Il cuore del buddismo
I testi che seguono sono la fonte di quella parte dell’insegnamento che può essere scritto

* J. Bacot (a c. di), Vita di Milarepa, gli Adelphi 2001.
È questo un testo relativamente poco noto in Occidente, anche se Liliana Cavani vi dedicò un film nel 1973. Film che, sino all’anno scorso, si poteva trovare in videocassetta in libreria (attualmente è esaurito), accompagnato da un mio libro di commento. Milarepa, un mistico, un santo vissuto nell’undicesimo secolo, è una realtà importantissima all’interno del buddismo tibetano ma la sua vicenda romanzata in quest’opera ha delle valenze religiose così fondamentali da poter essere letta in modo edificante sia dagli appartenenti alle altre tradizioni buddiste sia dai lettori cristiani.
Anche se in questa versione storica (la traduzione di Bacot è del 1925) manca una piccola parte dell’originale e l’attribuzione dell’autore originale è con ogni probabilità errata, tuttavia è un testo importante perché il curatore, Bacot, era ben in grado di comprendere che cosa traduceva. Questo è un fatto abbastanza raro nei libri classici buddisti tradotti nelle lingue occidentali.

* Edward Conze, I libri buddhisti della Sapienza: Sutra del Diamante e Sutra del Cuore, Ubaldini 1976.
Sono due sutra brevi, nei quali possiamo trovare le origini remote della prima cultura autenticamente buddista, ovvero slegata dalla cultura religiosa precedente e contenente tutti i temi di universalità e profondità che sono la base specifica della cultura buddista moderna, mahāyāna. In particolare il secondo, il Prajñāpāramitā Hŗdaya Sūtra, è attualmente il sutra più noto nei monasteri Zen, dove è conosciuto col nome giapponese di Hannya Shingyo. Il primo, il Sutra del Diamante è un esempio molto interessante di linguaggio intenzionale o allusivo. Se riuscite a superare lo scoglio, in realtà notevole, di comprensione della forma con cui questo sutra è scritto sarete poi in grado di comprendere la maggior parte delle strane affermazioni che si sono succedute nei secoli in India in Cina e in Giappone.

* E. Dōgen, a c. di G. J. Forzani e Mazzocchi, La cucina scuola della via, (EDB 1998).
È un libro in tre parti: una è la traduzione dal cinese di un testo di Dōgen nel quale l’autore esprime l’insegnamento essenziale mostrandolo applicato alla funzione del cuoco. La seconda parte è la libera ristesura commentata dello stesso testo da parte di Jisō Forzani. La terza parte consiste nella regola di san Benedetto con il commento di Luciano Mazzocchi. È un classico all’interno del buddismo Zen di scuola Sōtō, la scuola nella quale sono stato formato. È un libro difficile ma grazie alla doppia stesura i curatori offrono delle vie d’accesso all’interpretazione del testo che possono essere seguite da un lettore attento.

* E. Dōghen, a cura della Comunità Vangelo e Zen, Divenire l’Essere, EDB, Bologna, 1997.
E’ il testo più vivace scritto da Dōgen in cui viene espressa la visione della trasmigrazione, o samsāra, del buddismo secondo i canoni tradizionali indiani, con linguaggio formalmente daoista, ma in realtà è una delle più peculiari realizzazioni del genio di Dōgen. Ciò di cui parla è contemporaneamente ciò di cui parla ed anche non lo è. Un esempio di linguaggio intenzionale in lingua ideogrammatica. È un testo decisamente difficile.

* E. Dōghen, a cura della Stella del Mattino, Il cammino religioso – Bendōwa. Marietti, Genova, 1992.
Questo è un testo di predicazione missionaria, un testo base per la comprensione dello Zen. Ha la caratteristica di essere la traduzione della traslitterazione in giapponese moderno del testo di Dōgen, per questo si legge molto facilmente. Ad oggi è probabilmente il testo di Dōgen meglio riuscito in italiano.

* E. Dōghen, a cura di G. J. Forzani e Mazzocchi, Busshō – La natura autentica, EDB, Bologna, 1999.
Attraverso racconti personali, parabole, detti antichi, con un ritmo velocissimo viene espresso l’approccio al problema del fondamento della vita che tiene conto sia della visuale Mādhyamika sia della visuale Yogācāra senza abbracciarne alcuna. In alcuni tratti della struttura ricorda le confessioni di Sant’Agostino, in altri ricorda alcuni passi delle lettere di Paolo. (In particolare 1 Corinzi, 2, 7: parliamo di una sapienza divina, misteriosa che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria). È senz’altro il testo più difficile di quelli che ho messo in elenco.

* A c. di Raniero Gnoli, La rivelazione del Buddha, Vol. I, I testi antichi, Mondadori, Milano, 2001.
* R. Gnoli (a c. di), La rivelazione del Buddha, Vol. II, Il grande veicolo, Mondadori, Milano, 2004.
Sono testi quantitativamente impegnativi, infatti i due volumi constano complessivamente di circa 3000 pagine. È un buon testo soprattutto il primo volume che contiene la traduzione direttamente dal Pali in italiano dei sutra più importanti del codice Pali dello Sri Lanka. Vi è una buona introduzione di Gnoli, le traduzioni sono di Sferra e Cicuzza. Soprattutto ha un impianto di note e di riferimenti utilissimo per chi debba usarlo a fini di studio. Il volume II è comunque ottimamente organizzato ma ha il difetto che parte dei testi contenuti sono sì stati rivisti ma sono riciclati da un’altra pubblicazione più antica, della UTET.

* A c. di T. Furukawa, con traduzione a c. di p. Sottocornola, Tanninsho, EMI, Bologna, 1989
Il Tanninsho di Shinran Shōnin, (compilato però da un discepolo di Shinran) è il testo base della scuola buddista della Pura Terra rinnovata o Vera scuola della Pura Terra, una scuola giapponese di derivazione cinese a sua volta di derivazione indiana. Nel capitolo III contiene un’affermazione oramai famosa in ambito religioso: “Se perfino un giusto può entrare nella Terra Pura, quanto più sarà così per un peccatore”. Il curatore, padre Sottocornola, è, per così dire, uno dei protagonisti di un altro testo che ho presentato poc’anzi, ovvero “Seimeizan”. È un antesignano del dialogo interreligioso ed ha vissuto un periodo di comunione con un monaco buddista e la sua famiglia in un tempio buddista giapponese. Questa versione italiana, oltre alla traduzione del Tanninsho, comprende A): un’introduzione al buddismo redatta da padre Sottocornola e B): la traduzione del commento al Tannisho redatta da Tairyu Furukawa. Purtroppo la visuale che padre Sottocornola presenta del buddismo risente troppo della sua non buona conoscenza del tema. Almeno nel momento in cui lo scrisse. Fondamentale è, invece, la lettura sia del Tannisho che del commento per una comprensione del buddismo in generale e del buddismo della Buona Terra in particolare. È uno di quei testi così radicati nella religiosità buddista che sono rappresentativi ben al di là della scuola di appartenenza.

Segnaliamo due testi che, secondo una certa visuale, sono la base stessa della dottrina del buddismo mahāyāna. Sono due sutra molto lunghi e per alcuni aspetti difficili.

Si tratta del Sutra del Loto (Saddharma Pundarīka Sūtra)
e del Sutra di Vimalakirti (Vimalakīrti Nirdesa Sūtra).

Del primo potete trovarne una recente traduzione dal sanscrito, realizzata da Luciana Meazza, pubblicata dalla BUR con la prefazione di Francesco Sferra. Del secondo ce n’è una traduzione curata da Gnoli e pubblicata una ventina d’anni orsono dalla UTET in una collezione chiamata Testi Buddisti, che è basata sulla famosa traduzione dal tibetano e dal cinese realizzata in francese da Lamotte. Questa stessa traduzione è riprodotta, rivista, nel secondo volume de La Rivelazione del Buddha, citato sopra. Ve n’è anche una traduzione effettuata dal cinese in inglese da Charles Luk e pubblicata poi in italiano da Ubaldini una trentina d’anni or sono ma è di qualità decisamente inferiore.

Sia il Sutra del Loto che il Sutra di Vimalakrti, sono opere letterarie notevolissime. Il primo, nelle sue più antiche stesure, risale al primo secolo avanti Cristo, in molte scuole buddiste è considerato il testo fondamentale del buddismo, in alcune addirittura è detto essere l’unico testo, una sorta di bibbia buddista. È certamente fondamentale e imprescindibile per chi si avvicini allo studio del buddismo con serietà, tuttavia è bene ricordare che la ricchezza del buddismo sta anche nelle sue differenze, nelle tante scuole in cui è rappresentato, incarnato, e ciascuna scuola considera alcuni testi più importanti di altri segnando anche in questo modo la propria peculiarità. Nel buddismo non vi è nessun testo che possa essere considerato l’unico o il migliore, anzi la letteratura buddista è sempre stata considerata ad un livello inferiore rispetto all’esperienza personale cosicché i libri sono sempre stati visti unicamente al servizio di quest’ultima. Detto questo, occorre anche dire che il Sutra del Loto è considerato fondamentale da tutte le scuole buddiste. Il Sutra di Vimalakirti, datato attorno al secondo secolo della nostra era, relativamente poco noto, ha una caratteristica unica che lo rende interessante: in esso viene affermato lo stato laicale come lo stato centrale del buddismo, anzi proprio quello nel quale la realizzazione religiosa è possibile nelle condizioni più opportune. La stesura dell’opera è caratterizzata dalla forma cosiddetta intenzionale che costituisce una delle eccellenze anche del Sutra del Loto.

Buoni testi, sebbene di difficile reperimento, sono anche:

* P. Filippani Ronconi (a c. di), Canone Buddhista, discorsi brevi, UTET, Torino, 1994.

* E. Frola (a c. di), Canone Buddhista, discorsi lunghi, UTET, Torino, 1967 (r. 1986)

* R. Gnoli (a c. di), Testi Buddhisti in sanscrito, UTET, Torino, 1983.

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