dom, 29 ago 2010
Il 26 di agosto si è spento nella sua casa di Tavertet, in Spagna, Raimon Panikkar. Aveva 92 anni. La sua vita si è incrociata più volte con La Stella del Mattino. In particolare Jiso Forzani prima e Gennaro Iorio poi hanno collaborato con lui partecipando a
gruppi di studio e seminari da lui diretti o coordinati. Nel 2005 presso l’Università di Urbino ricevette la lurea honoris causa in Antropologia ed epistemologia delle religioni. A me, piccolo uomo che si arrabatta con una mezza dozzina di dizionari di carta, più altrettanti on line, per venire a capo degli incroci di lingue nei quali si esprime la cultura religiosa, aveva impressionato sentirgli dire di padroneggiare bene 14 lingue e di sapersela cavare in altre tre o quattro. Un punto di incrocio, uno snodo, partenza e arrivo delle più lontane notizie del sapere. Jiso Forzani ci offre il suo ricordo con questo coccodrillo senza lacrime .
Oggi, 31 agosto, è giunto un ricordo di Panikkar da parte di Milena Carrara Pavan, amica, collaboratrice, curatrice di tutte le opere di Panikkar. Pubblichiamo il suo scritto tra i commenti, al numero 1.









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Bollati Boringhieri







Carissimi amici della Stella del mattino
la notizia della morte del nostro amato Raimon si è già sparsa nel mondo suscitando grande dolore nel cuore di tutti coloro che erano legati a lui da profondo affetto e amicizia. Io sono rimasta senza la possibilità di comunicare con voi (telefono e computer fuori uso per un fulmine). Confesso che dapprima ero dispiaciuta poi all’improvviso mi sono ricordata delle parole di Raimon: “io non possiedo ‘externet’ ma la vera ‘internet’ sì, la comunicazione che avviene da cuore a cuore”. Quindi in questa rete d’amore siamo tutti uniti a lui e fra noi. Non ho potuto trattenere anche un sorriso pensando che forse era proprio quello che lui desiderava: che rimanessi a lungo raccolta in meditazione, per cui in questi giorni sono stata spesso al ‘pino’ che tanti di voi conoscono, dove con Raimon meditavamo di fronte al mare.
Ringrazio chi ha inviato espressioni di condoglianze anche a nome della sua famiglia e del gruppo direttivo della Fundació Vivarium Panikkar.
Ho avuto il dono di trascorrere con Raimon gli ultimi giorni che hanno preceduto il grande silenzio in cui ora riposa per sempre. Desidero rendervi partecipi di alcuni momenti.
Sabato mattina, come sempre, abbiamo letto la pagina del Vangelo del giorno (Mt 23, 1-12) dove si parla degli Scribi e dei Farisei seduti sulla cattedra di Mosè e l’esortazione di Gesù a non chiamare nessuno maestro perché uno solo è maestro, il Cristo.
Raimon ha commentato: “vedi, non dice ‘io, Gesù’, ma il Cristo, cioè lo Spirito, che parla dentro di noi, la cui voce può udirsi solo nel silenzio di un cuore puro, cioè vuoto del proprio ego.” Poi ha aggiunto questa esortazione rivolta a me, ma che vale naturalmente per tutti noi: “Continua a guardare con i tuoi occhi, ad ascoltare con le tue orecchie a parlare con le tue parole, senza mediazioni e senza compromessi: il vero maestro sta dentro di te”. Lacrime scendevano sulle sue gote, lacrime forse di sofferenza per la propria imperfezione umana ma certamente anche di speranza di essere accolto nella Sorgente della Vita verso cui ha teso durante tutto il suo pellegrinaggio sulla terra.
Domenica mattina alle 12, come sempre abbiamo recitato l’Angelus:
Angelus Domini nunziavit Mariae et concepit Spiritu Sanctu. Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum et verbum caro factum est et habitat in nobis.
Gli ho sorriso commossa nella speranza che potesse cogliere in me il sorriso e di Dio e degli uomini. Poi mi sono inginocchiata e lui mi ha posto la mano sulla testa in un’ultima benedizione.
Grazie, Raimon, per il tuo insegnamento e per il tuo grande amore.
Milena
Lunedì gli è stato dato il sacramento dell’estrema unzione, poi ha perso coscienza e giovedì 26 agosto, giorno di luna piena, si è spento.
Sabato, le sue spoglie sono state recate nella bella chiesa di Tavertet dove il vescovo di Vic ha celebrato il rito funebre in grande semplicità, alla presenza dei familiari e di amici intimi.
Il suo corpo è stato cremato: metà delle sue ceneri saranno poste nella tomba di famiglia, e metà, come gli avevo promesso, verranno consegnate alle sacre acque del Gange.
Venerdì 3 settembre si svolgerà la cerimonia solenne a Montserrat con la partecipazione di amici da diverse parti del mondo.
Sicura di farvi piacere vi allego il link per un estratto di una videointervista che mostra Raimon, come tutti desideriamo ricordare: arguto, brioso, sorridente, vero maestro del dialogo inter/intrareligioso
Commento di mym — agosto 30, 2010 @ 7:19 am
Gli individui sono del tutto strumentali ai compiti loro affidati dalla storia, cioè dalle esigenze sociali e politiche che si trovano a incarnare, sicché la loro fine non è mai la fine del compito. Questo viene sempre rilevato da altri, che siano familiari, alleati, seguaci o amici, i quali fanno ancor sempre un tratto di strada nella stessa direzione, finché il compito è assolto, la missione portata a termine.
Il miglior modo di onorare i morti è pensare ai vivi.
Commento di mara — agosto 30, 2010 @ 7:59 am
Proprio così. Pensare ai vivi, pensare da vivi. Il culto dei morti non come prosieguo del compito vivo ma come celebrazione del defunto è necrofilia come alibi per l’arbitrio in nomine patris.
Commento di jf — agosto 30, 2010 @ 9:55 am
No! certamente gli individui impersonano, compiono, interpretano un ruolo storico, ma questo non li rende affatto strumenti della storia né di altro: essi sono, in primo luogo, INDIVIDUI che danno alla storia la loro impronta soggettiva. Per questo è importante seguirne il modello: diversamente, basterebbe seguire il “giro” della storia naturale…
Commento di Cristina — agosto 30, 2010 @ 7:05 pm
Omaggio (critico) a Panikkar. Dalla caduta della speculazione è rimasto soltanto il silenzio e quindi la speculazione su di esso che parla tanto bene del silenzio. Soprattutto di quello della verità. Ci si tiene i fianchi dal ridere solo a pensare quanto essa sia rumorosa. Nell’aria elettrica e virile della neikosofia, infatti, i concetti si sciolgono nella parole e danno un altro rilievo alla relazione tra la musica e il linguaggio. Si potrebbe dire che in neikosofia si danno pensieri cantati, o dove il ripetersi di quattro battute avverte del suono della verità. E’ come eseguire un pensiero mentre si spegne nel suono di se stesso.
Avount tout être un grande homme et un saint pour sui même.
Commento di mara — agosto 30, 2010 @ 7:55 pm
PS:se non fosse che..ti sposerei, cara cristina: mi dai i brividi!Semmai è l’epoca storica che si vive a dare un’impronta agli individui. Spesso i più grandi geni sono solo un simbolo amplificato del disordine spirituale dei tempi capitati loro in sorte; questo si imprime, più o meno consapevolmente, nelle coscienze: c’è chi lotta contro e chi soccombe.
NB: il modello giovanile di HMSX è insuperabile: 10 avventurosissimi anni di quella lussuosa pratica chiamata “coraggio”.
Commento di mara — agosto 30, 2010 @ 8:03 pm
Ec,ciù–amplificante il disordine spirituale..Scusate, la fretta.
Commento di mara — agosto 30, 2010 @ 9:48 pm
Mara carissima (non “cara” per evitare la rima!), sei così sicura delle tue posizioni che quasi mi dispiace mettere in dubbio le tue certezze. Sicuramente ognuno di noi porta l’impronta dei tempi in cui vive: però che cosa da’ l’impronta ai tempi? come mai “i tempi cambiano” e i gruppi umani, le società si trasformano? Cosa dici, invece di un rapporto causa-effetto non potrebbe esserci un rapporto circolare, interattivo, in cui sia gli individui siano soggetti ai fattori sociali sia questi siano determinati dagli individui?
Commento di Cristina — agosto 31, 2010 @ 11:57 am
Nella vita tutto è incerto finché non accade: la storia è un destino tragico, la sua eredità consiste in cadaveri e rovine. Non amo la vita (a meno che lottare contro i mulini a vento significhi amarla) e
sono stupito per l’inutile sperpero di energie: tutte le strade convergono verso la distruttività crescente nella folle idea del profitto a tutti i costi con lo sterminio di ogni risorsa e l’avvento di catastrofi finali che nessuna filosofia politica è in grado di fermare(non è pessimismo).
Non si possono nutrire speranze sul futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che se nulla cambierà l’umanità sarà destinata a scomparire chiudendo così il cerchio creazione/distruzione (l’umanità non è il fine della storia).
Commento di mara — agosto 31, 2010 @ 7:09 pm
Visione del mondo lecita come ogni altra. Però mi sembra che tu abbia una tua idea precisa del fine della storia… Beata te!
Commento di Cristina — agosto 31, 2010 @ 8:01 pm
Quando si vivono esperienze che coinvolgono più persone, ognuna di esse contribuisce, oltre che con azioni e parole, soprattutto con le sue credenze e pensieri all’andamento dell’esperienza collettiva. Chi è capace di credere a ciò che pensa in modo più efficace di quanto sappiano fare gli altri la domina e la guida (c.d. padronanza della vita immaginativa). L’aspetto fantastico è quello di produrre belle emozioni che possono rinforzare vecchie felici associazioni o generarne di nuove.
Requiescat in pace.
Commento di mara — settembre 1, 2010 @ 11:34 pm
@ Cristina.
C’è stato il quaternario: è verosimile che il disegno di Dio contempli l’estinzione dell’esperimento umano (vera malattia per la Terra).Il fine della storia, infatti, è di imporre una sola visione del mondo: quella senza l’uomo.
Commento di mara — settembre 2, 2010 @ 12:44 am
[vorrei, oh toh, inserire un post sull'argomento del topic]
Quando venne a Perugia per una conferenza un paio di anni fa, Panikkar affrontò anche il tema della morte, che secondo lui non deve spaventare (diversamente dal dolore).
Disse che possiamo pensare alla morte come a una goccia d’acqua che cade in mare: se la immaginiamo come “goccia” svanisce, ma se la immaginiamo come “acqua” trova la sua espansione massima.
Commento di dhr — settembre 2, 2010 @ 11:27 am
pardòn, non avevo ancora letto l’articolo (splendido come sempre) di Jiso, che si apriva proprio su quell’immagine.
Commento di dhr — settembre 2, 2010 @ 11:37 am
Sei il solito eretico: adesso anche i commenti on topic… Dove andremo a finire…
Ciao
Commento di mym — settembre 2, 2010 @ 11:40 am
La metafora della goccia d’acqua e dell’acqua è suggestiva, ma problematica (del resto non è che una metafora). Il problema consiste, mi pare, che si continua a trattare la morte (propria) come fosse un prolungamento della vita: quindi la goccia che “ritorna” all’oceano e li si scioglie ed espande (l’oceano è allora una megagoccia? Saremmo d’accapo: quando “scoppia” l’oceano, dove va? in un’altro oceanone di cui era la goccia?); o l’oceano che accoglie la goccia che si sublima ma non perde del tutto la sua identità….) Sono tutti modi di consolarsi della perdita di sé, e di spiegarsi l’inspiegabile ancorché evidente. Non c’è metafora che tenga, la morte (la mia) è tutt’altro dalla vita (la mia). Nel caso individuale quanto prefigura Mara 12 per l’umano genere: il fine della storia e la sua fine coincidono, umanamente parlando che senso ha cercare di farsi un’idea del mondo post umano?
Commento di jf — settembre 2, 2010 @ 12:52 pm
mica intendevo che Panikkar avesse ragione: volevo solo ricordare la sua concezione della morte. in questo momento lui, chissà…
Commento di dhr — settembre 2, 2010 @ 3:53 pm
Per strade secondarie e tortuose mi provo a spiegare l’ambiguo commento 12 di Milady. E’ fatta così; ah, le donne..)
Ci leggo molte cose: per es. il sec. XX è stato il tentativo di “superare l’uomo” inteso come animale desiderante e superstizioso; dapprima con la creazione della superazza ariana, e poi riducendolo a mera funzione di un apparato socioeconomico disumanizzante.
Oppure: l’estinzione del genere umano è un fenomeno possibile in termini kantiani.
Oppure: la fine dell’umanità non è la fine della storia. Il discorso dell’origine e della fine corrisponde solo al modo umano di concepire la realtà, non la realtà alla stessa. La storia (l’accadere delle cose) non può avere una fine: la fine è sempre l’inizio.
Commento di homosexual — settembre 3, 2010 @ 3:00 pm
Ah, già, il senso. Dunque l’ekpyrosis in riferimento costante al pelekînos..e al mio orologio.
Mi vengono in mente queste parole:
“Quando la percezione penetrerà le oscure nebbie dell’illusione sarai indifferente a tutto ciò che hai udito a questo mondo e al successivo”(BhagavadaGita 2, 52).
In internet (e pure in externet), mi stringo al dolore degli amici e dei familiari di Panikkar: una vita ben spesa.
Commento di homosexual — settembre 3, 2010 @ 3:03 pm
Beata Mara che è sicura dell’essere di un disegno di Dio e di un fine della storia. Su questo terreno è quantomeno problematico incontrarsi…
Commento di Cristina — settembre 3, 2010 @ 6:35 pm
>sicura dell’essere di un disegno di Dio e di un fine
che sia un finiano pure Lui??
.
.
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[mym, ho ricomposto l'Armonia Cosmica! ho scritto una scempiaggine a ruota libera!]
Commento di dhr — settembre 3, 2010 @ 6:38 pm
Valà, non esser modesto: confessa che ti ci sei impegnato una mucchia…
Commento di mym — settembre 3, 2010 @ 7:30 pm
L’attribuzione di un senso al mondo e l’affermazione della sua assurdità è il dilemma al quale SENZA RESIDUO si riduce la scelta tra l’affermazione o la negazione di Dio. Perché l’essere, che è inconcepibile a priori, in quanto non mediato da alcun concetto precedente, diventa concepibile in Dio. Cioè l’esistente non ha altro nome e concetto che quello dell’esistente appunto, e non è ancora in alcun modo Dio; ma se si vuole dargli un nome, bisogna dargli quello di Dio, che non è, come molti immaginano, il trascendente: egli è il trascendente fatto immanente, cioè divenuto contenuto della ragione (tu es Deus qui facit mirabilia)
Commento di homosexual — settembre 4, 2010 @ 8:22 pm
@dr.
Se l’esistente necessario è Dio, ne conseguono a, b, c, cioè a, b, c, esistono realmente; dunque l’esistente necessario è REALMENTE Dio. ^^
PS: ma quando si gioca a fare i Grandi?
Commento di Isabela — settembre 4, 2010 @ 8:23 pm
Temo, cara mia, che su quel terreno l’incontro è impossibile. Non c’è niente di più asociale dell’ordine della mia mente: in essa tutto è sistemato in modo che nessuno abbia un rapporto con me, pur avendolo. Un incontro tra due funzioni omologhe e complementari, questo è il mio ordine; non un rapporto “umano”.
La Ragione c’è perché c’è, non ha da persuadere o convincere, si impone senza meriti; se preferisci, è l’organo che assegna i limiti, che riconosce di fronte ad un ostacolo insuperabile la propria impotenza o incompletezza.
Je suis maudit.
Commento di mara — settembre 4, 2010 @ 8:30 pm
(al n. 24)
magnifico! l’Abc dell’a-b-c!
diventerò un abbeceDario
Commento di dhr — settembre 4, 2010 @ 8:42 pm
Oh! Però. Qui si dicon cose. A parte il senza residuo (non bisognerebbe strafare). Comunque “il senza residuo”, in altro senso, è un arzigogolo, un problema che arrovellò (arrovella?) i buddisti per secoli. È un po’ (un po’!) la differenza tra l’esser Grandi e l’esser Grandissimi.
Commento di mym — settembre 5, 2010 @ 10:33 am
“L’attribuzione di un senso al mondo e l’affermazione della sua assurdità è il dilemma..” Perché mai, hmsx, le alternative dovrebbero essere solo queste? Un aut aut… Una cosa può esistere senza avere necesssariamente bisogno di un dio che ne giustifichi l’essere e ne costituisca il fine ultimo, non mi sembra un dilemma. L’essere del “mondo” potrebbe anche avere una ragione casuale: ma questo è un argomento i cui dettagi lascio volentieri agli specialisti. In ogni caso, non credo proprio che esista solo l’alternativa o così, o cosà. Ci sono centinaia di soluzioni intermedie, e campi in cui non possiamo pretendere di muoverci.
Commento di Cristina — settembre 5, 2010 @ 12:25 pm
E.C. Dettagli, ovviamente , e non dettagi!
Commento di Cristina — settembre 5, 2010 @ 12:29 pm
È vero, le farfalle volano di fiore in fiore, dopo il temporale il sole splende più luminoso. I bambini, andando a scuola tenendosi per mano, spargono allegria e vitalità per tutta la strada. Il lupo cattivo, acquattato nel buio, attende l’occasione per spargere il male qui e là, in ogni dove.
Commento di mym — settembre 5, 2010 @ 12:31 pm
>attende l’occasione per spargere il male qui e là, in ogni dove.
citazione dal Don Chisciotte, in onore dello spagnolo Panikkar?
Commento di dhr — settembre 5, 2010 @ 4:21 pm
[vorrei, oh toh, inserire un post sull'argomento del topic]
La sofferenza è l’unica forza superiore a quella del male. Il male non è privazione di realtà; non è cedimento ad impulsi ciechi, non è fragilità, debolezza, capitolazione, ma vigore, impeto, veemenza; precisamente esprime l’Energia di Dio quando si nega e si fa volontà di annientamento.
(Che vita assurda sarebbe quella senza la sofferenza? E il mondo non apparirebbe più enigmatico di quel che è?)
[In the wild wild west,trying my hardest, doing my best]
Commento di Isabela — settembre 5, 2010 @ 5:51 pm
La sofferenza è il luogo della solidarietà: il nesso vivente tra Dio e l’uomo perché è dell’uomo ma anche di Dio (divinum est pati). La sofferenza è il perno della rotazione dal negativo al positivo, il fulcro della storia, la pulsazione del reale, il vincolo tra tempo ed eternità, un ponte tra la Genesi e l’Appocalisse. Non mi parlate più di filosofie dell’essere (oggettivanti una totalità armonica e conclusa = un orizzonte vuoto) stravizio di intelletti turpi; e praticate più che potete la fisica della libertà, dualistica, “umana”: non l’essere ma l’esperienza (della coscienza religiosa).
Sostare sui passi di neikosofia prepara e da’ coraggio.
Commento di mara — settembre 5, 2010 @ 5:56 pm
Ohibò, qui si distingue bel bello tra male e sofferenza. Tra il tuono e il lampo. Sì, lo so che quel poeta dei vostri scrisse “a quel securo il fulmine tenea dietro al baleno…”, però distinguere tra l’atto in quanto male e sofferenza in quanto realtà provata del male… non li separa un capello, un soffio di zanzara.
Commento di mym — settembre 5, 2010 @ 6:03 pm
Oh, oh, siamo attivati a quanto vi è di più delicato e sensibile. Per ognuno e per tutti. Sofferenza e male coincidono? Proprio non si può (e non si deve) distinguere fra una sofferenza che ha un valore (una potenzialità?) salvifica (la Croce, Dukkha come santa verità) e il male che è negazione? Non è forse la sofferenza, la cognizione del male, l’unica occasione possibile del riscatto del male? Negazione della negazione, se Marx mi permette l’utilizzo improprio? Ma se così stan le cose, che cos’è l’estinzione della sofferenza a sua volta santamente vera? Negazione della differenza fra bene e male? Così non sia. Qui mi fermo e ristò. Hic manebimus optime.
Commento di nudelook — settembre 5, 2010 @ 9:42 pm
Non c’è forse maggior segno della presenza di Dio che l’esperienza del male, rispetto al quale la divinità è al tempo stesso termine d’infrazione e principio di redenzione. Il male che è in Dio è quello che si scatena per l’ irriconoscenza: per la violenza fatta alla trascendenza, della natura, della legge morale, del passato, dei sogni. La risposta di Dio è la collera e un oceano di male; la natura manomessa da una tecnica senza riguardi si vendica distruggendo le condizioni di esistenza dell’uomo (c.d. squilibri ecologici), la legge morale violata tormenta e impoverisce chi la viola lacerandone la coscienza e abbassandolo alla semi-animalità.. eccetera,eccetera.
Commento di mara — settembre 6, 2010 @ 3:03 pm
Già, la soluzione del problema si può trovare solo nel “pensiero tragico”: il destino dell’uomo è la sofferenza ovvero espiazione e riscatto; tra l’uomo e Dio non c’è collaborazione nella grazia se prima non c’è stata nella sofferenza (in illo vivimus, movemur et sumus)
Commento di Isabela — settembre 6, 2010 @ 3:05 pm
..il male che è in Dio è quello che si scatena per l’irriconoscenza.. ma di chi?
del bambino oncologico o affamato o sfruttato sessualmente in qualche fogna del mondo, oppure delle loro madri?
nei campi di sterminio in germania?
nelle fosse comuni in bosnia?
..su ogni teologia..il silenzio
e la speranza di una sofferenza come (possibile)luogo di solidarietà
Commento di dario — settembre 6, 2010 @ 10:46 pm
Proprio così: silenzio. La fisica della libertà rovescia la valutazione dell’ermeneutica religiosa che dissolve la verità; essa, invece, si afferma come conseguenza diretta proprio della potenza incontenibile e inesauribile della verità che però non è l’oggetto della neikosofia. Il discorso neikosofico non è la enuncia ma la rigemina, perché la verità, toccata, manda infiniti splendori e si offre solo all’interno di un’interpretazione storica e personale con cui si identifica senza esaurirvisi o ridurvisi, essendo unica e sovrapersonale; non oggetto del pensiero ma sede del soggetto: l’Orrore è Potenza.
Commento di homosexual — settembre 7, 2010 @ 6:57 am
La realtà è semplice e positiva, è l’inizio per noi della vita e del pensiero, è la base di tutto. Dio, la positività originaria, sconfigge il male, ma la sua vittoria ha un’ombra: l’ inarrestabile esperienza della negatività.
La fisica della libertà non celebra un mondo armonico e concluso: esprime una visione aperta e drammatica.
Requiem (for a dream).
Commento di Isabela — settembre 7, 2010 @ 7:00 am
Di grazia, qualcuno vuole spiegarmi cos’è la neikosofia? Non trovo la definizione da nessuna parte….
Commento di Cristina — settembre 9, 2010 @ 12:07 pm