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l 23 giugno saranno deposte nel cimitero di Antaiji le ceneri di Koho Watanabe roshi, deceduto sabato 7 maggio, all’età di 74 anni.
Non abbiamo dato notizia della sua morte quando avremmo voluto, ovvero subito, perché per sua volontà così doveva essere.
Un uomo grande e difficile, che ha dedicato la vita, senza riserve, a offrire lo zazen al mondo. Nella tradizione di altri uomini grandi e difficili che sono riusciti nel condurre la loro vita prescindendo dalla loro forza e dalla loro debolezza, con la sua vicenda esistenziale ha saputo indicare con purezza il significato concreto del Grande Voto.

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Voi che leggete e noi che scriviamo dobbiamo a lui questo incontro, le sue premesse, le sue conseguenze.
Sua fu l’intuizione di abbandonare il vecchio Antaiji che, quasi assorbito dalla periferia di Kyoto, avrebbe potuto continuare a costituire un facile centro di attrazione per tanti cercatori Occidentali di passaggio in quella città. Scegliere una località tra i monti, abbandonata dai precedenti abitanti per l’isolamento e l’estrema asperità del clima, fu un azzardo sostenuto dalla fede e dalle energie giovanili di un gruppo di monaci formatisi assieme a lui grazie alla guida del suo predecessore, Uchiyama roshi. La difficoltà rappresentata dal luogo, assieme all’obbligatoria promessa di non lasciare il monastero prima di dieci anni, fecero sì che l’Antaiji inventato, voluto da Watanabe divenisse per poco più di un decennio, dal 1976 al 1987, la casa di una trentina di persone la forza della cui motivazione era in grado di superare gli ostacoli più ardui.
Oggi, fra quei monti Antaiji esiste ancora, più o meno vi si fanno le stesse cose che si facevano trentanni prima, ma la continuità si è interrotta. Dopo Watanabe, i due abati succeduti alla guida del monastero, Shinyu Miyaura prima e attualmente Muho Nolke non hanno saputo conservare la continuità con Sawaki-Uchiyama-Watanabe. Non ostante il loro grande sforzo (che a Miyaura è costato letteralmente la vita) di mantenere aperto un luogo così difficile, continuando a offrirvi la possibilità di dedicarsi completamente al lavoro, allo studio e allo zazen, non hanno saputo dar vita a un proprio sogno, interpretando in modo loro, nuovo, originale lo stesso spirito che aveva dato vita all’Antaiji di Kyoto prima e a quello sui monti poi. Nessuno dei due è riuscito a mantenere aperto e vivo il rapporto con Watanabe. La parte più delicata di questa storia si è perduta.
Nel 1987 Watanabe, lasciato il Giappone, venne in Italia, vi si trattenne cinque anni aiutando a mettere le basi di un possibile nuovo corso del buddismo. Un corso che si possa fraternamente intersecare con la nostra cultura, a base cristiana: un nuovo capitolo dell’inculturazione del risveglio.

Yushin&Jiso

*Non confinati da una morale codificata, vivere il grande prodursi del presente senza affidarsi a regole prestabilite: questa possiamo chiamarla audacia di vivere” Watanabe Koho

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Buongiorno.

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Mercoledì 18 maggio, all’Università degli Studi di Milano, “la Statale”, nell’ambito del seminario Interculturalità e intraculturalità interno al Corso di Laurea triennale in Sociologia, ho tenuto una lezione dal titolo: Libertà dalla religione e libertà nella religione: il superamento del dialogo intrareligioso nella costruzione della libertà personale. Qui sotto potete scaricare il testo completo della lezione.

Come ogni anno la Stella ha bandito una borsa di studio per i laureandi dell’Università di Urbino. Qui potete scaricare il bando.
La borsa intende premiare la miglior tesi di laurea (triennale, specialistica, magistrale  o  vecchio  ordinamento) redatta  su  un argomento attinente al buddismo,

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oppure al dialogo interreligioso (preferibilmente tra le principali religioni), oppure riguardo ai criteri guida ed alle criticità nella teoria e nella pratica del dialogo interreligioso. È purtroppo limitata agli studenti dell’università urbinate: non siamo in grado di esaminare e valutare comparativamente un elevato numero di tesi.
Sempre all’Università Carlo Bo di Urbino, da oramai 5 anni è attivo il corso sul Dialogo Interreligioso, di cui potete scaricare qui il programma, dedicato all’analisi comparata della religione abramitica nella sua espressione ebraica, cristiana, islamica, oltre che di induismo, buddismo, confucianesimo e daoismo. La parte finale del corso è dedicato alla religione sincretica giapponese nota come Shinto.

Dopo quattro anni di lavoro durante i quali in vario modo sono stati coinvolti tutti gli “anziani” della Stella, è stato pubblicato il Discorso di risveglio alla fede secondo il veicolo universale.
Un lungo titolo che, come spesso accade nel buddismo, riassume bene i punti di un testo da considerare e meditare con attenzione.
Vi si parla di risveglio, o se preferite di “illuminazione”, in modo così esplicito e dettagliato che non si era mai visto prima. E neppure dopo.

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Di fede, non secondo un oggetto, un credo, ma secondo un modo di essere. E del veicolo universale, svelando così anche perché il Mahāyāna porta questo nome.
Un testo nel quale la visuale interiore penetra così a fondo che la metafisica diviene osservazione della realtà, descrizione del nostro spirito-mente, e viceversa.
Ha attirato lettori e commentatori per 1500 anni, suscitando -in quel recente ambito di studi detto Buddismo Critico– polemiche e discussioni. Soprattutto ha costituito la base di studio per tutto il buddismo dell’Asia Orientale, Chan e Zen compresi. Ciononostante, a fronte di tanto lavorìo, le traduzioni in lingua occidentale sono state pochissime.
Questa è la prima traduzione direttamente in italiano; un punto di partenza, un primo passo verso una possibile divulgazione.
Se desiderate ricevere una o più copie del Discorso di risveglio alla fede scrivete a serviziolastelladelmattino.org

Ringraziamo la Fondazione Arbor per il generoso contributo che ha reso possibile la realizzazione di quest’impresa.

Qui potete scaricare la copertina completa in formato pdf

Un’occasione d’incontro tra buddisti e cristiani: sabato 5 marzo nell’eremo camaldolese di Montegiove vi sarà una giornata dedicata ad osservare come cristianesimo e buddismo si siano occupati del problema della sofferenza.

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Secondo la storia del buddismo antico, certamente apocrifa nei fatti ma altrettanto autentica nel senso, il buddismo nasce e si sviluppa proprio in relazione alla sofferenza che affligge ogni essere di questo mondo. La dissoluzione della sofferenza è l’unico scopo dichiarato di questa forma di spiritualità. Non ostante ciò, non vi sono molti testi che si siano dedicati ad esaminare questo problema in modo esplicito.
Soprattutto nell’ambito del buddismo zen, spesso il fine di tutto pare essere, o viene presentato come se fosse, la cosiddetta “illuminazione”: stato particolare e definitivo che, una volta riconosciuto e asseverato con apposito certificato da un altro “illuminato” con certificato, non si perde più, qualsiasi sciocchezza indirizzi la nostra vita.
Ma anche fosse, a che pro? Una volta gonfiato il collo e fatta la ruota per far vedere al dotto pubblico come siamo illuminati, alla fin fine tignola e ruggine consumano mentre malattia vecchiaia e morte regnano indisturbate sul nostro destino.
L’illuminazione non serve a nulla. Grazie al cielo il buddismo si occupa d’altro.
Allora: la sofferenza come ritorno alle origini.
Trovate qui sotto il testo da scaricare, dal titolo: La sofferenza come punto di partenza

Il punto d’arrivo… un’altra volta.

Mi ha colpito molto quello che è successo in Germania (e altrove) la notte di Capodanno. La violenza di gruppo terrorizza, ancor di più se -come pare sia stato- è pianificata e organizzata. Penso che, così come occorre far sì che Charlie possa pubblicare quelle che a volte sono vignette sciocche e insultanti, così pure è indispensabile che le persone, uomini o donne, possano circolare e festeggiare per le strade senza venir assalite, umiliate. Su questo occorre non transigere.

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Però, se accendo la televisione, se mi soffermo in un edicola davanti alle copertine esposte, se guardo (anche d’inverno) come sono (s)vestite il sabato sera, durante le feste in piazza, in discoteca, molte giovani donne, sento che c’è qualche cosa che non va. L’esibizione del corpo come richiamo sessuale è (quasi) la norma. I modelli di comportamento che strati sociali meno difesi dalla cultura acquisita traggono dal cinema e dalla televisione, vanno (quasi) tutti verso la medesima direzione.
Da giovani è difficile convivere con la propria acerba e sfuggente identità. Lo stereotipo permette di identificarsi, riconoscersi e quindi avere identità. Tutti quei corpi scoperti mi disturbano perché sanno di… bestiame. Di persone ridotte a corpo. Spesso un corpo al servizio della funzione del sesso come stereotipo, senza erotismo né coscienza.
Immagino che, per chi viene da culture dove le donne sono coperte sino agli occhi, tanta carne scoperta sia addirittura scioccante, disturbante, innaturale.
Noi chiediamo rispetto per il nostro “stile di vita”.
Qualche volta pensare, anche, a non dare scandalo può essere un pensiero di libertà, quando non è figlio di una costrizione o di un abuso.
Inoltre, un pensiero su quel che si sta facendo (s)vestendosi in quel modo non può che giovare.

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Senza ragionevole speranza di futuro il presente può apparire come l’ultima spiaggia. Pericoloso, perché in un illusorio tempo senza tempo pare non ci siano né cause né effetti e una mente ottusa tende ad aprire al massimo il rubinetto dell’egoismo.
In un Paese in cui il 63% del trasporto merci è su strada ma non ostante ciò l’industria è responsabile del 43% dell’inquinamento da PM10 (particelle uguali o inferiori a 10 millesimi di millimetro) e nelle città (Milano, Torino, Roma, Napoli) il 70% del traffico è privato, è una nobile gara a chi fa più danni. In queste condizioni, parlare di “emergenza inquinamento” dando la colpa al tempo atmosferico, se tutto questo non causasse migliaia di morti e centinaia di migliaia di ammalati all’anno, farebbe ridere.

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Quando il tempo è com’è ora, gli agenti inquinanti se ne stanno lì, dove vengono prodotti, invece di spargersi all’intorno, sulle nevi delle Alpi, sui monti e sul mare. In questi giorni sugli Appennini del Centro Italia c’è una vista rara in assenza di vento: si vedono due mari, panorami di decine, forse centinaia di Km all’intorno. Mentre nelle città si soffoca, letteralmente.
Purtroppo, senza stragi ripetute nel procedere di questo mondo non cambia nulla: solo la paura della morte per l’attaccamento alla vita (quintessenza dell’idea di “mio”) e il desiderio di vivere (l’idea di perpetuare “mio”) riescono a deviare gli altri desideri.
Questo è un fattore che chi le stragi le provoca scientemente non ha valutato appieno.
In un mondo che ha molto “mio” da perdere la paura non doma, rende feroci e la paura prolungata aguzza ingegno e intransigenza.
Ma, temo, “le cose” in profondità non cambieranno, la filosofia rimarrà la stessa. Ci si agiterà per tappare una falla che mette a rischio la navigazione al di là di Capo Del Non Ritorno.
Ciononostante: intriga sempre più vedere come andrà.
In questo, Bz si è portato mooolto avanti con il programma.
Forse

PS: “Cercare la pace è come cercare una tartaruga con i baffi. Quando il tuo cuore sarà pronto la pace verrà a cercarti” (Ajahn Chah, Santacittarama)

Auguri senz’oggetto
Magia, in un giorno di tempo sincero,
l’augurio di bene appare più vero.
Coi babbi natale sgualciti ai balconi
lucine che illuminano il buio deserto.
Perduta innocenza dell’essere buoni
silenzio infinito nello spazio aperto

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