano e indo-buddista, Bresci, Torino 1979 È un libro purtroppo introvabile, nel quale l’autore, un domenicano, di nascita e cultura indiana compie un viaggio sottile all’interno dello spirito dell’uomo nella sua fioritura monastica, sia cristiana che indo-buddista. Padre Elenjimittam, fu sacerdote, monaco, giornalista e uomo politico, amico personale di Giovanni XXIII e discepolo del Mahatma Gandhi rifiutò la mitria arcivescovile dal primo per seguire la missione affidatagli dal secondo, ovvero dedicare la sua vita alla mutua comprensione ed accettazione di tutte le religioni. La sua conoscenza del monachesimo cristiano, indù e buddista gli permette una compilazione quasi enciclopedica sull’argomento. Mi auguro che il libro sia reperibile in qualche biblioteca anche se temo che la sua schiettezza possa non essere piaciuta e che quindi la sua scomparsa non sia stata casuale.

- Maria De Giorgi e Carlo Molari, Seimeizan, frammento di un dialogo tra cristiani e buddisti, EMI, Bologna 1989. E’ un libro moderno, problematico, dove l’autrice e il coautore si interrogano seriamente sul «senso della rappresentazione trinitaria di Dio e dell’unicità salvifica del Cristo in rapporto ad altre realtà religiose» realtà che loro stessi riconoscono autentiche. Le riflessioni che ne nascono sono molto interessanti. Tra l’altro, tutta la parte iniziale del libro è dedicata alla ricostruzione, ben fatta, dei rapporti tra l’Occidente cristiano e il Giappone dal 1542, ovvero 7 anni prima dell’arrivo di Francesco Saverio, sino ai nostri giorni.. A pag. 70 si parla della «profonda convinzione che “solo morendo Cristo risorgerà” anche all’interno del buddismo». Penso che il dialogo inter-religioso non possa prescindere da tali affermazioni. Infatti solo morendo Buddha può rinascere all’interno del cristianesimo. Ed è questo, quella della morte del Buddha affinché il buddismo possa vivere, un aspetto molto importante sul quale il confronto tra le due religioni può avvenire senz’altro sul piano della parità. Nella scrittura cristiana troviamo la parabola del chicco di grano che dà molto frutto solo se muore (Gv 12, 24-25) il buddismo invece, mostra nella storia questa capacità di morire ogni volta che trasmigra da una cultura ad un’altra, per risorge nei panni della cultura ospitante. Proprio l’estrema capacità di inculturazione del buddismo assieme alla capacità del cristianesimo di vedere vita anche dove c’è morte potrebbero essere i pilastri teologici di un incontro oramai indifferibile.

Hōseki Hisamatsu, Una religione senza dio. Satori e Ateismo, il melangolo, Genova 1996. Con questo testo passiamo completamente ad un altro punto di vista. Hisamatsu, assiduo frequentatore di Heidegger, è praticante e profondo studioso del buddismo Zen di scuola Rinzai, quindi nella sua visuale acquista particolare importanza l’illuminazione, satori in giapponese, ovvero la realizzazione del superuomo nel senso anche nietzsciano del termine. Il libro è interessante proprio perché riesce a definire la piena e profonda religiosità del buddismo Zen contemporaneamente avocandone l’ateismo. Anche se, in questo caso, a mio parere, il termine benché tecnicamente corretto rischia di essere troppo forte. Preferisco parlare di non teismo, piuttosto che di ateismo.
M.Y.Marassi, Intelligenza volse a settentrione. Umorismo e meditazioni buddiste, Marietti 2002. È un altro testo curato da me, quindi un prodotto a cavallo tra due culture e due religioni sia per la mia formazione contemporaneamente cristiana e buddista sia perché la prefazione di quest’opera è di Enzo Bianchi, priore di Bose. In pratica è un tentativo di dire il buddismo ed in particolare lo Zen attraverso l’umorismo e la cultura occidentale. È anche un manifestare l’importanza, sia come spirito sia come meccanismo, dell’umorismo all’interno dello “fatto” religioso. Onestamente occorre rilevare che mi sono fatto prendere la mano dalle note nell’ultimo capitolo: sono in numero e lunghezza esorbitante.

- L.Mazzocchi, J.Forzani, Il Vangelo secondo Luca e lo Zen, EDB 1997. È uno dei sette volumi pubblicati da padre Mazzocchi sui sinottici collaborando volta per volta con Forzani, con sorella Tallarico, con Panikkar e con Marassi. Sette volumi in cui vengono riletti o riscritti i vangeli accostandoli ad una lettura basata sulla cultura buddista. Tra quelli composti da Mazzocchi e Forzani segnalo questo tra gli altri perché a mio parere è il meglio riuscito della serie.

- L. Mazzocchi, M.Y.Marassi, Il Vangelo secondo Matteo e lo Zen, Meditazioni sui brani non utilizzati nelle feste liturgiche, EDB, Bologna 2006. È diverso dagli altri sei della stessa serie. Ho tentato di esaminare il Vangelo di Matteo “dimenticando”, per quanto è possibile, l’interpretazione cristiana. Ne è nata una lettura che guarda al Cristo secondo un “umanesimo religioso”. Con il senno di poi (poiché l’ho letto dopo aver lavorato su Matteo) ricorda il tipo di approccio di Siro Angeli in Figlio dell’uomo, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1989, seppure da una diversa angolatura.

Raimundo Panikkar, Il silenzio di Dio la risposta del Buddha, Borla 1992. pp. 357. Є 25. Per quanto si tratti, tutto sommato, di un testo abbastanza vecchio (la stesura in catalano è infatti del 1970), lo considero un libro imprescindibile sia per chi affronti il buddismo con occhi cristiani sia per chi si ponga nella posizione speculare, ovvero guardi al cristianesimo a partire dal buddismo. È un testo adatto per lo studioso ma facilmente accessibile per una lettura d’informazione. Soprattutto è l’opera di uno spirito religioso che si muove liberamente nella totalità della cultura mondiale, antica e moderna, in tutte le lingue adatte ad ogni circostanza. Un ottimo impianto di note, il glossario e l’elenco delle citazioni occupano parecchie pagine. Una sorprendente bibliografia completa l’opera. Panikkar è uno dei rari autori di saggistica in grado di rendere piacevole la lettura anche degli argomenti più ostici e complessi. Non è solo questione di stile: la sua partecipazione al soggetto è percepibile, viva, animando di sé ogni angolo del libro. Una recente frase pronunciata da Panikkar (nato a Barcellona, da madre spagnola e padre indiano) per descrivere la lunga permanenza in India in gioventù, rappresenta egregiamente -anche nel paradosso che contiene, visto che Panikkar è, tuttora, sacerdote cattolico- lo spirito che aleggia su questo libro: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto indù, sono tornato buddista». Lo spirito soffia dove vuole… e non ha etichetta. Recentemente ho saputo che Panikkar ha rivisto completamente questo testo facendone una nuova edizione, lo ha ampliato talmente che è diventato un libro completamente nuovo. È in programma (con un idea molto vaga del quando) la sua pubblicazione in italiano con prefazione di Jisō Forzani.
http://www.cele-jp.com Segnalo anche un sito web che considero particolarmente interessante. Padre Celestino Cavagna è un missionario del Pime che vive da parecchi anni in Giappone dove ultimamente era segretario presso la curia arcivescovile di Tōkyō. Si è laureato presso l’università buddista Komazawa e ha messo on line la sua tesi di laurea più altri scritti. Dal punto di vista della comprensione intellettuale, a mio avviso, è l’occidentale cristiano che ha penetrato più a fondo la visuale Zen particolarmente secondo l’insegnamento Rinzai del kōan. Molto interessante il lavoro da lui svolto di comparazione tra l’insegnamento di San Francesco e l’insegnamento di Dōgen.

- T. Merton, Lo Zen e gli uccelli rapaci, Garzanti, Milano, 1970, 1992, 1999. Sebbene l’autore sia un monaco cristiano, o forse proprio perché essendolo si esprime a partire dall’esperienza personale, lo ritengo uno dei migliori libri “sullo” zen scritto da un occidentale. Occorre fare un poco di attenzione poiché è un libro relativamente vecchio e risente della difficoltà avute da Merton di attingere alla fonte un reale contatto con lo Zen vivente, ma è lucidissimo sia nel collocare lo Zen storicamente e “teologicamente” (se così si può dire), sia nell’identificare nel cristianesimo quel filone, rivolto unicamente allo spirito, che con molto coraggio Merton definisce Zen cristiano. Soprattutto vi è l’intuizione della collocazione sovrareligiosa dello Zen e della sua natura puramente e unicamente esperienziale.

- Raimon Panikkar, a cura di Milena Carrara Pavan, presentazione di Julien Ries, La pienezza dell’uomo. Una cristofania. Jaca Book, Milano 1999. La sfida di uno spirito raro. Nelle pagine di questo libro sono condensati 50 anni di riflessioni e studi. La lettura non è semplice, richiede impegno; l’autore ci chiede di seguirlo attraverso il percorso spirituale che il testo intraprende. La fatica viene compensata da pagine davvero dense di bellezza. La grande capacità ermeneutica dell’autore è evidente, e questo è sicuramente uno dei motivi che lo rendono impegnativo.Il centro della speculazione filosofica è la Cristofania: l’autore ne traccia la storia, la confronta con la Cristologia e infine l’immerge in altre tradizioni religiose.Panikkar si destreggia con grande scioltezza tra termini greci, latini, sanscriti, utilizzando ciascuno di questi sistemi linguistici come strumenti di confronto e dialogo. Tuttavia nel testo è sempre preservato il contesto in cui determinati sistemi linguistici si sono sviluppati. La domanda: “ chi è Cristo? ” è la questione centrale di tutta la sua riflessione. La risposta riesce ad unire la mistica e la storia in una grande armonia.
(A cura di Gennaro Iorio)

- Claire Ly, Ritorno in Cambogia, Paoline, Milano 2008
Il dialogo interreligioso va da Ly a Ly. Il libro che ha reso celebre Claire Ly è Tornata dall’inferno, racconto della sua vita tra la Cambogia e la Francia, Paese in cui è riuscita a rifugiarsi dopo l’avvento al potere dei Khmer rossi che le hanno ucciso il padre, i fratelli, il marito. In questo nuovo volume l’autrice trova finalmente il coraggio di visitare la sua patria di origine, vincendo l’orrore che le è rimasto inciso nella memoria. Non è solo il punto di incrocio tra due momenti di vita o due culture, ma anche tra due religioni: nel frattempo infatti Claire Ly ha abbracciato il cristianesimo, e si ritrova a fare i conti con la buddista che conserva dentro di sé. Il dialogo interreligioso “interiore” funziona? Riportiamo alcuni brani, lasciando che sia il lettore a decidere; e magari a offrire un suo contributo di riflessione.
[pag. 171] I primi anni della mia vita in seno alla Chiesa di Francia, per cambiare del mio cambiamento di tradizione adottavo ingenuamente il linguaggio corrente dei convertiti. Ogni convertito pensa che la tradizione che ha scelto sia sempre migliore della sua tradizione d’origine. Argomentavo la mia conversione mettendo in rilievo, nella tradizione cristiana, la generosità dell’impegno, la bellezza della relazione, il senso profondo della vita, il valore della persona. Ero consapevole dello sguardo ironico della buddista nei confronti di questo discorso un po’ vuoto. Ma rifiutavo di aprire la mia sfera cristiana. Dopo il primo contatto con la mia terra natale, ho capito che la mia fede in Gesù Cristo non poteva crescere nell’aria chiusa di una stanza.
[pag. 173] Sul mio cammino spirituale, la buddista è attaccata alla cristiana, e la cattolica è dipendente dalla buddista. Questa complicità piena di attenzione l’una per l’altra permette a ciascuna di decentrarsi per vivere un’ospitalità creativa. Questa ospitalità è fondamentale nella mia vita di donna e spesso esige l’abbandono dei sentieri segnalati.
[pag. 173, più avanti] Il continuo scambio tra la buddista e la cristiana mi ha guarita da una malattia occidentale molto grave per il dialogo fra i popoli, che consiste nella volontà di dare sempre. Il malato che si ignora tale vuole dare tutto: materiale, denaro, consigli, lezioni… Lo fa con grande bontà di cuore perché crede di stare meglio di tutti gli altri… “Illusione!” dice la buddista.
(A cura di Dario Rivarossa)

- Aldo Natale Terrin, L’oriente e noi, Morcelliana, Brescia 2007.
Il testo è un’analisi dei maggiori studi di comparazione tra cultura occidentale e cultura orientale.
E ci pare giusto specificare che con il termine “orientale” ci si vuole riferire, in special modo, agli studi di comparazione tra pensiero indiano e pensiero occidentale.
Ma l’interesse di questo libro non si limita a questo, esso è anche una dettagliata descrizione delle tante difficoltà che s’incontrano in un lavoro di comparazione.
A livello metodologico l’autore si colloca in un filone post-moderno, con chiari riferimenti alla scuola fenomenologica di R. Otto, Van Der Leew, M. Eliade ed è con questi strumenti che egli affronta l’evoluzione storica della scienza delle religioni, al riguardo possiamo leggere:
“Perché le culture e le religioni in passato sono apparse entità cosi lontane le une dalle altre? Perché le religioni non soltanto non hanno mai veramente dialogato tra loro, ma non si sono neppure riconosciute in quanto tali?
Non v’è dubbio: l’Occidente ha esercitato un monopolio culturale a danno dell’Oriente, non riconoscendo il valore dei diversi “mondi simbolici” ritenuti solamente forme di paganesimo e di idolatria. L’Occidente ha reclamato una superiorità culturale assoluta in nome di un’idea di razionalità che ha creduto di suo esclusivo appannaggio. Non sono forse questi i motivi che sono stati di ostacolo a una comprensione reciproca e alla ricerca di forme di convivenza e di mutua interazione, esperienze che presumibilmente avrebbero dato un altro volto al nostro pianeta?
Questa pretesa di «egemonia epistemologica europea» (B. Lincoln) e stata all’origine dei vari progetti coloniali e neo-coloniali e ha trovato, purtroppo, nel cristianesimo una fonte di ispirazione e legittimazione che ha allontanato l’Occidente dal resto del mondo in qualità di unico detentore della verità.”
Comprendiamo in modo diretto e chiaro qual è la posizione di denuncia dell’autore : l’occidente ha preteso per secoli d’interpretare l’Oriente come se fosse una res, per secoli ha visto nel variegato e ricco mondo indiano una cultura sostanzialmente inferiore, politeista, incivile e dai riti barbari.
Terrin non lascia nessun vuoto: ogni sua affermazione è accompagnata da un preciso riferimento bibliografico che facilita eventuali riscontri con le fonti. Terrin non manca di sottolineare che il termine Induismo non ha alcun senso ed è un’invenzione britannica per individuare tutti coloro che non erano né cristiani né mussulmani.
Il lavoro di comparazione, se fatto seriamente, presenta subito una difficoltà: il termine stesso religione è pregno di difficoltà. Cosa s’intende con religione? Questo termine occidentale ha un senso se si sta parlando di Induismo o di Buddismo?
L’autore compie un’escursione storica al riguardo e fa notare come la difficoltà non sia ancora oggi del tutto superata.
In un paradigma occidentale è religione un sistema che prevede un Dio, un testo sacro, magari anche una determinata istituzione di supporto al credo. Se assumiamo un simile paradigma come punto di partenza, come spesso è stato fatto, sarà inevitabile vedere l’altra religione come una non religione, come qualcosa d’inferiore. Oppure ci sarà il rischio dell’orientalismo (quando categorie orientali vengono interpretate con categorie e con termini occidentali).
Terrin analizza, tra gli altri, il lavoro del Palestinese Said, Orientalismo. In quest’opera importantissima l’autore denuncia proprio questo egocentrismo che ha guidato gli studi di comparazione tra Occidente ed Oriente.
L’autore vede nella posizione post-moderna un buon punto di partenza per iniziare uno studio scevro di pregiudizi nei confronti dell’Oriente. Bisogna, per Terrin, uscire da ogni tentazione di ridurre la comparazione tra oriente ed occidente ad un gioco dialettico. L’Oriente come l’anima irrazionale, l’Occidente come l’anima razionale, l’Oriente come l’elemento femminile, l’Occidente come l’elemento maschile, ecc. Bisogna studiare l’altro come altro, bisogna prendere in considerazione che non esiste solo un concetto di razionalità. La conoscenza di un pensiero altro ci racconterà come il nostro metodo scientifico è un metodo, ma non il metodo.
L’ultima parte del testo è dedicata proprio a questo problema, si fanno delle brevi escursioni nelle varie scuole indiane e si accenna alla grande attenzione che vi è in quella religione verso la matematica, la logica, ecc.
In finale la lettura è impegnativa, ma piacevole. Lo riteniamo un buona guida per chi vuole interessarsi alla comparazione religiosa ed alle molteplici difficoltà che da questa scienza nascono.
(A cura di Gennaro Iorio)

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